“Il fiume dell’oppio” di Amitav Ghosh
venerdì, 23 dicembre 2011edito Neri Pozza
Oppio e potere
con Ghosh la storia diventa romanzo
I commerci illegali e una Babele di personaggi in fuga
L’autore indiano firma il secondo atto della sua trilogia IBIS
Quando, tre anni fa, Amitav Ghosh, l’autore di Le linee d’ombra, Il cromosoma Calcutta, Il palazzo deg
li specchi, annunciò che avrebbe scritto un grande romanzo in tre volumi, da pubblicare distanziati nel tempo, che avrebbero seguito la stessa storia, la scommessa era sembrata quasi impossibile.
L’appassionante prima “puntata”, Un mare di papaveri, raccontava la tumultuosa società bengalese del primo Ottocento e faceva confluire sulla Ibis, una barca in fuga da Calcutta, un gruppo di personaggi scomodi, tanto diversi quanto rappresentativi di quel mondo, lasciando aperto, come in un feuilleton ottocentesco, l’interrogativo circa il seguito del ciclo. Ora, puntualmente, esce il secondo volume della saga, Il fiume dell’oppio, River of smoke (Neri Pozza). Dove Ghosh, grazie a una terribile tempesta che tutti travolge, collega i personaggi in fuga sulla Ibis al destino di altre due navi in rotta verso Canton: la Redruth, un brigantino con un carico di piante rare, e l’Anahita, una splendida nave che trasporta una gigantesca quantità di oppio.
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ben tese sembra un uccello dalle grandi ali bianche, è appena arrivata al largo dell’isola di Ganga-Sagar dove il Gange sfocia nel Golfo del Bengala.
Se il viaggio è una forma di ascesi spirituale, di spogliamento di sé, tanto più lo è (stato) quello verso l’India – meta tra gli ani ’60 e ‘70 del variopinto mosaico del movimento hippie. Molti si persero, in ogni senso. Molti, nella sperimentale evasione dal mondo inautentico dell’obbligo e delle merci (estasi, dice l’etimologia) naufragarono sulle rive infernali dell’eroina. Ma vale per quelle generazioni di drogati la dedica di Philip K. Dick: erano come bambini che giocavano per strada e a cui nessuno insegnò che vi passavano i camion. Fu un’epoca e un movimento in cui il ritorno all’evidenza – che è il modo occidentale di designare l’illuminazione, misto di nudità, autenticità, libertà – segnò un punto di ascesi spirituale spesso inattesa; una religione della religiosità, distacco e rinuncia. In India si chiamano sadhu quei ricercatori spirituali che “rinunciano”, e a cui non manca nulla; che viaggiano a piedi nudi e dormono in grotte naturali, vivono di offerte (non denaro), passano il loro tempo nella devozione del Divino a cui dedicano riti e gesti precisi, come ravvivare il fuoco; che fanno il loro “tempio” nella jungla, che è il vero senso della parola “contemplare”; che conoscono tutto del mondo che li circonda, la natura.

Lo racconta Sudhir Kakar, uno dei piu’ noti scrittori, psicanalisti e saggisti indiani, nel romanzo “

che un peso di cui farsi carico. A un passo dall’essere ormai la terza economia del mondo, con una classe media di 300 milioni di persone e una crescita economica annua del 6 per cento, resta comunque una nazione con enormi problemi: lavoro minorile, analfabetismo, malnutrizione, sfruttamento sul lavoro, malattie…
Le Indie erano terra di conquista per i guerrieri dell’armi e della fede, campo di battaglia su cui brandire la spada e la croce, vortice in cui sembrava brulicare tutta la vita del mondo e al cui movimento incessante anche gli europei si unirono. Le Indie erano una sfida per strateghi e avventurieri, per novizi educati al culto del martirio in terra straniera, il calice perfetto su cui immolarsi ad maiorem Dei gloria, l’estremo limite a cui tendere lo spirito umano. Le Indie erano, nel cinquecento, la scacchiera di Dio ma anche il luogo in cui gli uomini potevano diventare divinità.
, ormai considerato un classico moderno della letteratura di viaggio, appassionato di itinerari seguiti principalmente camminando, come quello raccontato da ‘Berlino – Mosca. Un viaggio a piedì o quello dell’anno scorso attraverso gli Usa, offre uno sguardo sull’Oriente inedito e originale, fatto di ricordi e incontri, nei sei reportage, dall’India a Shangri-La, di Assenze asiatiche. «Una tensione particolare si impadronisce di noi quando viaggiamo - scrive Buscher – e ci addentriamo in ciò che è remoto. Guardiamo e andiamo, andiamo e guardiamo, smettiamo quasi di parlare. Vediamo in un modo che costringe al silenzio le parole cui di solito ci affidiamo. Puro presente».
anto di cremazione e usa i crani come calici; uno scultore di idoli hindu convinto di creare vere divinità; un monaco tibetano che si arruola nell’esercito indiano per rientrare in patria e si ritrova invece a sparare ai pachistani. Non sono i personaggi di una fiction assurda, ma i devoti che William Dalrymple incontra nel suo coinvolgente
manzo di Chitra Banerjee Divakaruni, 
industriale che è motore, scenografia e tomba a cielo aperto fiorita di spine e humour. Un tunnel di contraddizioni per viventi. In fondo al quale “Nessun dio in vista” a timbrare di significato le peripezie dei suoi abitanti.
i altra strada affollata della città, gremita di venditori ambulanti e di passanti frettolosi. Ma già a partire dalle prime ore del pomeriggio, i marciapiedi davanti ai bordelli e ai ritrovi per soli uomini si riempiono di sguardi equivoci e indiscreti.
scillano tra il macabro e l’esilarante, toccando spesso punte commoventi. Le donne che Sharma dipinge da una prospettiva interamente femminile sono snelle, alla moda, forti, prosperose, pure, maligne, coraggiose e divertenti. Gli uomini al contrario sono deboli, precocemente senili, impotenti, maschilisti e ottusi (con rare eccezioni). Un gruppo di donne si riunisce per preparare il banchetto di un funerale e questa diventa la cornice alla Mille e una notte di una serata di racconti. Ogni donna ricorda un incidente della propria vita. Scopriamo così della corsa in risciò attraverso prati fioriti, per incontrare l’uomo dei sogni, che finisce in disastro; o della moglie frustrata che scavalca il muretto del terrazzo per passare la notte con il virile e attraente vicino.


