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	<title>Libri India,Libri Indiani,India Guida Turistica Libri,Libri India Del Nord  &#8211;  </title>
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	<description>Viaggio in India, Rajasthan, Kerala e Nepal</description>
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		<title>&#8220;Il fiume dell&#8217;oppio&#8221; di Amitav Ghosh</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 06:34:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[edito Neri Pozza Oppio e potere con Ghosh la storia diventa romanzo I commerci illegali e una Babele di personaggi in fuga L&#8217;autore indiano firma il secondo atto della sua trilogia IBIS Quando, tre anni fa, Amitav Ghosh, l&#8217;autore di Le linee d&#8217;ombra, Il cromosoma Calcutta, Il palazzo degli specchi, annunciò che avrebbe scritto un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="color: #000000;">edito<strong> Neri Pozza</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #808000;"><em><strong>Oppio e potere</strong></em></span><br />
<span style="color: #808000;"><em><strong>con Ghosh la storia diventa romanzo</strong></em></span><br />
<em>I commerci illegali e una Babele di personaggi in fuga</em><br />
<em>L&#8217;autore indiano firma il secondo atto della sua </em><strong>trilogia IBIS</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando, tre anni fa, <span style="color: #808000;">Amitav Ghosh</span></strong><span style="color: #000000;">, l&#8217;autore di <em>Le linee d&#8217;ombra</em>, <em>Il cromosoma Calcutta</em>, <em>Il palazzo deg<img class="alignright size-full wp-image-14637" title="&quot;Il fiume dell'oppio&quot; di Amitav Ghosh" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/12/Il-fiume-delloppio.jpg" alt="" width="200" height="310" />li specchi</em>, annunciò che avrebbe scritto un grande romanzo in tre volumi, da pubblicare distanziati nel tempo, che avrebbero seguito la stessa storia, la scommessa era sembrata quasi impossibile.</span><br />
L&#8217;appassionante prima &#8220;puntata&#8221;, <strong><a href="http://www.shambhoo.com/2011/12/mare-di-papaveri-di-amitav-ghosh/" target="_blank">Un mare di papaveri</a></strong>, raccontava la tumultuosa società bengalese del primo Ottocento e faceva confluire sulla Ibis, una barca in fuga da Calcutta, un gruppo di personaggi scomodi, tanto diversi quanto rappresentativi di quel mondo, lasciando aperto, come in un feuilleton ottocentesco, l&#8217;interrogativo circa il seguito del ciclo. Ora, puntualmente, esce il secondo volume della saga, <span style="color: #808000;"><strong><em>Il fiume dell&#8217;oppio</em></strong></span>, <em>River of smoke </em>(Neri Pozza). Dove Ghosh, grazie a una terribile tempesta che tutti travolge, collega i personaggi in fuga sulla Ibis al destino di altre due navi in rotta verso Canton: la Redruth, un brigantino con un carico di piante rare, e l&#8217;Anahita, una splendida nave che trasporta una gigantesca quantità di oppio.<br />
<span id="more-14636"></span><br />
Ed è la Canton del 1839 al centro della vicenda che racconta Il fiume dell&#8217;oppio. Canton, città tumultuosa, città sull&#8217;acqua, capitale di un commercio illegale che arricchisce le casse britanniche e prepara le condizioni per il dominio dell&#8217;Union Jack, facendo le prove generali per il colonialismo europeo. Canton, all&#8217;europea, o Guangzhou, alla cinese, con la babele di lingue, le ricchezze smisurate, la morale dimenticata, le strette stradine, le hong, ovverossia le compagnie commerciali che la popolano di gente di ogni parte del mondo, le grandi enclave delle potenze europee, tutto concentrato nella Fanquitown, la città degli stranieri.<br />
Dalla Ibis sbarca un personaggio in incognito, che ritroveremo in una posizione defilata ma importante della storia. Dalla Anahita, molto danneggiata, come il suo carico, dalla tempesta, sbarca Bahram Modi, un Parsi di Bombay, mercante di oppio, in fuga dalla prepotente, ricchissima famiglia della moglie, un uomo frustrato che a Canton da anni ha scoperto l&#8217;amore nella persona di una giovane donna e ne ha avuto un figlio.<br />
Ed è soprattutto attraverso gli occhi di Bahram, uomo buono anche se confuso, che seguiamo le tumultuose e tragiche vicende che porteranno a quella che si chiamò la guerra dell&#8217;oppio. Mentre a raccontare un lato più leggero della vicenda c&#8217;è Robin Chinnery, figlio (romanzesco) di George Chinnery, il pittore (reale) dei grandi dignitari cinesi, che con le sue lettere minuziose fa la cronaca degli eventi per l&#8217;amica floricultrice che viaggia con le sue piante e i suoi bei disegni sulla Redruth, cercando un fiore che forse non esiste.<br />
Attorno, una coorte di personaggi storici, che Ghosh inserisce abilmente nel tessuto romanzesco. Charles Elliot, il Sovrintendente capo del Commercio Britannico. Charles King, l&#8217;americano che cerca una forma di compromesso tra Britannici e cinesi. Il Commissario Lin, affascinante figura di cinese onesto e lungimirante, che non compare mai ma agisce sullo sfondo, combatte l&#8217;oppio e fa la storia. E bé, sì, persino Napoleone a Sant&#8217;Elena, incontrato da Bahram durante uno dei suoi avventurosi viaggi&#8230;<br />
Amitav Ghosh è un &#8220;tusitala&#8221; nato, un grande narratore, e lo dimostra una volta di più in questo romanzo dalla potenza dickensiana &#8211; per la ricchezza dei personaggi, per l&#8217;abilità nello stendere la tela di fondo, per la capacità di mescolare dramma e commedia. Ma qui emerge soprattutto la sua sapienza di storico e cultore di linguistica. Circa l&#8217;ampiezza della sua ricerca per Il fiume dell&#8217;oppio testimoniano le note finali. Quanto alla complessa questione linguistica, risolta con bravura dalla traduzione di Norman Gobetti e Anna Nadotti, l&#8217;ambizione di Ghosh di riprodurre la babele delle lingue della Canton del primo Ottocento si scontra a volte con una facile lettura del testo.<br />
Nella prosa di Ghosh si mescolano il pidgin del mondo degli affari (una vera e propria lingua, dove &#8220;pidgin&#8221; riproduce la pronuncia cinese di &#8220;business&#8221;) e il goffo inglese di una parte della comunità di Fanqui- town, il cantonese elementare dei poveri e il basic English di Le parole dei diavoli stranieri, un glossario dell&#8217;epoca, tocchi di hindi, di parsi, di malese e la lingua della burocrazia imperiale, che viene citata quasi verbatim, con le sue preziosità e le sue astuzie. E con tutti consapevoli che &#8220;non c&#8217;è una lingua come l&#8217;inglese per trasformare le bugie in legge&#8221;.<br />
Il risultato è qualche volta faticoso, come se il lettore venisse gettato in una total immersion in una lingua straniera. Ma l&#8217;esperienza è ricca di scoperte (che dire del khabardari, ossia l&#8217;arte di aggiornarsi sulle novità?), e restituisce brillantemente la babele linguistica della Canton 1839. Dove, ci racconta Il fiume dell&#8217;oppio, le ricchezze erano fuori misura, i banchetti erano senza fine, i cibi gloriosi, i rapporti amorosi tra uomini un dato comune (e gli uomini ballavano la quadriglia con gli uomini).<br />
Un modo di raccontare la storia, quello di Ghosh, che impegna il lettore in un corpo linguistico. Ma, per i dettagli, le atmosfere, le descrizioni, lo compensa con la vivida sensazione di essere lì.</p>
<p>di <strong>Irene Bignardi</strong><br />
da <strong>la Repubblica</strong></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #808000;"><strong>Naufragi sul fiume dell&#8217;oppio</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo volume di una trilogia dedicata all&#8217;Asia dell&#8217;Ottocento e più precisamente alla &#8220;<em>guerra dell&#8217;oppio</em>&#8220;, il nuovo romanzo di Amitav Ghosh ci conferma nel valore di uno scrittore cauto e ardito allo stesso tempo, che procede con sicurezza in una personale e affascinante rivisitazione della storia di una consistente parte del pianeta. Senza il compiacimento e le astuzie dei romanzoni che diventano facilmente bestseller perchè puntano alla distrazione, all&#8217;evasione, alla dimenticanza, e che potremmo per questo definire una forma moderna di droga; prodotti, per l&#8217;appunto, oppiacei.<br />
Nella prima anta del trittico, Mare di papaveri, il romanzo era ambientato negli anni Quaranta dell&#8217;Ottocento -mentre Il fiume dell&#8217;oppio passa agli anni Sessanta- e si era rimasti sorpresi e storditi dalla vivacità della scrittura -una rutilante ma mai gratuita e mai &#8220;inventata&#8221; voce mista, un impasto, una miscelazione di lingue, gerghi, dialetti, alcuni dei quali scomparsi da tempo- e dalla complessità dell&#8217;edificio narrativo, fitto di personaggi, situazioni, ambienti, tra natura e cultura, uomini, piante ed elementi, navi, porti, giungle, agricoltura industria commercio&#8230; Soprattutto commercio. Se infatti dominano nel registro narrativo del Fiume dell&#8217;oppio, ma meno che in Mare di papaveri, i rimandi alla pittura (gli affreschi nella roccia, vera storia corale delle avventure e sventure di un vasto gruppo umano, dipinti da Deevi la matriarca, già protagonista del Mare; i disegni del giovane un tantino frivolo le cui lettere alleggeriscono il peso di una vicenda che in questo volume sarebbe stata essenzialmente maschile, e introducono a incroci più lievi, a corrispondenze femminili) e contano anche di più di quelli alla botanica (la protagonista Paulette, sangue misto euro-asiatico, vive trapiantando, innestando, coltivando- e il suo lavoro è anche metafora dell&#8217;umano consorzio e del rigoglio del romanzo), è l&#8217;economia a dominarvi.<br />
E precisamente il commercio di cui qui si tratta, che è quello micidiale dell&#8217;oppio, voluto dall&#8217;imperialismo inglese per sconfiggere la Cina, e per questo osteggiato fino al punto da provocare una vera e propria guerra, e movimenti di pirati, affaristi, avventurieri concentrati nella città di Canton, in un universo eminentemente maschile, violento.<br />
Naufragi e aggressioni, grandi amicizie e grandi inimicizie si susseguono e si accumulano, il cui movimento è controllato con grande sapienza da Amitav Ghosh. Lo scrittore bengalese ha da sempre il gusto della ricerca storica e giornalistica, e ha dimostrato ampiamente di saper guardare al presente ma anche alle sue radici, di cui cerca negli archivi le tracce e i documenti. Sa ciò che fa, ha il pieno controllo della vasta materia che mette in campo, e sa come trascinare il lettore nelle vicende che costruisce attraverso personaggi mirabilmente definiti, complessi nella loro forza e nella loro simpatia ma anche nelle loro debolezze, nelle loro ambiguità. Attorno ai làscari &#8211; i pirati dalle cento origini nazionali e dal linguaggio commisto e fiorito -e ai mercanti, i primi che dominavano il primo romanzo, i secondi che dominano il secondo, le vicende si snodano, controllate con tranquilla sicurezza da un narratore che sembra lasciarsi guidare dai personaggi invece che muoverli da bravo burattinaio: come fossero anch&#8217;essi sicuri di sé, in piena sintonia con l&#8217;autore, a cui si sono imposti e che sembra lasciarsene guidare.<br />
Assistito dalla splendida traduzione, che non mostra mai la fatica della ricerca su cui si è senz&#8217;altro basata, il lettore naviga, si può dire, in questo fiume di storie e di storia tra lucido e stordito, coinvolto dall&#8217;autore in un gioco di conoscenza e di avventura. Sono in definitiva questi i due poli del lavoro di Ghosh: la Storia -e in definitiva l&#8217;economia che la regge e la indirizza, con tutte le sue incertezze e con tutta la sua prepotenza- e la fascinazione delle Storie, il flusso di una narrazione messa a fuoco in personaggi situazioni ambienti argomenti. In mezzo a tante narrazioni fluviali condizionate e oppiate, troviamo nell&#8217;opera di Ghosh quell&#8217;aspirazione alla totalità che fu di grandi romanzi dell&#8217;Ottocento e la spinta nonostante tutto piena di vitalità e non solo di morte che è per lui il segno distintivo della condizione umana. Il fiume dell&#8217;oppio è una conferma. Ghosh ha vinto ancora la sua sfida, ma la sfida continua e si attende con curiosità e desiderio il terzo romanzo della &#8220;guerra dell&#8217;oppio&#8221;.</p>
<p>di <strong>Goffredo Fofi<br />
</strong>da <strong>Il Sole 24 Ore</strong></p>
<p><em><strong></strong></em> </p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Amitav Ghosh Nel nuovo romanzo racconta la competizione tra indiani e britannici all&#8217;inizio dell&#8217;800 per il commercio della droga verso i mercati cinesi<br />
</strong></em>Giunto al secondo volume della cosidetta Trilogia dell&#8217;Ibis &#8211; il terzo è di là da venire, &#8221; ma arriverà, arriverà&#8230;&#8221; assicura lui &#8211; Amitav Ghosh ha già scritto ben più di mille pagine e speso in ricerche e stesura quasi otto anni, eppure al lettore il tempo impiegato appare perfino breve davanti alla mole, all&#8217;ampiezza del racconto.<br />
In apertura del trittico (nel primo volume, cioè, intitolato Mare di papaveri, uscito nel 2008) l&#8217;autore muove storia e personaggi in India, dai campi di papaveri da oppio del Bihar al porto di Calcutta. Nel nuovo libro, intitolato Fiume di oppio e in uscita per Neri Pozza, la vicenda si sposta in Cina, nel porto di Canton, dove attraccano le navi dei mercanti inglesi e indiani che trasportano droga destinata al mercato cinese. L&#8217;epoca sono i tardi Anni Trenta dell&#8217;Ottocento, appena prima che scoppi la Guerra dell&#8217;oppio che contrapporrà la volontà dell&#8217;Imperatore Celeste, deciso a bandire il traffico della letale sostanza, a quella del governo di sua Maestà Britannica, impegnato a difendere i principi del &#8220;free trade&#8221; e i diritti del capitalismo.<br />
Da questo sfondo storico, che è la sostanza stessa, la ragion d&#8217;essere della narrazione, emergono decine di personaggi, centinaia, migliaia di comparse, si delineano costumi, abitudini, comportamenti; si indagano istituzioni, si illustrano mestieri, si spiegano tecniche, si trascrivono linguaggi, si esplorano territori, si inseguono mete artistiche e scientifiche&#8230; Amitav Ghosh lavora con la minuzia e la pretesa esaustiva dell&#8217;enciclopedista, ma l&#8217;enciclopedia è al servizio di una narrazione sorprendente, densa di colpi di scena, di rovesci di fortuna e raddrizzamento di torti, agnizioni, salvataggi, travestimenti, trappole, tempeste, evasioni&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In fondo lei ha scritto il più colto, il più impegnativo dei feuilleton, signor Ghosh. Il ritmo è quello. Perfino le parti massimamente erudite, le disquisizioni botaniche, commerciali, legali hanno un sottofondo eccitante, la promessa di una scoperta, di una sorpresa</strong>.<br />
Ma certo! E&#8217; ciò che volevo. In Bengala abbiamo una grande tradizione di feuilleton, proprio nel senso francese, il feuilleton alla Sue, alla Dumas&#8230; Nei primi decenni dell&#8217;Ottocento &#8211; l&#8217;epoca del mio libro &#8211; c&#8217;erano molti scrittori del genere a Calcutta. Scrivevano in bengali ma anche in inglese. E avevano un grande pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai, per &#8220;ambientare&#8221; il suo feuilleton, ha scelto il periodo in cui fiorisce &#8211; e deflagra &#8211; il commercio dell&#8217;oppio?</strong><br />
In realtà non l&#8217;ho scelto, l&#8217;ho trovato. Quando scrivevo Il palazzo degli specchi ho cominciato a interessarmi ai coolies, i poveracci che lasciavano l&#8217;India per andare a lavorare altrove praticamente come schiavi. L&#8217;emigrazione, quello mi interessava. Ma andando a vedere ho scoperto che i coolies hanno cominciato a lasciare l&#8217;India negli Anni Trenta dell&#8217;Ottocento. La prima generazione di coolies veniva dal Bihar. Il Bihar era stato ricco, uno dei granai dell&#8217;India. poi gli inglesi imposero la monocoltura dell&#8217;oppio, e la gente si impoverì disperatamente. Non aveva più da mangiare. L&#8217;attuale povertà del Bihar è ancora un lascito di quei tempi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E così ha cominciato a seguire la pista dell&#8217;oppio?</strong><br />
Sì, e seguendola sono arrivato in Cina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma in Cina lei ci arriva a bordo di un veliero indiano, non britannico. Il suo mercante di oppio, Barham, è un parsi di Bombay. Lontanissimo dai campi del Bihar, da Calcutta e da Canton.</strong><br />
Mi interessava il ruolo degli indiani nel traffico dell&#8217;oppio. E quel ruolo era rivestito soprattutto da mercanti parsi, della costa Ovest dell&#8217;India. Vista la fortuna che gli inglesi avevano nel commercio dell&#8217;oppio, negli Stati Indiani occidentali ci fu chi osò sfidarne il monopolio, coltivò l&#8217;oppio nel retroterra del Gujarat, del Rajastan, del Maharashtra, lo caricò sulle navi nel porto di Bombay, circumnavigò il subcontinente e si presentò a Canton in diretta concorrenza coi commercianti britannici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una concorrenza fortunata, secondo quello che lei racconta.</strong><br />
Fu la nascita dell&#8217;imprenditoria indiana, marcò per sempre la differenza tra l&#8217;Ovest e l&#8217;est del Paese. Tutte le maggiori compagnie indiane hanno cominciato con l&#8217;oppio. Vuole saperne di più? Si legga Bombay &#8211; Opium City dello storico Amar Farooqi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;oppio come origine e metafora del capitalismo. Sorprendente.</strong><br />
L&#8217;oppio &#8221; è &#8220;il capitalismo. Il commercio dell&#8217;oppio è una diretta conseguenza, un&#8217;applicazione perfetta delle idee di Adam Smith. La ricchezza delle nazioni viene pubblicato nel 1776, pochi anni dopo gli inglesi, che avevano un problema con la Cina &#8211; spendevano un&#8217;impressionante quantità di sterline nell&#8217;importazione del tè &#8211; trovarono il modo di equilibrare l&#8217;uscita con una nuova entrata: quella derivata dalla vendita dell&#8217;oppio indiano ai cinesi. S&#8217;inventarono un prodotto, assolutamente non necessario ma &#8220;addictive&#8221;, e lo vendettero alle masse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una volta deciso che l&#8217;oppio sarebbe stato il Leitmotiv, come s&#8217;è organizzato, per scrivere? Salman Rushdie mi ha detto che segue uno schema ferreo, precostituito. Solo uno dei protagonisti di Shalimar il clown l&#8217;ha sorpreso rifiutandosi di accettare il proprio destino. Ne è rimasto turbato&#8230;</strong><br />
Ah, ecco perché leggendo i libri di Salman si ha l&#8217;impressione che non sia interessato ai personaggi, ma a qualcos&#8217;altro. Per me è l&#8217;esatto contrario. I miei personaggi mi sorprendono sempre, non so mai che cosa combinano. Son dovuto arrivare quasi a metà di Fiume di oppio prima di accorgermi che era Bahram il protagonista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi lei non sa quello che accadrà da un capitolo all&#8217;altro?</strong><br />
Assolutamente no. Vengo continuamente preso alla sprovvista. In pratica per me scrivere un libro consiste nel correre dietro ai personaggi, seguirli per vedere che cosa combinano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vuol dire che tutte le ricerche connesse a Mare di papaveri e Fiume di oppio &#8211; enormi, basta vedere l&#8217;elenco delle fonti alla fine dei volumi &#8211; sono per così dire &#8220;improvvisate&#8221;? Si documenta in corso d&#8217;opera, seguendo le vicende imprevedibili?</strong><br />
Esattamente. Come farei a divertirmi, se no?.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Maria Giulia Minetti<br />
</strong>da <strong>La Stampa</strong></p>
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		<title>&#8220;Mare di papaveri&#8221; di Amitav Ghosh</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 06:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[edito Neri Pozza È il marzo del 1838 e la Ibis, una magnifica goletta a due alberi che, con la vela di maestra e le vele di prora ben tese sembra un uccello dalle grandi ali bianche, è appena arrivata al largo dell’isola di Ganga-Sagar dove il Gange sfocia nel Golfo del Bengala. Dalla nave [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>edito <strong>Neri Pozza</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È il marzo del 1838 e la <span style="color: #808000;"><strong>Ibis</strong></span>, una magnifica goletta a due alberi che, con la vela di maestra e le vele di prora <img class="alignright size-full wp-image-14632" title="&quot;Mare di papaveri&quot; di Amitav Ghosh" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/12/mare-di-papaveri.jpg" alt="" width="160" height="245" />ben tese sembra un uccello dalle grandi ali bianche, è appena arrivata al largo dell’isola di Ganga-Sagar dove il Gange sfocia nel Golfo del Bengala.<br />
Dalla nave si scorgono soltanto le sponde fangose dell’isola e i boschi di mangrovie, ma all’interno entrambe le rive del sacro fiume sono già coperte, per chilometri e chilometri, da folte distese di petali rossi, campi sterminati di papaveri.<br />
Per quei petali la Ibis è lì, alla foce del Gange, destinata dalla «Benjamin Brightwell Burnham», la compagnia inglese proprietaria, a uno dei traffici più lucrosi dell’Impero britannico: il commercio di «delinquenti e stupefacenti» o, secondo una più elegante espressione, di «oppio e coolie».<br />
<span id="more-14631"></span><br />
Il momento, infatti, è eccellente per partecipare alle aste d’oppio della Compagnia delle Indie orientali e al trasporto di predoni, briganti, criminali, ribelli, cacciatori di teste e teppisti d’ogni razza e genere sulle varie isole-prigione dell’Impero sparse nell’Oceano Indiano.<br />
A bordo della Ibis vi è la ciurma più incredibile che si possa incontrare in tutte le acque del Pacifico: un gruppo di lascari, i leggendari marinai cinesi e africani, arabi e malesi, bengalesi e tamil, insomma appartenenti a tutte le razze possibili e immaginabili, che parlano un lingua tutta loro, non hanno altro abito che una striscia di cambrì da avvolgere intorno ai fianchi e vanno in giro scalzi da quando sono nati.<br />
A guidarli è un personaggio dall’aspetto formidabile, con una faccia che susciterebbe l’invidia di Gengis Khan: magra, lunga e sottile, con occhi irrequieti e un paio di baffi piumati che gli scendono fino al mento.<br />
Nel suo avventuroso viaggio, la Ibis reca a bordo un’umanità davvero straordinaria: il figlio di una schiava liberata del Maryland dalla carnagione color avorio antico; un raja in rovina, il cui viso lungo, scarno e triste esprime esemplarmente il tramonto della vecchia India; una vedova dagli occhi privi di colore che non esita a infrangere i sacri riti della tradizione hindu; un uomo che vuole erigere un tempio alla donna che ha amato e che rivive ora in lui …<br />
Mano a mano che i legami con le origini si affievoliscono e i contorni delle vite precedenti sbiadiscono, tutti, sulla Ibis, equipaggio e passeggeri, cominciano a sentirsi «fratelli di navigazione», uniti da una comunanza che oltrepassa continenti, razze e generazioni.<br />
Primo libro di una trilogia dedicata alla nascita dell’India moderna, il paese sorto, appunto, da una delle piú straordinarie mescolanze di etnie e culture, Mare di papaveri si annuncia come il primo tassello dell’opera della vita di Amitav Ghosh, un’opera che, per forza e ambizione, può rappresentare per l’India moderna quello che libri come Moby Dick hanno rappresentato per l’America: la simbolica narrazione dell’origine di una civiltà nuova sorta dall’incontro-scontro di mondi opposti.</p>
<p>Si tratta del primo libro scritto da Amitav Ghosh della  <span style="color: #808000;"><strong><em>&#8220;trilogia dell&#8217;ibis&#8221; </em></strong></span>è in libreria in questi giorni il secondo libro <span style="color: #808000;"><em><strong>&#8220;Il Fiume dell&#8217;oppio&#8221;</strong></em></span> edito Neri Pozza</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #808000;"><em><strong>hanno detto del libro &#8230;.</strong></em></span></p>
<p style="text-align: justify;">«&#8230;una delle voci più originali e importanti della letteratura indiana di lingua inglese».<br />
<strong>Irene Bignardi, <em>la Repubblica</em></strong></p>
<div>
<p>«L&#8217;idea letteraria è geniale, affidata come sempre a un inglese di grande suggestione, &#8220;decolonizzato&#8221;grazie agli influssi orientali: se il Paese è un&#8217;incredibile melting pot di divinità, di religioni, di etnie e di lingue non solo asiatiche, un&#8217;analoga multietnica e multicolore umanità è imbarcata dall&#8217;autore sulla goletta Ibis. Il racconto riflette l&#8217;inclinazioni di Ghosh al grande affresco e alla saga epica».<br />
<strong>Giuliano Boccali, <em>il Sole 24 Ore</em></strong></p>
<p>«Ghosh recupera con gusto la narrativa tradizionale ottocentesca, si pensi a Dickens, non dimenticando che tra le radici della narrativa indiana c&#8217;è il romanzo storico. D&#8217;altra parte l&#8217;autore incrocia i drammi o le vite problematiche dei personaggi sullo sfondo dello sfruttamento coloniale».<br />
<strong>Alessandro Monti, <em>TTL &#8211; la Stampa</em></strong></p>
<p>«Ma la stoffa brillante che il lettore si ritrova fra le mani, il tessuto narrativo del romanzo è tutto cucito nei ricami in cui si inanellano le piccole storie, si appuntano gli aneddoti e i dettagli, sboccia una messe di personaggi con la ricchezza dei fiori sui campi di papaveri.»<br />
<strong>Alessandra Iadicicco, <em>il Giornale</em></strong></p>
<p>«Una magnifica riuscita, questo primo libro della Trilogia della Ibis, che riporta come d&#8217;incanto l&#8217;avventura al post che le compete e a cui porta un serio contributo la traduzione, determinante a ricreare il fastoso intreccio di lingue che è il bordone della Ibis».<br />
<strong>Tiziano Gianotti, <em>D &#8211; la Repubblica delle donne</em></strong></p>
</div>
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		<title>&#8220;A piedi nudi sulla terra&#8221; di Folco Terzani</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 23:03:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[edito Mondadori, 2011 &#8220;Un passo verso il meno è un passo verso il meglio”, scriveva, mentre lo scopriva, il grande scrittore-viaggiatore Nicolas Bouvier. Se il viaggio è una forma di ascesi spirituale, di spogliamento di sé, tanto più lo è (stato) quello verso l’India – meta tra gli ani ’60 e ‘70 del variopinto mosaico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>edito Mondadori, 2011</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Un passo verso il meno è un passo verso il meglio</em>”, scriveva, mentre lo scopriva, il grande scrittore-viaggiatore Nicolas Bouvier. <img class="alignright size-full wp-image-14621" title="&quot;A piedi nudi sulla terra&quot; di Folco Terzani" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/12/A-piedi-nudi-sulla-terra-–-Folco-Terzani.jpg" alt="" width="141" height="220" /><strong>Se il viaggio è una forma di ascesi spirituale, di spogliamento di sé, tanto più lo è (stato) quello verso l’India</strong> – meta tra gli ani ’60 e ‘70 del variopinto mosaico del movimento hippie. Molti si persero, in ogni senso. Molti, nella sperimentale evasione dal mondo inautentico dell’obbligo e delle merci (estasi, dice l’etimologia) naufragarono sulle rive infernali dell’eroina. Ma vale per quelle generazioni di drogati la dedica di Philip K. Dick: erano come bambini che giocavano per strada e a cui nessuno insegnò che vi passavano i camion. Fu un’epoca e un movimento in cui il ritorno all’evidenza &#8211; che è il modo occidentale di designare l’illuminazione, misto di nudità, autenticità, libertà – segnò un punto di ascesi spirituale spesso inattesa; una religione della religiosità, distacco e rinuncia. In India si chiamano sadhu quei ricercatori spirituali che &#8220;<em>rinunciano&#8221;</em>, e a cui non manca nulla; che viaggiano a piedi nudi e dormono in grotte naturali, vivono di offerte (non denaro), passano il loro tempo nella devozione del Divino a cui dedicano riti e gesti precisi, come ravvivare il fuoco; che fanno il loro “<em>tempio</em>” nella jungla, che è il vero senso della parola “<em>contemplare</em>”; che conoscono tutto del mondo che li circonda, la natura.<br />
<span id="more-14620"></span><br />
All’opposto di noi che, con le nostre presunte conoscenze, non saremmo in grado di sopravvivere una settimana in un mondo in cui si dovesse contare sulle proprie concrete competenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Folco Terzani</strong>, quarantenne inquieto e cosmopolita, figlio del giornalista Terzani, nello scrivere <em><strong>A piedi nudi sulla terra</strong></em>, una storia documentaria che si legge d’un fiato come un romanzo, è partito da questa evidenza negativa: &#8220;<em>uso il computer ogni giorno ma non ho la più pallida idea di come funzioni, l’aeroplano non so come faccia a volare, l’iPod a ricordarsi tutta quella musica o l’economia a fluttuare. Sono circondato di meccanismi che non capisco. Fra i sadhu invece ho riscoperto la bellezza degli elementi – l’acqua, la terra, il fuoco, l’aria. Mi sono sentito felice camminando sulla terra, facendo il bagno nei fiumi freddi del’Himalaya, stando accucciato davanti alle fiamme di un fuoco, respirando spazio&#8221;</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro racconta con onestà la <strong>storia di Baba Cesare</strong>, un sadhu italiano con un passato di hippie e di tossico, e che per questo riesce &#8220;<em>a fare da ponte fra me e quel modo di vivere che d’istinto mi attraeva, ma mi sembrava irraggiungibilmente lontano&#8221;</em>, scrive Folco. &#8220;<em>E’ un percorso visto dal di dentro, con gli occhi di qualcuno che ci si è messo in gioco non per una settimana, un mese o un anno, ma per una vita&#8221;</em>. L’erranza è un’ascesa, un cammino di santità, ovvero semplicità, quell’evidenza che è parola chiave e ricorrente: tornare all’evidenza, arrendersi all’evidenza. A pensarci, un programma politico e di esistenza oggi drammaticamente attuale. &#8220;<em>L’uomo ha perso più conoscenza negli ultimi cento anni di quanta ne ha acquistata</em>&#8220;, dice Baba Cesare. &#8220;<em>Io cercavo gli insegnamenti dell’evidenza, e l’evidenza erano i guru: come si muovevano, come parlavano, come comunicavano</em>&#8220;. <strong>Il punto è che, dice, quando li vedi in India hai un’evidenza di religione, come da noi coi nostri preti non abbiamo più.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E’ la storia di un discepolo che diventa maestro, dove casualità e ricerca, come sempre, si mescolano. &#8220;<em>Immaginati un sentiero senza ‘dove’, che uno vede strada facendo&#8221;</em>, dice il sadhu della propria vita. &#8220;<em>Da tutto quello che è successo ho tratto insegnamento. Tutto, sia il positivo e il negativo, è stata una scuola. Sono tutte evidenze che dio ti porta nella vita giusto per farti arrivare a un certo tipo di idea&#8221;</em>. Quanto all’idea di Dio, &#8220;<em>è una pazzia, un sogno, una visione. (…) E’ un’energia ad alto livello, senza forma e senza nome. E noi ci siamo dentro. Cioè, non puoi leggere una spiegazione di dio in un libro, capito? Ci devi arrivare per stadi, prendendo coscienza di quello che sei. Cosa siamo? Noi siamo terra, il fermento della crosta terrestre. Ci dobbiamo identificare col pianeta, non con noi stessi, perché questo identificarci con noi stessi è illusorio&#8221;</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Beppe Sebaste<br />
</strong>da   <span style="color: #808000;"><strong><a href="http://beppesebaste.blogspot.com/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Il Blog di Beppe Sebaste</span></a></strong></span></p>
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		<title>&#8220;Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica&#8221; di Silvia C. Turrin</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 23:03:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica Dalle origini al lascito di Stephen Biko di Silvia C. Turrin Erga Edizioni Nel 1994, terminava ufficialmente l’apartheid in Sudafrica, una lunga, tormentata epoca impregnata di razzismo. In quello storico anno nasceva la “nazione arcobaleno”, sostenuta dalla presidenza di Nelson Mandela. La democrazia che la società sudafricana vive [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #808000;"><span style="color: #000000;"><strong>Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica<br />
</strong></span><strong>Dalle origini al lascito di Stephen Biko</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Silvia C. Turrin<br />
Erga Edizioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1994, terminava ufficialmente l’apartheid in Sudafrica, una lunga, tormentata epoca impregnata di razzismo. In quello storico anno nasceva la “nazione arcobaleno”, sostenuta dalla presidenza di Nelson Mandela.<a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/10/Il-movimento-della-Consapevolezza-Nera-in-Sudafrica.jpg" rel="lightbox[14374]"><img class="alignright size-medium wp-image-14375" title="&quot;Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica&quot; di SIlvia C. Turrini" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/10/Il-movimento-della-Consapevolezza-Nera-in-Sudafrica-238x300.jpg" alt="" width="238" height="300" /></a> La democrazia che la società sudafricana vive oggiAggiungi un appuntamento per oggi è stata il frutto delle lotte portate avanti, nei decenni precedenti, da uomini e donne comuni, da studenti, da attivisti per i diritti civili, da artisti ed esponenti dell’intellighenzia africana, e da figure politiche dotate della consapevolezza di poter modificare lo status quo edificato con tanta tenacia da una minoranza bianca auto-definitasi “popolo eletto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un ruolo importante nell’infondere orgoglio e speranze tra i neri sudafricani lo ha avuto il <strong>Black Consciousness Movement </strong>(BCM), il movimento della Consapevolezza Nera, il cui maggiore esponente è stato <strong>Stephen Biko </strong>(1946-1977).<br />
<span id="more-14374"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il presente saggio descrive il contesto storico in cui fu attivo il BCM (anni ’60 e ’70 del XX secolo), gli influssi (Frantz Fanon, Malcolm X, il Black Power afro-americano) ai quali si sono ispirati i componenti del movimento, oltre che le iniziative realizzate per trasformare il nero sudafricano non più oggetto della storia, ma soggetto attivo, artefice della sua stessa liberazione dal razzismo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intento del volume è illustrare la complessità del movimento, il suo richiamo verso la liberazione psicologica e la formazione di un’identità black positiva, nonché l’impatto che ha avuto sullo sviluppo di una nuova generazione di sudafricani più sicura delle proprie potenzialità di cambiamento sociale. Una generazione che costituì linfa vitale per la rinascita dell’African National Congress dopo la rivolta di Soweto. Non a caso, il 12 settembre 1997, in occasione del ventesimo anniversario della morte di Biko, Mandela ha pronunciato queste parole: “La spinta propulsiva della Consapevolezza Nera è stata quella di iniettare orgoglio e unità tra tutti gli oppressi, di sventare la strategia del divide et impera, e di generare nel popolo la fiducia di poter sconfiggere l’oppressione”.</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #808000;"><strong>Silvia C. Turrin</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo una laurea in Scienze Politiche e un Master in “<em>Storia, didattica e comunicazione</em>” diventa giornalista pubblicista. Ha collaborato con varie riviste di musica (tra cui Etnica e World Music Magazine) e con vari siti-web culturali. Nel 2008, l’autrice ha intrapreso un viaggio in Sudafrica, durante il quale ha avuto modo di visitare i luoghi in cui si sviluppò il BCM, nella zona dell’Eastern Cape, e di conoscere Nkosinathi Biko, direttore della Steve Biko Foundation. Attualmente scrive per diverse testate, occupandosi di tematiche legate all’Africa, alle discipline orientali e alla musicoterapia. Come giornalista collabora inoltre con la Società delle Missioni Africane (SMA) di Genova.</p>
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		<title>Matite al contrattacco</title>
		<link>http://www.shambhoo.com/2011/10/matite-al-contrattacco/</link>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 07:04:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[di Smita Mitra, Outlook, India In India cresce la proposta di graphic novel che affrontano argomenti come terrorismo, paranoia e repressione Una piccola folla si raccoglie davanti alla vetrina di un negozio di elettrodomestici: sugli schermi tv scorre la notizia di una serie di esplosioni che hanno colpito la città di Zamzamabad. Helmet Man, l’eroe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Smita Mitra</strong>, <strong>Outlook</strong>, India</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #808000;"><em><strong>In India cresce la proposta di graphic novel che affrontano argomenti come terrorismo, paranoia e repressione</strong></em></span></p>
<p style="text-align: justify;">Una piccola folla si raccoglie davanti alla vetrina di un negozio di elettrodomestici: sugli schermi tv scorre la notizia di una serie di esplosioni che hanno colpito la città di Zamzamabad. Helmet Man, l’eroe creato da Amitabh Kumar, osserva circospetto. La citta è nel panico, l’ansia diventa palpabile.<br />
Altra storia, altro luogo dell’universo indiano del fumetto: il disegnatore del Kashmir Malik Sajad entra in un internet cafè di New Delhi poco dopo l’attacco che ha sconvolto la città e si trova accusato di essere un terrorista. I clienti lo circondano chiedendogli di mostrare un documento di identità mentre il proprietario chiama la polizia. La vita reale offre innumerevoli spunti d’ispirazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/10/matite-al-contrattacco.jpg" rel="lightbox[14369]"><img class="alignnone size-full wp-image-14370" title="Matite al contrattacco" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/10/matite-al-contrattacco.jpg" alt="" width="450" height="187" /></a> <span id="more-14369"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Gli indiani cominciano ad abituarsi a convivere con il terrore, a destreggiarsi tra un’esplosione e l’altra: la paranoia è ormai un argomento di conversazione e molti autori esplorano nel loro lavoro i diversi volti di questa “nuova normalità”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esplorazione sovversiva </strong>-  La “<em>letteratura grafica</em>”, secondo l’autore di fumetti <strong>Sarnath Banerjee</strong>, tende ad avere un approccio emotivo più che informativo all’attualità. “<em>Inoltre non è ancora un mezzo di massa. Quindi è più portata a esplorare il lato sovversivo delle cose</em>”. Per questo, quando ha fondato la <strong>Phantomville</strong> (<strong>la prima casa editrice indiana specializzata in fumetti</strong>) insieme ad <strong>Anindya Roy</strong>, Banerjee ha puntato su due graphic novel che affrontano il tema del terrorismo:<span style="color: #808000;"><em><strong> Kashmir pending </strong></em></span>e <strong><em><span style="color: #808000;">The believers</span></em></strong>. Entrambe le opere esplorano le condizioni che alimentano il terrorismo: l’alienazione della comunità musulmana e gli orrori e le barbarie quotidiane che deve affrontare chi vive nell’area del Kashmir.</p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo a fumetti è ancora un genere di nicchia in India, dove anche i titoli bestseller, come Corridor di Banerjee, hanno venduto appena seimila copie.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Le vendite di romanzi a fumetti non sono molto cresciute negli ultimi due anni&#8221;</em>, afferma<strong> R. Sivapriya</strong>, editor della Penguin. Per esempio <em>The hotel at the end of the world </em>di Parasmita Singh è stato pubblicato nel 2009 al prezzo di 350 rupie (5 euro), e ha ricevuto ottime recensioni, ma finora ha venduto solo duemila copie. In uno scenario del genere, dove il bacino di lettori è così ristretto, è difficile fare previsioni. Tuttavia, grazie alla qualità dei lavori e all’attenzione dei mezzi d’informazione, <strong>il fumetto indiano comincia a maturare e a guadagnarsi un pubblico di fedeli lettori</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La gran parte della produzione è ancora incentrata sulla mitologia o sulle gesta epiche</strong>, ma c’è un gruppetto di autori che sta spingendo le nuove case editrici – come <em>Pop Culture Publishing</em>, <em>Vimanika</em>, <em>Camp­fire</em>, <em>Arkin Comics</em>, <em>Liquid Comics</em> e <em>Level 10</em> – a pubblicare storie “<em>del mondo reale</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bharath Murty</strong>, che ha prodotto le quattro antologie <strong><em><span style="color: #808000;">Comix India</span></em></strong>, curando le “<em>storie brevi</em>”, è stanco dei fumetti che cercano di “<em>secolarizzare le divinità tradizionali trasformandole in eroi di stampo occidentale</em>” e sta lavorando a un suo graphic novel, <em><strong>The vanishing path</strong></em>, sulla scomparsa del buddismo in India. Altri esempi sono <strong><em>Husk</em></strong>, la prima storia a fumetti della neonata casa editrice Manta Ray, che parla degli abusi sessuali sui bambini, o l’imminente <strong><em>Hyderabad graphic novel project</em></strong>: un lavoro storico per rievocare il passato della città indiana di Hyderabad, tra aneddoti, leggende e storie alternative.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora che la realtà contemporanea si è finalmente ricavata uno spazio all’interno del genere, non sorprende che il terrorismo costituisca un soggetto privilegiato dei graphic novel, che si tratti di opere con ambizioni letterarie o semplicemente pulp.</p>
<p style="text-align: justify;">I racconti in stile documentario di <strong>Malik Sajad</strong> esplorano “<em>l’altro lato</em>” del terrorismo. Malik, che ha cominciato come vignettista politico, poi è passato alla sperimentazione con la narrativa per raccontare le sue esperienze di vita in cui denuncia il clima di sospetto e le perquisizioni e le violenze della polizia e dell’esercito nei confronti della popolazione del Kashmir.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre <em><strong>Identity card</strong></em><strong> e </strong><em><strong>Terrorism of peace</strong></em> (visitabili su kashmirblackandwhite.com) riportano le sue esperienze personali, Endangered species, pubblicato sull’antologia Until my freedom has come (Penguin), crea un parallelismo tra l’hangul, il cervo rosso dell’India settentrionale a rischio di estinzione, e gli abitanti del Kashmir.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra opera di Sajad in uscita è <strong><em>Facebooked</em></strong>, ispirata agli interrogatori che deve subire chi accenna alla parola “<em>ribellione</em>” sui social network. “<em>Il mio lavoro</em>”, spiega, “<em>mira a far emergere cosa significa vivere nella paranoia e rischiare ogni giorno di essere aggredito solo perché sei kashmiro</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra letteratura e pulp </strong>- Il terrorismo e il suo gemello, il terrorismo di stato, sono al centro di <em><strong>Helmet Man</strong></em> di <strong>Amitabh Kumar</strong>. Amitabh, che si definisce “<em>drogato di fumetti</em>”, è uno degli artisti più attivi del <em>Pao Collective</em>, un gruppo informale determinato a imporre la narrativa a fumetti in India. La prima raccolta, <em><strong>The Pao anthology</strong></em>, che sarà pubblicata da Penguin, si concentra sull’attualità e contiene Helmet Man: una storia di “<em>terrorismo, minacce e potere</em>” ambientata nella città immaginaria di Zamzamabad devastata dall’esplosione di una bomba.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche <strong>Vishwajyoti Ghosh</strong> fa parte del Pao e da poco ha pubblicato Delhi calm, in cui denuncia l’oppressione esercitata dallo stato durante le emergenze. Nel suo prossimo fumetto raccoglierà “<em>storie di alcuni giovani del Kash­mir</em>”. Un progetto che l’ha aiutato a rendersi conto della vastità del problema e a esplorarlo con una prospettiva più ampia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma al di là di questi lavori “<em>letterari</em>”, <strong>molti fumetti indiani stanno scendendo in campo contro il terrorismo</strong>, anche se con personaggi poco sfumati. Come gli eroi pulp Nagraj e Doga (usciti dalle scuderie Raj Comics). In 26/11 e Halla Bol, Nagraj e Doga si scagliano contro gruppi di terroristi pachistani e pirati somali e passano addirittura il confine con il Pakistan per distruggere i campi di addestramento. Anche nuovi personaggi come i supereroi adolescenti di Shaurya, che esce nella rivista di fumetti Jump, combattono una gang internazionale di terroristi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il pubblico c’è una diffusa sete di fiction violenta, che riflette un desiderio di compensazione per gli attacchi subiti. Non sorprende quindi che Pop Publishing stia investendo in una storia a fumetti di spionaggio che uscirà a dicembre. La storia, ambientatata dopo gli attentati del novembre 2008, è quella di un capo dei servizi segreti indiani che pianifica e mette a segno un’operazione per neutralizzare lo stato pachistano. Le tavole iniziali descrivono una banda di uomini che entra a Mumbai a bordo di gommoni e s’inerpica sugli scogli davanti a Marine drive per portare distruzione nella città.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che succede poi, però, è pura fiction. “<em>È una spy story infarcita d’azione</em>”, afferma Jatin Varta a capo di Pop Culture Publishing. “<em>Ma è puro intrattenimento e non dovrebbe essere preso sul serio</em>”, conclude.</p>
<p style="text-align: justify;">traduzione di <strong>Nicola Vincenzoni</strong>,<br />
da <strong>Internazionale</strong>, numero 916, 23 settembre 2011</p>
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		<title>&#8220;Il trono cremisi&#8221; di Sudhir Kakar</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 23:03:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[edito Neri Pozza Il tramonto della dinastia Mogul visto con gli occhi di due occidentali, approdati nell&#8217;India della meta&#8217; del 1600: i medici Niccolo&#8217; Manucci, veneziano, e Francois Bernier, francese. Lo racconta Sudhir Kakar, uno dei piu&#8217; noti scrittori, psicanalisti e saggisti indiani, nel romanzo &#8220;Il trono cremisi&#8220;, pubblicato da Neri Pozza. &#8221;Mi interessava mettermi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>edito <strong>Neri Pozza</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tramonto della dinastia Mogul visto con gli occhi di due occidentali, approdati nell&#8217;India della meta&#8217; del 1600: i medici Niccolo&#8217; Manucci, veneziano, e Francois Bernier, francese.<img class="alignright size-full wp-image-14352" title="&quot;Il trono cremisi&quot; di Sudhir Kakar" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/10/Il-trono-cremisi-Sudhir.jpg" alt="" width="134" height="200" /> Lo racconta Sudhir Kakar, uno dei piu&#8217; noti scrittori, psicanalisti e saggisti indiani, nel romanzo &#8220;<em><span style="color: #808000;"><strong>Il trono cremisi</strong></span></em>&#8220;, pubblicato da Neri Pozza.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221;Mi interessava mettermi nei panni di due occidentali che nonostante le differenze di origine e temperamento vedevano l&#8217;India dei Mogul attraverso una sensibilita&#8217; plasmata dai pregiudizi, dagli interessi e preoccupazioni di quel periodo&#8221; </em>dice Kakar, in questi giorni in Italia per l&#8217;uscita del romanzo. A Roma, lo scrittore è stato anche protagonista dell&#8217;incontro &#8220;<em>Una malinconia creativa</em>&#8221; al Macro di Testaccio in cui ha parlato del subconscio nei dipinti di <strong>Rabindranath Tagore</strong>.<br />
<span id="more-14349"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221;Ho scelto</em> &#8211; spiega all&#8217;ANSA lo scrittore &#8211; <em>questo periodo della dinastia Mogul perchè è il momento in cui l&#8217;Europa in ascesa si confronta con l&#8217;India in declino. E&#8217; un momento di confronto-scontro fra due civiltà diverse. In cui c&#8217;è una versione dell&#8217;Islam più integralista che si scontra con quella più morbida dei sufi&#8221;</em>. <em>&#8221;E&#8217; un confronto </em>- continua lo scrittore -<em>ancora oggi rilevante anche se l&#8217;incontro fra Italia ed Europa adesso è all&#8217;inverso rispetto al periodo Mogul&#8221;</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel romanzo il veneziano Manucci, approdato a Goa nel 1653 in cerca di fortuna, viene iniziato alla pratica dei salassi e alla preparazione di farmaci speciali e pozioni afrodisiache dal medico induista Vidraj, prima di arrivare alla corte dei Mogul.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il francese Bernier è discepolo del filosofo Pierre Gassendi che oltre all&#8217;arte medica lo ha educato alla letteratura di viaggio. Molto diversi fra loro, Manucci entrerà nella corte dell&#8217;erudito primogenito dell&#8217;imperatore, il principe Dora, che ha una politica moderata nei confronti di tutte le realtà religiose. Mentre Bernier diventa il medico del figlio più giovane dell&#8217;imperatore, Aurangzeb, dedito alla guerra e sostenitore della supremazia della religione islamica. I due medici occidentali saranno testimoni della cruenta guerra che si scatenerà fra i due principi per la successione al trono.</p>
<p style="text-align: justify;">Per <strong>Kakar</strong>, che vive a Delhi ed è docente in università indiane, europee e negli Stati Uniti, la rinascita e il declino fanno parte della normalità dei cicli storici. <em>&#8221;Non dobbiamo pensare che nel declino delle civiltà ci siano sempre cose cattive. Le civiltà nascenti hanno sempre guardato con rispetto a quelle in declino. Nel momento in cui la civiltà greca era al tramonto i romani la guardavano come un modello ideale&#8221;</em>. E, più che di scontro, Kakar preferirebbe parlare di<em> &#8221;incontro di civiltà&#8221;</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Psicanalista, antropologo, oltre che scrittore, Kakar ci tiene a precisare che la <em>&#8221;dissonanza cognitiva è proprio occidentale. Rispetto a questo mi sento molto indiano. Non ho il bisogno di conciliare le diverse discipline che camminano fianco a fianco&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Certo è che in questo viaggio negli harem di corte, tra ricchezza e gioielli, dove si vive nel lusso sfrenato mentre avanza il declino e dove si trama per conquistare il potere, si vede nei particolari, nella cura del dettaglio, quanta importanza abbia la conoscenza della mente umana di Kakar nel raccontare i conflitti e le sanguinose lotte tra padre, figlio e fratello e nel dare respiro allo sguardo dei due medici occidentali.</p>
<p>di <strong>Mauretta Capuano</strong>,<br />
fonte <strong>Ansa</strong></p>
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		<title>L&#8217;India formato famiglia di Andrea Bocconi</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 23:03:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi ha sempre irritato chi scrive dell&#8217;India al singolare. Per cui non parlo dell&#8217;India, ma di un&#8217;India, una delle tante: l&#8217;India non esiste, se non come spaziotempo a dieci dimensioni che si dipana in mille direzioni, si riavvolge su se stesso e contiene infinite Indie, una matrioska gigantesca&#8230;. Ha ragione, Andrea Bocconi, scrittore viaggiatore che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em>Mi ha sempre irritato chi scrive dell&#8217;India al singolare. Per cui non parlo dell&#8217;India, ma di un&#8217;India, una delle tante: l&#8217;India non esiste, se non come spaziotempo a dieci dimensioni che si dipana in mille direzioni, si riavvolge su se stesso e contiene infinite Indie, una matrioska gigantesca&#8230;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ha ragione, <strong>Andrea Bocconi</strong>, scrittore viaggiatore che con i suoi libri mi ha già altre volte portato lont<a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/10/LIndia-formato-famiglia-di-Andrea-Bocconi.jpg" rel="lightbox[14241]"><img class="alignright size-full wp-image-14242" title="&quot;L'India formato famiglia&quot; di Andrea Bocconi" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/10/LIndia-formato-famiglia-di-Andrea-Bocconi.jpg" alt="" width="160" height="260" /></a>ano, anche quando in realtà non andava poi troppo distante (penso per esempio all&#8217;intrigante <em>In viaggio con l&#8217;asino</em>). Ha ragione perché in realtà è sempre così: un paese sono i paesi, un plurale come i corpi che lo attraversano, gli occhi che si posano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lui, che tante volte è stato in India, che in India ha trovato molte cose diverse, non ha conosciuto l&#8217;India, ma le Indie.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni volta era diversa nei molti viaggi, cambiava lei ed ero cambiato io: ci sono stato ragazzo di vent&#8217;anni, ci sono tornato giovane uomo in viaggio di nozze, poi fuggiasco, cercatore, e oggi ci vado con la famiglia, da padre.<br />
<span id="more-14241"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Allora, eccolo qui, lo sguardo diverso, quello che mancava nella parabola di vita di Andrea Bocconi. Un nuovo viaggio, con la famiglia: con la moglie e con i due figli, bambini con cui guardare di nuovo il paese conosciuto e accogliere il dono della sorpresa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sarà un viaggio avventuroso &#8211; non lo vuole essere, ed è già tanto partire pochi giorni gli attentati dei fondamentalisti a Mumbai (mi immagino cosa si agiti nel cuore di un padre, benché di un padre viaggiatore).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dove è scritto che i libri di viaggio devono infliggerci in continuazione avventure? Dove è scritto che lo stile deve essere sempre quello di Bruce Chatwin?</p>
<p style="text-align: justify;">Così va bene, va benissimo. <strong>Un&#8217;altra India si distende davanti a noi. Illuminata dall&#8217;amore per un paese e prima ancora dall&#8217;amore di una famiglia, che in un viaggio non si perde e nemmeno deve ritrovarsi, tanto è già dove deve essere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">da <strong>Paperblog</strong>,<br />
di <strong>Paciampi</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>“La lunga strada per Kathmandu”: in un libro il viaggio degli hippies verso Oriente</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2011 07:16:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[Luigi Guidi Buffarini racconta con autoironia la sua esperienza di quarant&#8217;anni fa quando a bordo di un furgoncino Ford Transit raggiunse il Nepal. Con la descrizione dei sui incontri strampalati, l&#8217;autore ricostruisce lo spirito di quei tempi in cui ognuno aveva &#8220;il suo trip&#8220; C’è stata un’epoca, circa quarant’anni fa, in cui un giovane, o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #808000;"><em><strong>Luigi Guidi Buffarini racconta con autoironia la sua esperienza di quarant&#8217;anni fa quando a bordo di un furgoncino Ford Transit raggiunse il Nepal. Con la descrizione dei sui incontri strampalati, l&#8217;autore ricostruisce lo spirito di quei tempi in cui ognuno aveva &#8220;</strong></em><strong>il suo trip</strong><em><strong>&#8220;</strong></em></span></p>
<p style="text-align: justify;">C’è stata un’epoca, circa quarant’anni fa, in cui un giovane, o meglio una certa categoria di giovane, non era tale se non viveva determinate esperienze. O, quantomeno, se non desiderava fortemente viverle. <strong>La più epica di queste esperienze era il viaggio a Oriente</strong>. Un viaggio rigorosamente via terra, con pochissimi mezzi economici, una larga disponibilità di tempo e una certa propensione per il consumo di droghe più o meno leggere.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/09/Kathmandu3.jpg" rel="lightbox[14082]"><img class="alignnone size-full wp-image-14083" title="“La lunga strada per Kathmandu” un libro viaggio di Luigi Guido Buffarini" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/09/Kathmandu3.jpg" alt="" width="450" height="299" /></a><span id="more-14082"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sulle orme dei figli dei fiori americani – ma anche dei Beatles, che in India avevano trovato nuove psichedeliche fonti d’ispirazione – orde di ventenni partivano dunque su pullmini scassati o su treni che avevano vissuto tempi migliori alla volta dell’India o addirittura del Nepal, lasciandosi alle spalle mamme piangenti e padri incazzati.</p>
<p style="text-align: justify;">All’epoca, <strong>Luigi Guidi Buffarini </strong>non aveva l’età, nel senso che aveva già trent’anni, e poca o niente predisposizione per le droghe. Eppure, fu proprio lui a organizzare il viaggio che oggi racconta in un libretto delizioso che ha il sapore e l’odore e la musica di quegli anni: <span style="color: #808000;"><strong>La lunga strada per Kathmandu – Quando gli hippies migravano a Oriente </strong></span>(Ignazio Maria Gallino Editore).</p>
<p style="text-align: justify;">L’ingrediente che fa di questo diario di viaggio un godibilissimo viaggio nel tempo non è, come si potrebbe credere, la nostalgia ma una forte autoironia. Certo, un intervallo di quarant’anni dall’esperienza alla sua descrizione aiuta: lo scrittore di oggi non può che guardare con disincanto al ragazzo di ieri e ai suoi compagni d’avventura, anche se assicura che lo scetticismo che traspare dalle pagine è lo stesso con cui ieri affrontò l’impresa.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, un particolare differenziava nettamente il viaggio di Guidi Buffarini da quello dei giovani che all’epoca migravano a Oriente: “<em>Secondo il linguaggio del tempo… ognuno aveva il suo trip: chi la religione, quasi sempre il pantheon indiano, ma anche il buddismo, chi la droga, chi il misticismo, chi la comunanza umana, quest’ultima un modo come un altro per entrare in rapporti più stretti con l’altro sesso</em>”. Il trip dell’autore, o meglio lo scopo finale della lunga trasferta, era la stesura di una guida ragionata a uso degli hippies di ogni latitudine. Ed è proprio sulla scorta degli appunti presi per questa guida (poi effettivamente pubblicata con il titolo Viaggio all’Eden, ma mai tradotta all’estero, come l’autore confidava) che sono stati ricostruiti luoghi, alberghi, ostelli, prezzi dell’epoca. Ciò che invece Guidi Buffarini non poteva trovare negli appunti è <strong>lo spirito dei tempi</strong>, che ha però efficacemente ricostruito ripescando nella memoria gli episodi salienti e gli incontri strampalati avvenuti durante il viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco dunque il “<em>malgascio</em>”, atletico esemplare di pelle nera, lingua francese e coltello facile, incontrato in un pulciosissimo albergo di Istanbul, che si aggrega alla compagnia (l’autore e altri due amici) fino al suo arresto, in Afghanistan, per traffico di stupefacenti, lo stesso reato per il quale era dovuto fuggire dalla Francia. E poi altri passeggeri paganti raccattati lungo la strada: l’americana Susan e la francese Francine, perennemente strafatte e fonti di innumerevoli guai, una coppia di inglesi ributtanti (lui viene chiamato “<em>l’uomo delle spelonche</em>”) e un’italiana, Grazia, dalla storia tragica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma vero protagonista del racconto è il viaggio stesso, svolto a bordo di un furgoncino Ford Transit</strong> che l’autore, con un tantino di giovanile megalomania, battezza “<em>Le roi des Belges</em>”, come il battello che in <em>Cuore di tenebra </em>di Joseph Conrad percorre il fiume Congo alla ricerca di Kurtz.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i nostri viaggiatori avevano il loro Kurtz da scovare in Nepal su incarico della mamma, una senatrice democristiana. E riuscirono pure a trovarlo a Kathmandu, alla fine del loro viaggio che aveva toccato Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e, appunto, Nepal. “<em>Non dirò the horror, the horror, sarebbe troppo scontato. L’orrore vero è quello di vivere in famiglia, almeno nella mia</em>” dirà Giuliano-Kurtz ai suoi ritrovatori.</p>
<p style="text-align: justify;">La cifra del racconto, si diceva, è l’autoironia: Guidi Buffarini prende costantemente in giro il suo io giovanile, anti eroe per eccellenza: “<em>No, decisamente non ero il tipo del viaggiatore coraggioso e neppure tollerante: non sopportavo i disagi, non sopportavo il caldo, la sete, le cimici, la sporcizia, la stanchezza, fino al punto di non osservare ciò che mi stava intorno se non con l’occhio del sopravvivente. Anche adesso, sotto la volta del cielo stellato, sapevo che a guardarla con occhio distaccato l’alba rossa che si stava annunciando su quell’arido deserto mi sarebbe apparsa divina. Io, però, sarei stato pronto a scambiarla senza rimorsi con un bicchiere di acqua minerale ghiacciata con le bollicine</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio attraverso le “<em>Porte della percezione</em>” – quelle che danno il titolo al saggio di Aldous Huxley sull’esperienza con la droga e il nome al gruppo di Jim Morrison, i Doors – non ha mutato l’autore e i suoi compagni: “<em>Per dirla con le parole di Huxley, non ci aveva molto mutato. Forse ‘Non tornavamo indietro più saggi, meno spocchiosi e neppure più felici’ … Per adesso tornavamo e questa, per il momento, era già una bella fortuna</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Valeria Gandur<br />
</strong>fonte <strong>Il Fatto Quotidiano</strong>,  3 settembre 2011</p>
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		<title>Il «passaggio» dell’India Da giardino del sacro a laboratorio della tecnica</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Sep 2011 12:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura & Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[Paese a due dimensioni, l’India modernasi porta sulle spalle il fardello dell’India eterna senza sapere però cosa farne, un peso di cui vergognarsi, più che un peso di cui farsi carico. A un passo dall’essere ormai la terza economia del mondo, con una classe media di 300 milioni di persone e una crescita economica annua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Paese a due dimensioni, l’<strong><span style="color: #808000;">India moderna</span></strong><span style="color: #000000;">si porta sulle spalle il fardello dell’India eterna senza sapere però cosa farne, un peso di cui vergognarsi, più <img class="alignright size-full wp-image-14074" title="&quot;Nove vite &quot; di William Dalrymple" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/09/dalrymple-nove-vite-4845136_0x440-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" />che un peso di cui farsi carico. A un passo dall’essere ormai la terza economia del mondo, con una classe media di 300 milioni di persone e una crescita economica annua del 6 per cento, resta comunque una nazione con enormi problemi: <strong>lavoro minorile</strong>, <strong>analfabetismo</strong>, <strong>malnutrizione</strong>, <strong>sfruttamento sul lavoro</strong>, <strong>malattie</strong>&#8230;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Democrazia per eccellenza</strong>, a partire dalla sua indipendenza nel 1947, da un ventennio a questa parte i partiti storici che la tennero a battesimo sopravvivono al governo solo in virtù di alleanze sempre più vaste, sempre più eterogenee, sempre più instabili: attori, malfattori e giocatori di cricket fanno i deputati, i governatori o i ministri, nella Lock Sabha e nella Rajya Sabha, rispettivamente il Parlamento e il Senato federale, <strong>c’è un’altissima percentuale di inquisiti per reati che vanno dalla corruzione al ricatto, dal sequestro di persona all&#8217;omicidio</strong>…<br />
<span id="more-14073"></span><br />
Che cosa tutto ciò comporti dal punto di vista religioso e di costume è il tema di<em><strong><span style="color: #808000;"> Nove vite </span></strong></em>(Adelphi, 367 pagine, 24 euro), l’ultimo bellissimo saggio di <strong>William Dalrymple</strong>, scrittore e viaggiatore inglese (<em>Dalla montagna sacra</em>, <em>Il Milione</em>, <em>Nella terra dei Moghul bianchi </em>alcuni dei suoi titoli tradotti in italiano), talmente appassionato di questo Paese da averne fatto la sua nuova patria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora negli anni Settanta e Ottanta, per molti europei e americani il «<strong><em>passaggio in India</em></strong>» nacque su basi anarchico-sessuali, l’idea che lì ci fosse quella liberazione dei corpi e delle anime che in patria, a loro dire, gli era negata. Le conseguenze furono spesso penose: patrimoni prosciugati, menti alterate, dipendenza da droghe…<br />
In <em><strong>KarmaCola</strong></em>, <strong>Gita Metha</strong> raccontò, praticamente in presa diretta (la prima edizione del libro è del 1979) l’incontro fra un Oriente e un Occidente foriero più di equivoci che di verità. Ashram si chiamavano -si chiamano- quei centri di meditazione e Poona divenne allora famosa per il Rajhashdan di Rajneesh, un santone indiano che girava in Cadillac, la sua segretaria che scappò con la cassa, lui che verrà arrestato mentre era in volo per le Bahamas…</p>
<p style="text-align: justify;">È probabile che fra l’<strong>erotismo tantrico dei templi di Khajuraho </strong>o di <strong>Kailasa</strong>, a <strong>Ellora</strong>, dove il Linga, il simbolo maschile della sessualità, si erge maestoso fra miriadi di sculture rappresentati l’unione sessuale come unione cosmica, e la loro riproduzione moderna come strada per una rinascita individuale, ci sia la stessa distanza e la stessa impossibilità a ricreare un mondo che un pagano moderno avrebbe oggi nel cercare di rivivere l’eros della classicità greco-latina. Ciò che però rendeva e rende quella prima esperienza ancora ipotizzabile e la seconda invece impensabile è che l’India rimane, agli occhi di uno spirito religioso, ma senza fede, il terreno privilegiato degli archetipi, del mito, il sacro nella sua dimensione notturna, laddove, decretata la morte di Dio e trasformata la religione in istituzione, quello che altrimenti gli resta è disperazione e/o rassegnazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa idea dell’India come giardino notturno dei grandi sogni </strong>è resa perfettamente da Dalrymle nel suo libro. Mentre da noi i secoli hanno trasformato l’opera sacra in opera d’arte, facendo sì che si guardi alla cattedrale di Reims o a San Marco in modo estetico e non religioso, qui siamo ancora a una civiltà che ha mantenuto la sua dimensione mitica e che quindi rimanda all’elemento primigenio che fu alla base della sua creazione. Questo spiega perché fabbricare idoli di bronzo possa ancora essere considerata una vocazione sacra, danzare nel ruolo di una divinità durante la stagione del Thayyam, trasformi il ballerino, che nella vita di tutti i giorni è una guardia carceraria, in oggetto di venerazione, perché esista la figura della «<em>prostituta sacra</em>», o del tantrista negromante, del mistico sufi o del «<em>santo itinerante</em>»&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò scrive Dalrymple, solleva naturalmente interrogativi riguardo alla sopravvivenza o alla trasformazione delle diverse vie spirituali rispetto all’attuale metamorfosi dell&#8217;India stessa. «<em>Ho visto mondi lontani scontrasi, con l&#8217;accelerare del cambiamento, nei modi più strani. Fuori Jodhpur visitai un santuario, un luogo di pellegrinaggio, che si era formato attorno a una motocicletta Enfield Bullet. Eretto inizialmente come monumento al suo proprietario dopo che questi era morto in un incidente stradale, il santuario con la moto era diventato un luogo di culto, e attirava pellegrini da ogni angolo del Rajasthan, specialmente camionisti devoti in cerca dei miracoli di fertilità che si diceva accordasse</em>»&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">E dunque, «<em>cosa cambia e cosa resta immutato? L’India offre ancora un qualche tipo di reale alternativa spirituale al materialismo, o è ormai soltanto un’altra satrapia in piena espansione del più vasto mondo capitalista</em>?». Nel suo libro, Dalrymple non dà risposte e preferisce raccontare le sue «nove vite» esemplari dall’interno, dando loro voce e restituendo a esse la fragilità e la convinzione che le rendono così uniche.<br />
Ciò che ne emerge è l’idea di un continuo mescolarsi e rinascere, un eterno ritorno diverso eppure eguale, dove il cambiamento non è un valore, il progresso non è una conquista e la storia non è il destino.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Stenio Solinas</strong><br />
da <strong>Il Giornale</strong>, 7 settembre 2011</p>
<p style="text-align: justify;">articolo correlato<br />
<strong><a href="http://www.shambhoo.com/2011/07/nove-vite-di-william-dalrymple/" target="_blank">&#8220;Nove vite&#8221; di William Dalrymple </a></strong></p>
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		<title>&#8220;Malabar&#8221;di Gino Battaglia</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 05:17:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[Alfredo Guida Editore Nell’età moderna con il termine Indie non si faceva unicamente riferimento a una realtà geografica, più grande dell’India attuale, bensì a una missione, sotto diversi punti di vista. Le Indie erano terra di conquista per i guerrieri dell’armi e della fede, campo di battaglia su cui brandire la spada e la croce, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Alfredo Guida Editore</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’età moderna <strong>con il termine Indie non si faceva unicamente riferimento a una realtà geografica, più grande dell’India attuale, bensì a una missione</strong>, sotto diversi punti di vista. <img class="alignright size-full wp-image-13660" title="&quot;Malabar&quot; di Gino Battaglia" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/08/Malabar-di-Gino-Battaglia1.jpg" alt="" width="147" height="220" />Le Indie erano terra di conquista per i guerrieri dell’armi e della fede, campo di battaglia su cui brandire la spada e la croce, vortice in cui sembrava brulicare tutta la vita del mondo e al cui movimento incessante anche gli europei si unirono. Le Indie erano una sfida per strateghi e avventurieri, per novizi educati al culto del martirio in terra straniera, il calice perfetto su cui immolarsi ad maiorem Dei gloria, l’estremo limite a cui tendere lo spirito umano. Le Indie erano, nel cinquecento, la scacchiera di Dio ma anche il luogo in cui gli uomini potevano diventare divinità.<br />
<span id="more-13391"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In questa terra giunge il giovane gesuita <strong><span style="color: #808000;">Matteo Ricci</span></strong>, ancora ben lontano dall’intraprendere quel percorso di vita che lo avrebbe portato a divenire una delle più grandi personalità spirituali e intellettuali del XVI secolo, ma già ricco di quell’acume e sensibilità che lo porteranno a ricercare il dialogo tra le culture, prima ancora che tra fedi diverse. A lui è stato affidato il compito di riportare l’anziano padre <strong><span style="color: #808000;">Álvaro Penteado</span></strong>, da tanti anni ormai perduto tra le genti di quella terra, tra i suoi confratelli. Quello che dovrebbe essere un tentativo di “ritorno all’ordine” e nell’ordine, specificatamente dei gesuiti, <strong>si trasforma in un vero e proprio viaggio del giovane Matteo nei racconti di padre Penteado, nei suoi ricordi frenetici e deliranti, sempre in bilico tra la verità e il racconto, così come un inestricabile groviglio di verità e racconto appare tutta la terra dell’India</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei racconti di Penteado, vero e proprio romanzo nel romanzo, il “protagonista” Matteo Ricci diventa un ascoltatore al pari dei lettori di Malabar e con loro ascolta il rumore delle armi, le grida di battaglia, le preghiere sussurrate o urlate; con loro seguirà Penteado tra foreste mai attraversate dagli europei e navi assaltate dai Mori; con loro ascolterà il battito del cuore di un uomo che dal voler diventare un santo della Chiesa è divenuto simile ai santoni di quella terra piena di magie e di inganni, a cui ha finito per soccombere diventando egli stesso un enigma senza fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo di Battaglia è composito come la città in cui il giovane gesuita rischia di perdersi nel tentativo di ritrovare padre Penteado, sia dal punto di vista narrativo sia per quel che riguarda i generi letterari di appartenenza. Romanzo storico per la fedele ricostruzione, così come per la reale esistenza dei protagonisti, <strong>Malabar è però, a buon diritto, un romanzo di avventura quasi “vecchio stile”, dove l’incanto di una terra misteriosa e ambigua nella sua splendida crudeltà si unisce a battaglie, intrighi, viaggi in luoghi sconosciuti</strong>. Da non sottovalutare, inoltre, la componente spirituale e culturale del romanzo, che se da un lato riesce ottimamente a dare un’idea dell’ardore che animava coloro che partivano per le Indie e soprattutto di quei religiosi che ricercavano nella missione e nel martirio in quella terra mirabile e mostruosa la loro realizzazione (come religiosi e come uomini), dall’altro pone fortemente l’accento su due diversi modi di concepire il rapporto con il diverso: l’imposizione del proprio credo e della propria cultura contro il dialogo, fortemente ricercato dal giovane Ricci.</p>
<p style="text-align: justify;">creato il 5 luglio da <strong>Libriconsigliati</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Descrizione</strong>:<br />
È il 1578. Il giovane Matteo trascorre alcuni anni in India, a Cochin, porto del Malabar, emporio delle spezie, città di coabitazione tra comunità religiose ed etniche diverse. È inviato dai superiori del collegio dei gesuiti a rintracciare un antico missionario, Padre Álvaro Penteado. Abbandonato dai connazionali ma considerato un uomo santo dagli indiani, il vecchio, che non ha quasi più niente di europeo, sembra confuso e schiacciato dai suoi fallimenti. Ma il suo racconto trascina il giovane, lo sommerge come le acque torbide della laguna di Cochin, guidandolo alla scoperta di un mondo smisurato e conturbante, conducendolo dove egli, con tutta la sua scienza e la sua razionalità, non avrebbe mai voluto o pensato di spingersi.</p>
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		<title>&#8220;Assenze asiatiche&#8221; di Wolfgang Buscher</title>
		<link>http://www.shambhoo.com/2011/07/assenze-asiatiche-di-wolfgang-buscher/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 04:58:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.shambhoo.com/?p=13405</guid>
		<description><![CDATA[edizione Voland collana Confini A 60 anni Wolfgang Buscher , ormai considerato un classico moderno della letteratura di viaggio, appassionato di itinerari seguiti principalmente camminando, come quello raccontato da &#8216;Berlino &#8211; Mosca. Un viaggio a piedì o quello dell&#8217;anno scorso attraverso gli Usa, offre uno sguardo sull&#8217;Oriente inedito e originale, fatto di ricordi e incontri, nei sei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>edizione <strong>Voland<br />
</strong>collana<strong> Confini</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A 60 anni <strong><span style="color: #808000;">Wolfgang Buscher</span></strong><img class="alignright size-full wp-image-13495" title="&quot;Assenze asiatiche&quot; di Wolfgang Busher" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/07/Assenze-asiatiche-di-Wolfgang-Busher.jpg" alt="" width="135" height="190" /> , ormai considerato <strong>un classico moderno della letteratura di viaggio</strong>, appassionato di itinerari seguiti principalmente camminando, come quello raccontato da &#8216;Berlino &#8211; Mosca. Un viaggio a piedì o quello dell&#8217;anno scorso attraverso gli Usa, <strong>offre uno sguardo sull&#8217;Oriente inedito e originale, fatto di ricordi e incontri, nei sei reportage, dall&#8217;India a Shangri-La</strong>, di Assenze asiatiche. «<em>Una tensione particolare si impadronisce di noi quando viaggiamo </em>- scrive Buscher &#8211; <em>e ci addentriamo in ciò che è remoto. Guardiamo e andiamo, andiamo e guardiamo, smettiamo quasi di parlare. Vediamo in un modo che costringe al silenzio le parole cui di solito ci affidiamo. Puro presente</em>».<br />
<span id="more-13405"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In &#8220;<em>Un pomeriggio in India</em>&#8220;, il viaggiatore, colpito dalla febbre e portato a riprendersi in un ospedale abbandonato &#8211; ex lebbrosario, ripercorre, tra memorie, ricordi, sogni, allucinazioni, leggende e suggestioni un percorso fra strade che sono torrenti inesauribili di auto e di persone, uomini santi e vacche sacre, un maharaja che nella grandiosità del proprio palazzo, si esibisce in un concerto di sitar per una platea di scimmie. <strong>In India, scrive Buscher </strong>«<em>la ruota della vita non era un&#8217;immagine retorica, o un&#8217;idea mistica, bensì realtà. Continuava a girare e girare, mi assestava scosse ora attutite, ora più brusche, e se non prestavo attenzione mi avrebbe investito, così come avrebbe fatto impietosamente con tanti prima di me, incalzati da bisogni e desideri, sogni e ansie, sospinti da muscoli, corde o benzina combusta</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Come in India la guida dell&#8217;autore è un vecchio professore che alterna il racconto dell&#8217;India da leggenda alla rabbia di vedere il proprio Paese ridotto a stereotipo, così nel viaggio da Dubai verso <strong>Singapore</strong> su una petroliera, Buscher prende come punto di riferimento il secondo ufficiale di bordo, St. John. L&#8217;uomo aveva rinunciato a una vita tranquilla da uomo sposato e impiegato sereno per tornare alle giornate in mare, senza rimpianti e passava le sue notti esercitandosi a cricket.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella <strong>Cambogia</strong> post Khmer Rossi per Buscher «<em>gli anni delle risaie insanguinate si percepivano ancora in sottofondo, non avevano perso il loro potere, lo sentivo e a volte potevo perfino vederlo, e non si trattava soltanto dei teschi che venivano raccolti nei campi e ammonticchiati nelle pagode, o degli invalidi con una gamba sola o un occhio solo, o di coloro che saltavano abilmente nelle strade minate. No, era una sensazione che aleggiava nell&#8217;aria. E anche nell&#8217;acqua, nel pane, in tutto</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore traccia poi una cronaca del suo viaggio in <strong>Nepal</strong> sulla vetta degli sciamani, dai pazzi ai re del gruppo, e dell&#8217;incontro con la magnetica Mai.</p>
<p style="text-align: justify;">In un <strong>Giappone</strong> dove capita per caso, Buscher tra ipermoderni grattacieli e rispetto di tradizioni ancestrali, regala ritratti fatti a volte di pochi tratti, come quello della ex geisha, elegante e ormai anziana, che tutte le sere va nello stesso bar e di una coppia, fuori dal tempo, di amanti dell&#8217;arte.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine l&#8217;approdo, a <strong>Shangri-</strong><strong>La</strong>, il luogo immaginario descritto da <strong>Hilton</strong> nel romanzo &#8220;<em>Orizzonte perduto</em>&#8220;, che il governo cinese ha però identificato nella regione di <strong>Yunnan</strong>, al confine col Tibet. Una località modellata ad hoc, per dare l&#8217;immagine di un &#8220;<em>Tibet no problem</em>&#8221; fra locande, costumi tradizionali e un bel tempio per catturare turisti. «<em>Non ero mai stato a Shangri-La e ne ero già fuori </em>- conclude Buscher &#8211; <em>è già qualcosa</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">articolo tratto dal <strong>Cremonaonline.it</strong></p>
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		<title>&#8220;India e Paesi Himalayani&#8221; a cura di Cristiana Natali</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 23:03:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[Edito L‘Artistica Editrice La dimensione e l’unicità dell’INDIA rendono impossibile pensare di riuscire a raccontare e descrivere questo paese. Anche Moravia con Un’idea dell’India aveva provato a raccontarla ma anche lui finiva per dire «L’India è l’India». Ecco allora che in soccorso alle parole arrivano le immagini che più di tanti discorsi e parole riescono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Edito L‘<strong>Artistica Editrice</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La dimensione e l’unicità dell’INDIA rendono impossibile pensare di riuscire a raccontare e descrivere questo paese. Anche Moravia con <em>Un’idea dell’India </em>aveva provato a raccontarla ma anche lui finiva per dire «<em>L’India è l’India</em>». Ecco allora che in soccorso alle parole arrivano le immagini che più di tanti discorsi e parole riescono a descrivere e rendere al meglio quello che l’India è.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/07/IMG_8750.jpg" rel="lightbox[13381]"><img class="alignnone size-full wp-image-13383" title="&quot;India e paesi Himalayani&quot; a cura di Cristiana Natali " src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/07/IMG_8750.jpg" alt="" width="450" height="327" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Questo volume della collana<span style="color: #808000;"><strong> Terre dell’Uomo</strong></span>, correlato da oltre 300 foto racchiude l’espressione di tutti gli elementi pulsanti che animano la quotidianità indiana.<br />
<span id="more-13381"></span>Così le diverse dimensioni dell’India, le sue molteplici facce e sfaccettature trovano qui mostra in una enorme galleria fotografica correlata da riflessioni, citazioni, breve spiegazioni che accompagnano il lettore nella visione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il volume è un viaggio in India che il lettore fa sorprendendosi di scoprire questa nuova realtà, mentre per chi ci è già stato sarà un modo per ritrovare quegli elementi cari dell’India che aveva potuto toccare con mano.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/07/IMG_8751.jpg" rel="lightbox[13381]"><img class="alignnone size-full wp-image-13384" title="Foto di Neogi Arun, da &quot;India e i paesi Himalayani&quot;, L'Artistica Editrice" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/07/IMG_8751.jpg" alt="" width="450" height="316" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso le immagini si percorre l’India in tutti i molteplici elementi e dimensione di questa cultura, si esplorano i costumi gli usi le tradizioni, le diverse religioni che convivono tra loro, con annesse divinità, asceti, feste, celebrazioni. E ancora, è un viaggio nello spaccato quotidiano tra famiglie, donne, bambini, anziani, nomadi, tribù locali, sacerdoti e monaci che con il loro intensi e profondi sguardi, con gli sgargianti sorrisi, sari e copricapi … vivono in città, nei villaggi, tra le sacre vacche, le risaie, le piantagioni di tè, tra le montagne i fiumi e l’acqua … elemento quest’ultimo che ritorna spesso, perché l’acqua tutto bagna tutto lava tutto purifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso sono semplici oggetti, piccoli ninnoli che diventano motivo per una riflessione, un’esplorazione un approfondimento di questo affascinante paese e cultura.</p>
<p style="text-align: center;"><em>“Il </em>piercing<em> nasale è un’antica tradizione indiana, tuttora molto popolare. In genere è praticato sulle narici, meno spesso sul setto nasale, in alcuni casi il </em>piercing<em> del naso si congiunge mediante una catena con un orecchino. Sulla base della tradizione della medicina ayurvedica si pensa che il </em>piercing<em> alla narice sinistra, che corrisponde agli organi riproduttivi, abbia effetti benefici sulla fecondità”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che colpirà e appassionerà il lettore sarà la varietà delle immagini, le diverse facce di questo viaggio in India. I colori e le foto non possono non lasciare indifferenti e le note e citazioni aggiungono un tocco di riflessione e supportano magnificamente le foto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/07/IMG_8752.jpg" rel="lightbox[13381]"><img class="alignnone size-full wp-image-13385" title="Foto di Padaria Kaushik, da &quot;India e i paesi Himalayani&quot;, L'Artistica Editrice" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/07/IMG_8752.jpg" alt="" width="450" height="320" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">È un meraviglioso omaggio a quel grande e bellissimo paese che è l’India, e sfogliando questo volume sarà facile perdersi ma anche ritrovarsi, e ad ognuno verrà di certo voglia di andare in India o di ritornarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Il volume fa parte della collana &#8220;<strong><em>Terre dell’uomo &#8211; storie, leggende, immagini</em>&#8221; </strong>che comprende al momento altri due volumi: &#8220;<strong><em>Africa</em></strong>&#8221; con testi di <strong>Marco Aime</strong>, ed &#8220;<em><strong>Estremo Oriente</strong></em>&#8221; con testi di <strong>Cristina Natali</strong> … lungo un percorso che segue il principio che pur abitando sulla stessa terra, uomini e popolazioni contribuiscono a diversificarne questo mondo.</p>
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		<title>Con Gandhi nella gioia della vittoria</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 20:53:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura & Costume]]></category>
		<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[«Io sono nato nella città di Bombay&#8230; tanto tempo fa. No, non va bene, impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 ggosto 1947. E l&#8217;ora? Anche l&#8217;ora è importante. Beh, diciamo di notte. No, bisogna essere più precisi. Allo scoccare della mezzanotte, in effetti. Quando io arrivai, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">«<em>Io sono nato nella città di Bombay&#8230; tanto tempo fa. No, non va bene, impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 ggosto 1947. E l&#8217;ora? Anche l&#8217;ora è importante. Beh, diciamo di notte. No, bisogna essere più precisi. Allo scoccare della mezzanotte, in effetti. Quando io arrivai, le lancette dell&#8217;orologio congiunsero i palmi in un saluto rispettoso. Oh, diciamolo chiaro; nell&#8217;istante preciso in cui l&#8217;India pervenne all&#8217;indipendenza, io fui scaraventato nel mondo. Ci fu chi boccheggiò. E fuori della finestra, folle e fuochi d&#8217;artificio. Pochi secondi dopo, mio padre si ruppe un alluce; ma questo incidente era una bazzecola se paragonato a quel che era accaduto a me in quel tenebroso momento: grazie infatti alle tirannie occulte di quelle lancette dolcemente ossequianti, io ero stato misteriosamente ammanettato alla storia, e il mio destino indissolubilmente legato a quello del mio paese</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Così comincia<span style="color: #808000;"> <strong>I figli della mezzanotte</strong></span> di <strong>Salman Rushdie</strong>, un libro che mi ha sempre fatto venire un&#8217;invidia enorme. <strong>15 sgosto 1947</strong>. Mi sarebbe piaciuto essere nato in quella stessa data. Quella notte, quella mezzanotte fatidica deve essere stato un momento straordinario. Un immenso continente, grande circa otto volte la Francia, si dichiarava indipendente dalla Gran Bretagna e si proclamava democrazia, la più grande del mondo di allora (e di oggi).<br />
<span id="more-7736"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #808000;">Perché avrei voluto esserci?</span></strong> Perché questa era l&#8217;opera di uno degli uomini più strani e geniali che <strong>l&#8217;umanità del secolo ventesimo abbia avuto, Gandhi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2010/08/gandhi.jpg" rel="lightbox[7736]"><img class="alignnone size-full wp-image-11281" title="Gandhi" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2010/08/gandhi.jpg" alt="" width="450" height="352" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un avvocato indiano cresciuto in Sudafrica e poi a Londra e trovatosi a inventare e capeggiare la più grande rivolta non violenta della storia, in barba alle teorie dei più efferati nazionalismi, in barba alle ideologie sanguinarie leniniste e alle teorie imperialiste anglo-americane.<br />
L&#8217;India era diventata una nazione indipendente, un paese di stati differenti, di centinaia di migliaia di culti diversi, un paese hindù, ma anche musulmano come lo erano i genitori di Salman Rushdie nati in Kashmir, ma anche cristiano, zoroastriano, nestoriano, giainista, buddista, un paese dove le lingue parlate sono migliaia e le divinità adorate milioni. Eppure era anche un paese che aveva espresso una straordinaria classe dirigente.<br />
Se Gandhi era il guru, l&#8217;artista di una coesione sociale dal basso che nessuna &#8220;<em>avanguardia</em>&#8221; leninista avrebbe mai potuto concepire, accanto a lui si muoveva una classe dirigente colta, intelligente, preparata, ma soprattutto, incredibile a dirsi: laica.<br />
Nell&#8217;ashram di Tagore, un poeta sommo, uno scrittore, un pensatore, un ponte tra Oriente e Occidente, si erano formati personaggi come Jawaral Nerhu, il primo presidente dell&#8217;India indipendente, a cui stava a cuore un futuro dell&#8217;India al di là del bramanismo delle caste e al di là delle divisioni di religione.</p>
<p style="text-align: justify;">La democrazia indiana fin dal primo momento si era definita &#8220;<em>secolarizzata</em>&#8220;, &#8220;<em>anti</em>-<em>comunitaria</em>&#8221; nel senso di essere contro un&#8217;idea teologica, fondamentalista dello stato. <strong>Nerhu</strong> fu un grande artefice di questa secolarizzazione ed ebbe una visione modernissima di un continente di differenze, unito da un senso di appartenenza che era appartenere alla cultura hindù, non a una religione. Eppure l&#8217;India non rinunciava ad essere la &#8220;<strong><em>madre</em></strong> <strong><em>India</em></strong>&#8220;, la grande India in cui si mescolavano culture, si elaboravano visioni del mondo lontanissime da quelle occidentali eppure alla radice di queste: se è vero che i più grandi grecisti hanno individuato nel pantheon greco le tracce di una classificazione del mondo che veniva dal mondo indiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone size-full wp-image-11283" title="I figli della mezzanotte " src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2010/08/1.jpg" alt="" width="150" height="234" /><img class="alignnone size-full wp-image-11284" title="I figli della mezzanotte " src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2010/08/2.jpg" alt="" width="150" height="234" /><img class="alignnone size-full wp-image-11285" title="I figli della mezzanotte " src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2010/08/3.jpg" alt="" width="150" height="234" /></p>
<p style="text-align: justify;">Avrei voluto essere uno di quei &#8220;<strong>Figli della mezzanotte</strong>&#8220;, di quei bambini nati in quella fatidica data. Nasceva un mondo, nasceva in mille contraddizioni, ma era nuovo, nuovo anche rispetto al secolo dei comunismi, dei nazismi e dei fascismi. E nasceva con la dignità di un continente che voltava le spalle a un ormai piccolo paese colonizzatore che aveva cercato d&#8217;imbrigliare l&#8217;India nelle proprie categorie, ma poi quelle stesse categorie riduttive avevano fatto esplodere il suo impero. Rushdie <strong>dice che quella notte a mezzanotte sono nati bambini dotati di poteri strani, magici ma anche assurdi</strong>:</p>
<p style="text-align: justify;"> «<em>Insomma tra i bambini della mezzanotte c&#8217;erano infanti capaci di trasformarsi, di volare, di profetizzare, di compiere incantesimi. La realtà può avere contenuti metaforici. Ma questo non la rende meno reale. Nacquero mille e uno bambini; ci furono mille e una possibilità che in precedenza non si erano mai presentate contemporaneamente in un unico luogo; e ci furono mille e uno vicoli ciechi. I bambini della mezzanotte possono essere molte cose a seconda del vostro punto di vista: si può considerarli l&#8217;ultimo sprazzo di tutto ciò che c&#8217;era di antiquato e di retrogrado nella nostra nazione infestata da miti, e ritenere la loro disfatta totalmente auspicabile nel contesto di una modernizzata economia novecentesca; o la vera speranza di libertà, ora definitivamente spenta; ma non devono mai diventare la creazione bizzarra di una mente sconnessa e malata</em>».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #808000;">Avrei voluto essere testimone</span></strong> (ma come, appena nato?) della prima riunione del Congresso, quella a cui partecipò Gandhi, piena di entusiasmo, ma anche strana, per quanto ci racconta V.S. Naipaul. Due congressisti fecero i propri bisogni nel proprio scranno, e Gandhi che non era avvezzo alle usanze indiane in questo campo rimase scandalizzato, sconvolto. L&#8217;India era, è anche questo, un paese immenso pieno di assurde contraddizioni, di miseria e nobiltà, di modernità e caste, di libertà estreme e costumi repressivi. Eppure l&#8217;India come democrazia c&#8217;è ancora oggi ed è un paese a cui non si può non guardare con speranza, quella speranza che Rushdie teme venga spenta, ma che lui stesso continua ad alimentare nei suoi romanzi e nell&#8217;opera di sprone e dialogo che conduce con la sua India.<br />
Per non parlare della sua testimonianza di vita: uno scrittore di origine e cultura musulmana, imbevuto di Corano che si permette di &#8220;secolarizzare&#8221; l&#8217;Islam e per questo viene colpito dalla più pericolosa delle fatwe. Solo un&#8217;indiano, imbevuto della grandissima cultura dell&#8217;Oriente ma anche dell&#8217;ironia di Bollywood (e i versetti satanici sono puro Bollywood!) lo poteva fare: un indiano nato a mezzanotte del 1947.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;India dà speranza: molto più della Cina, che non è certamente una democrazia e che soprattutto non è un paese pluralista, ma è ancora il Celeste Impero, staccato dal mondo e superiore ad esso.</strong>L&#8217;India invece è stata sconfitta dal colonialismo e poi l&#8217;ha sconfitto e per questo l&#8217;inglese come lingua e civiltà le è servito, per questo ha sviluppato un&#8217;&#8221;<em>interfaccia</em>&#8221; con il resto del mondo che le consente di comunicare, di raccontare la propria differenza, di avere la più grande letteratura in inglese del mondo contemporaneo.<br />
<strong><br />
<span style="color: #808000;">Vorrei essere nato in India</span></strong> per non essere italiano, parte di un paese che è disposto a diventare servile nei confronti della Cina, ma che non si accorge da ben sei governi che la presidente (a tutti gli effetti) della più grande democrazia del mondo non è di origine italiana, è addirittura italiana. <strong>Ma in un paese come il nostro, che è razzista perché disprezza i propri figli andati all&#8217;estero, allora Sonia Gandhi altro non è che una poveraccia figlia di un piccolo industriale della periferia di Torino.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #808000;">Vorrei essere nato in quella mezzanotte</span></strong> per essere oggi a combattere al fianco di coloro che da indiani si preoccupano delle derive fondamentaliste dell&#8217;induismo, della devastazione ambientale, delle mire imperialiste del proprio paese. Ma lo fanno perché questo <strong>è un paese nuovo davvero</strong>, un paese che nell&#8217;orizzonte vecchio della politica mondiale rappresenta un luogo differente, complesso, <strong>ricco di futuro</strong>, un luogo complicato certo, <strong>ma dove non dimentichiamoci che accanto a Gandhi la notte dell&#8217;indipendenza c&#8217;era il grande Ambedkar, il rappresentante dei dalit, dei paria</strong>, paria lui stesso, anche se diplomato in una prestigiosa università inglese.</p>
<p style="text-align: justify;">E anche questa lotta per l&#8217;abolizione delle caste è andata avanti, continua a essere una delle anime del paese.</p>
<p style="text-align: justify;">M&#8217;illudo? Sono ottimista perché l&#8217;India è lontana? Forse, ma se Amartya Sen, Salman Rushdie e lo stesso V.S. Naipaul nutrono l&#8217;idea che l&#8217;India è un paese che potrebbe farcela a diventare una migliore e più giusta democrazia, se pensano che potrebbe avere un ruolo determinante per gli equilibri in Oriente e in Medio Oriente, e per evitare il tanto stupidamente strombazzato scontro di civiltà, beh allora, con tutta la coscienza che nasce per aver visto le bidonville di Calcutta, di Mumbay e di Delhi, beh allora viene anche a me da sperare. Soprattutto perché questo è un paese in cui <strong>la cultura intesa come radice profondissima dell&#8217;identità ha un peso enorme nella vita di tutti, dalla povera gente alla classe media, ai ricchi zoroastriani al potere come gli industriali Tata.<br />
</strong><br />
<strong><span style="color: #808000;">Sì, mi sarebbe piaciuto essere inondato dalle polveri di colore che la gente si lancia addosso nelle grandi feste indiane, nelle &#8220;<em>holi</em>&#8220;, come accadde quella notte per fare festa e dichiarare l&#8217;India il paese del futuro.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Franco La Cecla</strong><br />
da <strong>Il Sole24 ore</strong>, 15 agosto 2009</p>
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		<title>&#8220;Nove vite&#8221; di William Dalrymple</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 04:43:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[edito Adelphi Un ballerino che part-time si fa adorare come un dio; una mistica che vive in un impianto di cremazione e usa i crani come calici; uno scultore di idoli hindu convinto di creare vere divinità; un monaco tibetano che si arruola nell’esercito indiano per rientrare in patria e si ritrova invece a sparare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>edito <strong>Adelphi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un <strong>ballerino</strong> che part-time si fa adorare come un dio; una <strong>mistica</strong> che vive in un impi<img class="alignright size-medium wp-image-13358" title="&quot;Nove vite&quot; di William Dalrymple" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/07/dalrymple-nove-vite-4845136_0x440-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" />anto di cremazione e usa i crani come calici; uno <strong>scultore</strong> di idoli hindu convinto di creare vere divinità; un <strong>monaco tibetano</strong> che si arruola nell’esercito indiano per rientrare in patria e si ritrova invece a sparare ai pachistani. Non sono i personaggi di una fiction assurda, ma<strong> i devoti che William Dalrymple incontra nel suo coinvolgente <em><span style="color: #808000;">Nove vite</span></em></strong>. Sono i sopravvissuti di un mondo variegato e intrigante: asceti, mistici, cantori e danzatori mendicanti, sapienti yogi ed emarginati.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti appartengono alla mistica più estrema, o vi hanno trovato rifugio. La <strong>suora</strong> Prassannamati Mataji è una seguace del giainismo, una confessione talmente scrupolosa nel salvare le vite che i suoi fedeli si fasciano la bocca per evitare di ingoiare accidentalmente gli insetti.<br />
<span id="more-13357"></span>Per vent’anni Mataji è stata in pellegrinaggio con una sola compagna di viaggio, nell’austerità prescritta dalla fede, negando ogni emozione terrena. Anche la sua accompagnatrice, malata terminale di tubercolosi, ha sposato il giainismo: poco alla volta si lascia morire di fame in un rituale di purificazione. Mataji pecca inammissibilmente nel sentire la sua mancanza. Quando Dalrymple la incontra, anche Mataji ha deciso di seguire lo stesso lento percorso suicida, ma lei è in buona salute. La contrapposizione, spesso grottesca, fra tradizione e modernità suggerisce un futuro inquietante.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni dei personaggi di Dalrymple si sentono immuni dal cambiamento. Il danzatore del Kerala Hari Das è un intoccabile, e lavora principalmente come umile scavatore di pozzi o come secondino carcerario. Ma per tre mesi all’anno incarna il dio Vishnu e perfino i brahmini lo adorano in una clamorosa inversione delle leggi di casta.<br />
In un villaggio deserto del Rajasthan, lo <strong>sciamano</strong> Mohan Bhopa è l’ultimo cantore di una grande tradizione epica medievale. I suoi dei-eroi accorrono mentre lui ne canta le gesta. Le storie riportate da Dalrymple sono affascinanti e a volte dolorosamente commoventi, e lui le arricchisce della sua generosa conoscenza. <strong>È un’India sconosciuta, popolata da emarginati, le cui vite ci arrivano vivide attraverso il dolore e la pietà. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Colin Thubron</strong>, <em>The New York Times<br />
</em>da <strong>Internazionale</strong>, 1 luglio 2011</p>
<p style="text-align: justify;">articoli correlati:<br />
<span style="color: #ff6600;"><strong><a href="http://www.shambhoo.com/2011/06/viaggio-in-india-a-colloquio-con-william-dalrymple-le-nove-porte-dellindia-misticaa-colloquio-con-william-dalrymple-le-nove-porte-dellindia-misticaa-colloquio-con-william-dalrymple-le-nove-porte-delli/" target="_blank">A colloquio con William Dalrymple. Le nove porte dell&#8217;India mistica</a></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;">Descrizione<br />
Che cosa significa essere un asceta indù o una prostituta sacra, un mistico sufi o un tantrista necromante nell&#8217;India dei computer e dei centri commerciali? Nove vicende e nove: come il monaco buddhista che imbraccia le armi per difendere il Tibet dall&#8217;invasione cinese, salvo trascorrere il resto dell&#8217;esistenza stampando bandiere di preghiera per espiare le violenze commesse; la guardia carceraria del Kerala che ogni anno abbandona per due mesi la sua prigione e diventa un danzatore di theyyam, ospitando nel proprio corpo una divinità e diventando così oggetto di venerazione; la monaca jaina che accudisce impassibile l&#8217;amica mentre questa si lascia morire ritualmente di inedia, per poi scoprire di non poter vivere senza di lei, e decidere quindi di seguirla sulla medesima via. Nove vite sospese tra fragilità umana e convinzioni incrollabili, che Dalrymple racconta nell&#8217;unico modo possibile, o forse solo nel più efficace: calandosi al loro interno fino ad ascoltarne &#8211; e restituirne &#8211; la voce inconfondibile.</p>
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		<title>&#8220;Raccontami una storia speciale&#8221; di Chitra Banerjee Divakuruni</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2011 06:02:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[edito Einaudi Nove esperienze, nove storie, nove vite messe di fronte a un’emergenza. L’ultimo romanzo di Chitra Banerjee Divakaruni, Raccontami una storia speciale, esplora identità e carattere dei suoi nove protagonisti mentre usano le parole, per non pensare alla catastrofe imminente. Il romanzo comincia in un ufficio dove rilasciano passaporti in cui un gruppo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>edito <strong>Einaudi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nove esperienze, nove storie, nove vite messe di fronte a un’emergenza</strong>. L’ultimo ro<img class="alignright size-full wp-image-13346" title="&quot;Raccontami una storia speciale&quot; di Chitra Banerjee Divakuruni" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/06/Raccontami-una-storia-speciale-di-Chitra-Banerjee-Divakuruni.jpg" alt="" width="191" height="298" />manzo di <strong>Chitra Banerjee Divakaruni</strong>, <span style="color: #808000;"><strong><em>Raccontami una storia speciale</em></strong></span>, esplora identità e carattere dei suoi nove protagonisti mentre usano le parole, per non pensare alla catastrofe imminente. Il romanzo comincia in un ufficio dove rilasciano passaporti in cui un gruppo di persone aspetta di ricevere i documenti per viaggiare in India. Ci sono Uma, una studentessa, il dirigente dell’ufficio e il suo assistente, un veterano del Viet-nam, una signora cinese con la nipote, Tariq, un musulmano segnato dall’11 settembre, e i Pritchett una coppia di anziani coniugi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un violento terremoto improvvisamente scuote l’edificio intrappolando tutti. Anche se il veterano prende il controllo della situazione, l’acqua che comincia ad allagare il piano terra scatena il panico. È allora che prende piede l’idea di Uma.<br />
<span id="more-13340"></span> Convinta sostenitrice del potere delle storie, la ragazza propone che tutti siedano insieme e si raccontino “<em>una cosa incredibile</em>” della loro vita, un episodio sepolto nella memoria e mai condiviso prima. <strong>Da qui il libro comincia davvero e prende forma l’identità dei protagonisti. L’autrice usa una narrazione introspettiva e coinvolgente</strong>. Le storie sono differenti e ognuna apre uno squarcio sul mondo di chi la racconta, innescando curiose dinamiche di relazione nel gruppo, al cui interno emerge anche la tendenza a cadere in pregiudizi e stereo-tipi. Agli occhi degli altri il barbuto Tariq ha l’aspetto del tipico musulmano dietro il quale si può nascondere un terrorista.</p>
<p style="text-align: justify;">La signora Pritchett invece rompe gli schemi e ha il coraggio di svelare, proprio davanti al marito, che guardando un’altra coppia in un ristorante si è resa conto che al loro matrimonio, anche se apparentemente impeccabile, manca qualcosa. La storia scorre perfettamente, come le altre otto, con il loro realismo, e il loro fascino dovuto alla profondità e alla sensibilità dell’autrice. Il romanzo, che non costringe il lettore a inutili sforzi di attenzione, <strong>esplora con semplicità i meccanismi più intimi che servono a formare l’identità di ognuno di noi</strong>.</p>
<p>di <strong>Preeti Mehra</strong>, The Hindu<br />
da <strong>Internazionale</strong>, 25 giugno 2011</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Descrizione</strong><br />
Abbiamo tutti una storia da raccontare. &#8220;<em>Non credo che nessuno possa trascorrere la vita senza che gli capiti almeno una cosa speciale</em>&#8220;, dice Urna ai suoi compagni di viaggio. Ma è un viaggio da fermi quello che la ragazza e altre otto persone sono costrette a compiere. Si sono incontrati per caso solo poche ore prima, in una sala d&#8217;attesa nell&#8217;ufficio consolare di una città americana: a parte il funzionario e la sua segretaria, sono tutti lì per ottenere un visto per l&#8217;India. Devono partire quando all&#8217;improvviso il terremoto scuote l&#8217;edificio facendolo crollare: &#8220;<em>fu come se un gigante avesse appoggiato le labbra sulle fondamenta e si fosse messo a urlare</em>&#8220;. Così quelli che dovevano essere viaggiatori per l&#8217;Oriente si ritrovano intrappolati tra le pericolanti mura di uno stanzino, con il rischio che il soffitto crolli da un momento all&#8217;altro, l&#8217;acqua invada i locali o una fuga di gas faccia esplodere tutto. Una nonna cinese che ha vissuto tanti anni in India e la sua nipotina punk e occidentalizzata, una coppia di bianchi unita più dalle reciproche debolezze che dall&#8217;amore, un giovane musulmano in cerca di risposte e un veterano ancora ossessionato dalle domande, due colleghi infedeli e Urna, una studentessa universitaria che sta preparando un esame sui Racconti di Canterbury&#8230; <strong>E proprio Urna ha un&#8217;idea: perché ognuno non racconta la propria storia, anzi la storia di una cosa speciale che è accaduta nella loro vita?</strong></p>
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		<title>A colloquio con William Dalrymple. Le nove porte dell&#8217;India mistica</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2011 04:53:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prasannamati Mataji è una di quelle figure gentili che si vedono camminare per le strade dell&#8217;India, intente a non calpestare neppure il più piccolo essere vivente. Talvolta nude, talvolta vestite di bianco, con una retìna sulla bocca per evitare di uccidere gli insetti che vi potrebbero entrare. Prasannamati ha trentasei anni e ha iniziato la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Prasannamati Mataji </strong>è una di quelle figure gentili che si vedono camminare per le strade dell&#8217;India, intente a non calpestare neppure il più piccolo essere vivente. Talvolta nude, talvolta vestite d<a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/06/dalrymple-nove-vite-4845136_0x440.jpg" rel="lightbox[13156]"><img class="alignright size-medium wp-image-13159" title="&quot;Nove Vite&quot; di William Dalrymple" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/06/dalrymple-nove-vite-4845136_0x440-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a>i bianco, con una retìna sulla bocca per evitare di uccidere gli insetti che vi potrebbero entrare. Prasannamati ha trentasei anni e ha iniziato la sallekhana, il digiuno rituale estremo, culmine e termine della sua vita ascetica. La morte è motivo di entusiasmo per chi come lei si è consacrato alla fede jaina.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua storia è una delle nove che <strong>William Dalrymple</strong>, storico e scrittore scozzese che vive in India da 25 anni, ha deciso di raccontare in <strong><span style="color: #808000;"><em>Nove vite</em></span></strong>, in libreria da mercoledì (Adelphi, traduzione di Svevo D&#8217;Onofrio, pagg. 370, €24.00). «<em>Nella sua forma più pura, il jainismo è una religione pressoché ateistica e le immagini dei liberatori jaina, intensamente venerate nei templi, non rappresentano tanto la presenza del divino, quanto la sua totale assenza</em>», spiega l&#8217;autore, che ha una trisnonna bengalese ed è pronipote di Virginia Woolf.<br />
<span id="more-13156"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La storia di Rani Bai</strong>, prostituta sacra, è agli antipodi. «<em>Se mi sedessi sotto un albero e ti raccontassi quanta sofferenza dobbiamo patire, le foglie di quell&#8217;albero cadrebbero come lacrime</em>», confida Rani. È una devadasi, donne consacrate alla dea Yellamma fin da bambine (nonostante sia ora illegale). La madre divina non le protegge dall&#8217;Aids, che le stermina a migliaia, ma ne salva la reputazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il subcontinente indiano lascia i visitatori occidentali turbati dalle molteplici espressioni di fede. «<em>Era troppo poco tempo che mi trovavo in India, per trovare qualcosa da sostituire alla mia abitudine alla religione di stato: la libertà religiosa era una specie di vuoto a cui mi affacciavo con le vertigini</em>», spiegò bene Pier Paolo Pasolini nel suo reportage del 1961 L&#8217;odore dell&#8217;India. «<em>Fare un quadro della religione indiana è impossibile</em>», aggiunse poco dopo. Lo pensa anche Dalrymple, che però riesce, con nove intensi ritratti di individui, a dare profondità e spessore alla storia ricchissima e antichissima delle innumerevoli religioni, culti, rituali e tradizioni del paese. <strong><em>Nove vite </em>è anche un libro di viaggio, ma offre diversi livelli di lettura ed è stato scritto per gli indiani</strong>. A Delhi è diventato un bestseller.</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Cerco di non fare generalizzazioni eccessive </em>- spiega Dalrymple -. <em>Ci sono così tanti &#8220;continenti&#8221; in questo paese che se si comincia a parlare troppo in generale, presto si finisce per cadere in contraddizione</em>». Ha scelto nove uomini e donne che nulla hanno in comune, se non il filo conduttore: «<em>Volevo raccontare i cambiamenti nella vita religiosa nella moderna Asia meridionale. Siamo tutti cresciuti con il cliché del fachiro sul letto di chiodi, dell&#8217;India mistica. Sotto certi aspetti questo c&#8217;è davvero: un&#8217;intensa vita religiosa, una straordinaria varietà di culti. Ma l&#8217;India è anche molto altro: un grande potere industriale, una grande letteratura, la migliore democrazia funzionante della regione. Ho provato a guardare attraverso la spaccatura tra tradizione e modernità, per capire come quel mondo stia sopravvivendo nella nuova India, accanto allo sviluppo, al boom economico, ai romanzi che vincono il Booker prize. Sopravvive? Soffre? Vive? Queste sono le domande che mi sono posto</em>».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/06/le-nove-porte-dellindia.jpg" rel="lightbox[13156]"><img class="alignleft size-full wp-image-13160" title="le nove porte dell'india" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/06/le-nove-porte-dellindia.jpg" alt="" width="258" height="258" /></a>Sopravvive, nel deserto del Rajasthan e altrove, l&#8217;antichissima arte dei <strong>bhopa, bardi nomadi analfabeti</strong>. È struggente la storia di <strong>Mohan</strong> e di sua moglie Batasi, due cantori depositari di un grande poema epico medioevale, l&#8217;Epopea di Pabuji. Quattromila versi che per essere recitati richiedono cinque notti. Mohan iniziò a impararlo a memoria a quattro anni. Nella mente dei cantastorie sono conservate altre interminabili rievocazioni di gesta eroiche. Vicende storiche intrecciate ad avvenimenti soprannaturali da un processo mitopoietico durato secoli che le ha trasformate anche in un rituale per invocare le divinità del racconto. I bardi itineranti recitavano a memoria persino il Mahabharata, quindici volte più lungo della Bibbia. Morì nel 1928 l&#8217;ultimo cantore che ricordava l&#8217;ancora più sterminata Storia di Hamza, ricchissima epopea indomusulmana.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle grandi città si sono persi i riferimenti alla vita agreste celebrata in questi canti e pochi hanno le notti a disposizione per ascoltarli. Ma contrariamente agli antichi poemi epici europei &#8211; Iliade, Odissea, Beowulf e La canzone di Rolando &#8211; le epopee orali del Rajasthan sono ancora vive, preservate dalla casta di bhopa che viaggiano di villaggio in villaggio mettendole in scena fin nelle zone più remote del deserto.<br />
Sopravvivono perché sono stati trasformati in rituali religiosi, ipotizza Dalrymple. «<em>I bhopa sono divenuti ricettacoli di messaggi degli dei, capaci di attraversare il muro, che in India è sempre piuttosto permeabile, tra divino e mondano</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">«<em><strong>È uno stereotipo vedere l&#8217;India come un paese mistico. Io penso che molta gente sia terribilmente materialista, e credo sia sempre stato così</strong>. Nella storia di questo paese si trovano diversi individui, come Buddha, che intraprendono un percorso religioso come reazione alla società del loro tempo. È il materialismo dell&#8217;antica India a trasformare Buddha in un santo</em>» sostiene Dalrymple, che arrivò nel subcontinente per caso, per poi non lasciarlo più. Il suo sogno era fare l&#8217;archeologo nel Medio Oriente.<br />
«<em>In risposta alla modernità l&#8217;India sta seguendo il modello americano o cinese, invece di quello europeo. In Europa le chiese si stanno svuotando, sotto molti aspetti dio sta morendo. Il 70% degli americani invece va a messa una volta alla settimana. E anche l&#8217;India sta diventando più religiosa. Le persone della mia età, di 40-50 anni, pensavano che la superstizione induista sarebbe scomparsa, e invece non è successo. La gente sta tornando al tempio, riscopre i pellegrinaggi, inventa nuovi rituali. E su Internet c&#8217;è un&#8217;enorme vitalità religiosa</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Ad una domanda sul business della fede in India, e sulla recente scoperta dell&#8217;immensa fortuna accumulata dal religioso Sai Baba, Dalrymple risponde che secondo lui è una caratteristica unicamente cristiana il dividere la ricchezza dalla religione. Aggiunge che comunque ha evitato di parlare nel libro dei moderni ashram, al centro di vari scandali, di altre forme di spiritualità di moda tra gli occidentali e in generale degli intrecci tra culto e affari. «<em>Non ho esplorato neanche il legame tra la religione e la politica, del quale ho scritto diverse volte come giornalista</em>», spiega. Ma si parla di politica a un livello più alto nella storia di Lal Peri, l&#8217;«<em>estatica fata rossa</em>», una mistica sufi che vive nel Sindh, provincia pachistana. Culla del sincretismo indoislamico gravemente minacciata dall&#8217;avanzare dei wahhabiti, con il loro islam intransigente. Aspirano al ritorno al Califfato. In Pakistan le loro scuole coraniche sono passate da 245 a 8mila in 60 anni e si è inasprito un conflitto teologico vecchio di secoli. Da un lato il divieto dei wahhabiti dell&#8217;uso rituale della musica, della poesia, delle immagini, della venerazione dei sepolcri, dall&#8217;altro i sufi che rifiutano un credo troppo rigoroso, che non tiene conto della debolezza dell&#8217;uomo. Sono lontani i tempi del moghul Dara Shikoh, che scrisse dell&#8217;unità essenziale tra le vie mistiche di induismo e islam nel suo trattato dal titolo eloquente: La congiunzione dei due oceani.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Lara Ricci,<br />
</strong>da <strong>Il Sole 24ore,  </strong>19 giugno 2011</p>
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		<title>&#8220;Nessun Dio in vista&#8221;di Tyrewala Altaf</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 05:26:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[edito Feltrinelli Sembra Spoon River ma è Bombay. Epitaffi in vita e in prosa. Brevi capitoli schierati a staffetta lungo stravaganti sentieri narrativi -traffico di strade e cuori- di una megalopoli post industriale che è motore, scenografia e tomba a cielo aperto fiorita di spine e humour. Un tunnel di contraddizioni per viventi. In fondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">edito <strong>Feltrinelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sembra Spoon River ma è Bombay</strong>. Epitaffi in vita e in prosa. Brevi capitoli schierati a staffetta lungo stravaganti sentieri narrativi -traffico di strade e cuori- di una megalopoli post <img class="alignright size-full wp-image-12470" title="&quot;Nessun Dio in vista&quot;di Tyrewala Altaf" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/04/nessun-dio-in-vista-169.jpg" alt="" width="169" height="262" />industriale che è motore, scenografia e tomba a cielo aperto fiorita di spine e humour. Un tunnel di contraddizioni per viventi. In fondo al quale &#8220;Nessun dio in vista&#8221; a timbrare di significato le peripezie dei suoi abitanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Salman Rushdie</strong> lo ha definito &#8220;<em>spumeggiante, un primo romanzo sicuro di sé, pieno di verve e di talento</em>&#8220;: <strong>Tyrewala</strong>, nato nel 1977, già cassiere, operatore in un call-center, portiere e scrittore di manuali d&#8217;uso, ha forse tradotto il suo personale e caleidoscopico indian way of life in sapienza narrativa. Autore arguto, teso, intelligente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;opera d&#8217;esordio che sfoglia il dizionario dei sinonimi e contrari dell&#8217;Umanità.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-12469"></span><strong>Nomi, cognomi, episodi e confessioni: storia e anagrafe di Bombay -uomini e donne, adolescenti e anziani, indù e musulmani, poveri e ricchi- in ritratti che si passano il testimone per caso, coincidenza, coinvolgimento o omonimia. Nessun protagonista: una catena -brillante e levigata- di personaggi che comunicano per sfioramento.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di spoonriveriana misura i tre fulminanti capitoli iniziali, che presentano tre quarti della famiglia Khwaja. La moglie, ex poetessa dalle metafore minuziose, zittita da una quotidianità che ha il ronzio dell&#8217;aria condizionata e della televisione accesa. Il marito, che non riconosce più la &#8220;mediocre&#8221; poetessa sposata ventisei anni prima. E il figlio che cerca cuore e dimora in Internet, perché &#8220;casa è dove la mamma mi insegue con un piatto di cibo e poesie congelate negli occhi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tyrewala invia un messaggio chiaro su tasti ruvidi: niente poesia a Bombay.</strong><br />
Così Minaz, la figlia del quarto capitolo, se ne va a abortire. Nell&#8217;abbozzata compagnia di un fidanzato adolescente che cerca invano di punire un istinto sessuale che pare avere una propria vita e volontà. E il medico abortista del capitolo quinto -la madre morta calpestata in un pellegrinaggio alla Mecca dove intendeva pregare per la salvezza del figlio peccatore- si imbatte in un lancinante &#8220;omologo delle voci dei bambini mai nati&#8221; ascoltando in cassetta gli accordi di chitarre dei Nirvana e i Radiohead.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è dolore in fuga stantia, nella moderna, antica Bombay. Diciotto milioni di abitanti, quattordici lingue, otto religioni: tra spezie e puzzo di fogna, reporters cinici e guru invasati, cacciatori di &#8220;<em>estranei</em>&#8220;che non conoscono i motivi dell&#8217;estraneità, gangster alle prese con la stitichezza, macellatori di polli e scarafaggi, ballerine che donano infelicità a passo di danza scomposta, conversioni religiose di bisnonni che hanno lasciato eredità di esilio ai pronipoti, omonimi di un terrorista ucciso dalla polizia, commercianti annoiati e falsi insegnanti di poesia urdu, &#8220;la capitale economica e culturale del subcontinente indiano&#8221; gioca i suoi segreti a capitoli scoperti. Ma non si intravede divino e lieto fine a chiudere la partita di sopravvivenza: &#8220;tutti, prima o poi&#8221; -ricorda Robert Louis Stevenson, citato in chiusura- &#8220;siedono a un banchetto di conseguenze&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Silvia Giuberti</strong>,<br />
da <strong>Il Sole 24ore</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nessun dio in vista</em> ricorda una pièce tragicomica o un videoclip a più voci ambientato in una frenetica Bombay. Attraverso lo sguardo dei numerosi personaggi delineati con tratti sicuri, <strong>Tyrewala</strong> descrive una variegata umanità alle prese con il quotidiano, che si confronta con il peso della tradizione, le derive del progresso, la povertà, l’imposizione o l’assenza dei valori, gli scontri religiosi e i dubbi esistenziali.<br />
<strong>Il libro si apre con l’autoritratto della signora Khwaja</strong>, un tempo poetessa capace di attardarsi ore e giorni sulle metafore più sottili, adesso ridotta al silenzio dal suo ruolo di angelo del focolare, moglie e madre immersa ventiquattr’ore al giorno nei suoi compiti e messa a tacere dal brusio del condizionatore e della tv.</p>
<p style="text-align: justify;">Prende la parola il signor Khwaja, che dichiara di non riconoscere più sua moglie dopo ventisei anni di matrimonio, di non trovare più poesia nella loro vita, racconta del figlio Ubaid, che vive perennemente connesso a Internet, e della figlia Minaz, mai a casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Entra in scena <strong>Ubaid</strong>, per lui la casa è sua madre che gli propina cibo, suo padre che borbotta, rimprovera e si lamenta, sua sorella, che di fronte a tutto questo fugge via, mentre lui stesso si rifugia in Rete, alla ricerca di altri come lui. Incontriamo <strong>Minaz</strong>, è incinta, ma ci spiega subito che sta andando ad abortire, accompagnata dal fidanzato che si premura più che altro del fatto che i genitori non lo vengano a sapere. Ma c’è anche il racconto del medico, che la società condanna perché pratica aborti. Si sente un benefattore, uno che aiuta le esistenze degli altri, le voci dei non nati lo perseguitano, anche se poi riesce a metterle sempre a tacere. E così via, quasi trasportati da una brezza divina, o come in una corsa a staffetta, i lettori assistono alle vicende grandi e piccole, pubbliche o private di santoni in crisi, mendicanti, cinici reporter, commercianti, poliziotti, gangster e un’infinità di altri personaggi, tutti intenti a interpretare come possono le loro vite su quel meraviglioso e ribollente palcoscenico che è Bombay.</p>
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		<title>&#8220;La stanza della musica&#8221; di Namita Devidayal</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 07:38:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[di Namita Devidayal edito Neri Pozza È un pomeriggio d’estate a Bombay nel quartiere malfamato di Kennedy Bridge. Durante il mattino, la zona sottostante il ponte somiglia a qualsiasi altra strada affollata della città, gremita di venditori ambulanti e di passanti frettolosi. Ma già a partire dalle prime ore del pomeriggio, i marciapiedi davanti ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Namita Devidayal</strong><br />
edito <strong>Neri Pozza</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un pomeriggio d’estate a Bombay nel quartiere malfamato di Kennedy Bridge. Durante il mattino, la zona sottostante il ponte somiglia a qualsias<img class="alignright size-full wp-image-12372" title="&quot;La stanza della musica&quot; di Namita Devidayal" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/03/La-stanza-della-musica-di-Namita-Devidayal.jpg" alt="" width="160" height="257" />i altra strada affollata della città, gremita di venditori ambulanti e di passanti frettolosi. Ma già a partire dalle prime ore del pomeriggio, i marciapiedi davanti ai bordelli e ai ritrovi per soli uomini si riempiono di sguardi equivoci e indiscreti.<br />
Proprio nei pressi dei bordelli, in fondo alla strada, vive <strong>Dhondutai</strong>, la grande musicista, l’allieva di Bhurji Khan, il figlio di Alladiya Khan, il leggendario fondatore del <em><strong>gharana</strong></em> di Jaipur, una delle più antiche scuole di musica classica indiana, e di <strong>Kesarbai</strong>, la cantante celebre per essere stata una donna senza peli sulla lingua, ma che quando intonava un raga di straordinaria bellezza dietro l’altro trascendeva davvero la sua natura mortale.<br />
<span id="more-12371"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sono le cinque, quando Namita e sua madre arrivano a casa di Dhondutai. <strong>Namita</strong> ha dieci anni e un solo desiderio: fare sua la divina arte dei raga.<br />
La sua futura insegnante la accoglie con un sorriso angelico. Alta più o meno un metro e mezzo, porta una sari bianca, stirata e inamidata con cura. Ha i capelli neri cosparsi da un’abbondante dose di olio e un aspetto sorprendentemente giovanile. La fa subito entrare nella stanza della musica: una cameretta angusta, con due lucidi tanpura appoggiati alla parete, le pareti spoglie, a parte una fotografia ingiallita dei genitori, un Ganesh in technicolor, ritagliato dal vecchio calendario di un’industria farmaceutica, e il ritratto di Kesarbai Kerkar, con il capo coperto da una sari bianca, i capelli con la riga da una parte e un filo di perle al collo.<br />
In ogni angolo di quella stanza sembra risuonare una musica senza tempo, persino sul volto di Dhondutai che, tra quelle mura, pare totalmente ignara degli uomini intenti a bighellonare intorno ai bordelli sotto la sua finestra. Arrivare da lei, pensa Namita, è stato come attraversare uno stagno sudicio per raggiungere un bellissimo fiore di loto…</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #808000;"><em><strong>La stanza della musica </strong></em></span>è la storia di Namita, del leggendario <strong>Alladiya Khan</strong>, che non può trasmettere la sua arte ai figli, e di Kesarbai, sboccata, volubile e affascinante. Tuttavia, è la storia soprattutto di <strong>Dhondutai</strong>, personaggio tragico e insieme energico; una donna schiva e ritrosa, eppure animata da una ferrea determinazione.<br />
Scritto impeccabilmente, ricco di aneddoti, notizie gustose e leggende, <span style="color: #808000;"><strong><em>La stanza della musica </em></strong></span>è un libro che ci <strong>restituisce l’avventura di una donna che sacrifica tutto alla ricerca della perfezione, in nome di un’antica arte che richiede la piú assoluta devozione</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #808000;"><strong>Dhondutai Kulkarni </strong></span>è una delle più importanti cantanti viventi di musica classica indiana. Appartiene alla scuola Gharana di Jaipur, fondata da Alladiya Khan e, più tardi, rappresentata da Kesarbai Kerkar. Si dice che uno scienziato americano volle una registrazione del canto di Kesarbai da mandare in orbita, insieme ad opere d&#8217;arte e formule matematiche, per salvare una testimonianza del genio umano in caso di catastrofe planetaria.</div>
<div style="text-align: justify;">L&#8217;autore <span style="color: #808000;"><strong>Namita Devidayal</strong></span>, nata nel 1968 inizia a prendere lezioni di musica a dieci anni. Nonostante dimostri una discreta propensione, a diciotto anni decide di partire per gli Stati Uniti per studiare all&#8217;Università di Princeton. Dopo la laurea diventa giornalista. Oggi vive a Mumbai e lavora per il<em> Times of India</em>.<br />
<em>La stanza della musica </em>è un libro autobiografico ed è il suo primo romanzo. Nominata agli India Youth Icon Awards, Namita Devidayal sta lavorando alla sua seconda pubblicazione.</div>
<p style="text-align: center;">hanno detto del libro &#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">«(<em>Dhondutai) Come vivendo in una bolla, continua a trasmettere alle allieve tradizioni, insegnamenti, storie, tecniche che sembrano frammenti di una fiaba. [...] a Bombay un romanzo d&#8217;esordio che svela un mondo</em>».<br />
<strong>Monica Capuani</strong>, <strong>D &#8211; La repubblica delle donne</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Ricco di aneddoti, notizie gustose e leggende, il libro narra l&#8217;avventura di una donna che sacrifica tutto alla ricerca della perfezione, in nome di un&#8217;antica arte che richiede la più assoluta devozione</em>».<br />
<strong>Bresciaoggi</strong>, <strong>Il giornale di Vicenza</strong>, <strong>L&#8217;Arena</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Un universo fatto di leggende, eccentricità, virtuosismi. E, soprattutto, anonimo sacrificio a un&#8217;arte sconosciuta</em>».<br />
<strong>A &#8211; Anna</strong></p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Sullo sfondo di Bombay, l&#8217;avventura di una donna che sacrifica tutto alla ricerca della perfezione in nome di un&#8217;antica arte</em>».<br />
<strong>Europa</strong></p>
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		<title>&#8220;Garam Masala&#8221; di Bulbul Sharma</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 08:04:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>samuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[edito ObarraO Il tema della morte e quello del cibo s’intrecciano costantemente in questa raccolta di nove racconti che oscillano tra il macabro e l’esilarante, toccando spesso punte commoventi. Le donne che Sharma dipinge da una prospettiva interamente femminile sono snelle, alla moda, forti, prosperose, pure, maligne, coraggiose e divertenti. Gli uomini al contrario sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">edito <strong>ObarraO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>tema della morte e quello del cibo s’intrecciano costantemente in questa raccolta di nove racconti </strong>che o<img class="alignright size-full wp-image-12318" title="&quot;Garam masala&quot; di Bulbul Sharma" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/03/garam-masala-di-Bulbul-Sharma.jpg" alt="" width="146" height="230" />scillano tra il macabro e l’esilarante, toccando spesso punte commoventi. Le donne che Sharma dipinge da una prospettiva interamente femminile sono snelle, alla moda, forti, prosperose, pure, maligne, coraggiose e divertenti. Gli uomini al contrario sono deboli, precocemente senili, impotenti, maschilisti e ottusi (con rare eccezioni).<strong> Un gruppo di donne si riunisce per preparare il banchetto di un funerale e questa diventa la cornice alla Mille e una notte di una serata di racconti</strong>. Ogni donna ricorda un incidente della propria vita. Scopriamo così della corsa in risciò attraverso prati fioriti, per incontrare l’uomo dei sogni, che finisce in disastro; o della moglie frustrata che scavalca il muretto del terrazzo per passare la notte con il virile e attraente vicino.<br />
<span id="more-12317"></span>Le donne del libro sono tutt’altro che perfette, ma si guadagnano la simpatia incondizionata del lettore: quando la timida Nanny non ne può più e decide di uccidere il marito ingozzandolo di cibo, non si può non parteggiare per lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Un filo rosso ricorrente in questo intreccio di storie è quello dei genitori rimasti soli a casa che cercano disperatamente di allacciare un contatto con una generazione di figli emigrati all’estero. Commoventi i tentativi di Jamini di riconquistare il figlio – tornato dagli Stati Uniti con la fissazione per le calorie e l’igiene – cucinandogli solo cibo di prima qualità. Le delicate descrizioni delle visite annuali dei figli della diaspora, che tornano alle case d’infanzia con occhi nuovi, senza poter fare a meno di notare la miseria, suonano tremendamente reali. Sharma traccia il quadro desolato di una frattura abissale, fisica ed emotiva, che separa due generazioni e che è destinata a raggiungere un punto di non ritorno. Questa esile raccolta di storie è come un kit professionale per preparare il masala, con ogni ingrediente e ogni spezia nel suo scomparto. <strong>È un libro da gustare a piccoli morsi, per assaporare meglio le sfumature e gli aromi. Ogni storia ha il suo sapore unico che contribuisce a quello del piatto forte: e il piatto forte – c’è bisogno di dirlo? – è una festa dei sensi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Kankana Basu</strong>,<br />
dal  <strong>The Hindu</strong></p>
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		<title>La mia India &#8211; pensieri in viaggio</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 14:05:53 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Libri India]]></category>

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		<description><![CDATA[di Paola Pedrini, edito Polaris &#8220;Non so perché ho scelto l’India. Forse perché sono sempre in attesa che succeda qualcosa e questo paese dalle mille sfumature mi sembra terreno fertile per le mie speranze.” Inizia così il percorso dell’autrice, un viaggio prima di tutto dentro se stessa: un’anima che diventa specchio in cui si riflettono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paola Pedrini</strong>,<br />
edito <strong>Polaris</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Non so perché ho scelto l’India. Forse perché sono sempre in attesa che succeda qualcosa e questo paese dalle mille <a href="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/03/cover-La-mia-India-pensieri-in-viaggio.jpg" rel="lightbox[12284]"><img class="alignright size-medium wp-image-12286" title="&quot;La mia India - pensieri in viaggio&quot; di Paola Pedrini, edito Polaris" src="http://www.shambhoo.com/wp-content/uploads/2011/03/cover-La-mia-India-pensieri-in-viaggio-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>sfumature mi sembra terreno fertile per le mie speranze.” Inizia così il percorso dell’autrice, un viaggio prima di tutto dentro se stessa: un’anima che diventa specchio in cui si riflettono le immagini di luoghi e persone, gli occhi che distinguono i colori della luce più intensa e dell’ombra più cupa, il cuore che assorbe le emozioni più forti.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’autore: <strong>Paola Pedrini</strong> è giornalista e copywriter freelance, lavora nel mondo della comunicazione da quasi dieci anni. Dalla passione per i viaggi e da quella per la scrittura nasce questo reportage, appunti presi durante due vagabondaggi attraverso quella terra che ti entra nell’anima per non uscirne mai più, l’India.<br />
<span id="more-12284"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La collana</strong>: per le vie del mondo raccoglie racconti e resoconti di viaggio, esperienze vissute da viaggiatori di ieri e di oggi lungo le strade, reali o immaginarie, in ogni angolo della Terra. Deserti, foreste, montagne, ma anche villaggi, città, metropoli sono gli scenari in cui si muovono gli autori di questi volumi riportandoci le loro storie e le loro emozioni.</p>
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