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Quando gli dei erano bambini

15 Agosto 2013

Categorie: Cultura & Costume Agosto 2013

Quando gli dei erano bambini

Sul tetto del mondo, nel Paese più vicino al cielo. Ovvero in Nepal, dove l’aria è sottile, le conchiglie suonano per svegliare l’universo, le donne hanno quattro mariti (ma una sola suocera) e saggi di 8 anni ti guidano nella poesia

PER IL RITO BISOGNA PROCURARSI: acqua sacra, banane, dolcetti, polvere di riso vergine, incenso per richiamare l’attenzione degli dei, fiori di Shiva in testa, e un bramino che sappia cosa fare. È quasi l’alba, e lui, il bramino, ha già chiamato ben nove pianeti a protezione, compreso Saturno con i suoi anelli. Lui è scalzo, noi coperti da scalata dell’Everest: perché siamo a Kathmandu, la capitale del Nepal, quasi 1.400 metri sul livello del mare che salgono vertiginosamente a 8.000 se includiamo, almeno con lo sguardo, le montagne che circondano in lontananza la città a Nord, coperte di ghiaccio perenne come sentinelle giganti. È laggiù che comincia l’Himalaya. Non c’è dubbio, siamo nel Paese più panoramico del mondo. E tra i più mistici possibile: quello che il bramino sta concludendo con calma serafica, infatti, è una Puja, un rito di ringraziamento di compleanno. La versione nepalese del nostro «Tanti auguri a te». La nascita è marcata nel tempo dalla posizione dei pianeti, così lui prima suona una conchiglia per svegliare l’universo, poi procede con calma serafica, finché i pianeti non sono finiti non si alza. Alla fine ti disegna il tika, il puntino rosso in fronte e lega a ciascuno un bracciale di filo colorato al polso. Ma nemmeno quando ti riempie la testa di fiori e raccomanda, se si romperà, di attaccarlo a una coda di mucca, ti sfiora l’idea di scoppiare a ridere: la solennità del Nepal sa lasciare ammutolito anche il più prevenuto degli scettici.

«Qui sono benvenuti i fedeli, simpatizzanti e curiosi di qualsiasi religione», dice il cartello davanti al tempio induista, che quasi non si distingue da quello buddista. Misto di storia, spiritualità, atmosfera di pace e tolleranza religiosa, il Nepal esercita da sempre un fascino magnetico e un po’ allucinato sugli occidentali.Terra promessa per hippie, mistici, new age e appassionati di filosofie orientali negli anni Settanta, grazie anche a una tolleranza pari a quella religiosa verso le droghe leggere, Kathmandu nei decenni ha rischiato di trasformarsi in una piccola cloaca d’alta quota, il catino di degrado internazionale ai piedi dell’Everest, ingombro della spazzatura lasciata dalle spedizioni di alpinisti come di quella prodotta dai suoi immigrati freak allo sbando. «Ma oggi le cose sono cambiate», dice Givan, lo studente che ci fa da guida dipanando con pazienza gli aspetti più misteriosi della vita nepalese, «puoi tenere al massimo 10 piante di marijuana per uso personale, ma è vietato vendere». Qualche fan del giardinaggio in effetti sopravvive. Ma la composizione umana non è più quella da musical Hair di un tempo. E l’aria, in città, per quanto tra le più inquinate del mondo («Abbiamo la più pulita, sull’Himalaya, e insieme la peggiore nello stesso Paese», ride Givan. «Del resto qui convivono anche la montagna più alta e la popolazione più bassa di statura»), è di una serenità palpabile.

Per coglierla, andiamo dritti al «piccolo Tibet»: lo stupa di Boudhanath, il più grande tempio buddista fuori dal Tibet, dal 1300 domina il centro di Kathmandu in una piazza circolare che sembra quasi un villaggio a sé stante chiuso nel cuore della città. Piccoli baretti dove si beve birra tibetana di miglio hanno tavoli sui tetti. Ti siedi, e guardi monaci di tutte le età, molti con tanto di iPad che bruciano candele, meditano, pregano da soli sulla grande spianata. Forse è il più noto monumento del Nepal, ma visto dal vivo, tra le bandierine tibetane (sono preghiere) al vento e i due occhi del Buddha «che non sente, non parla, non giudica ma tutto vede», è una bella emozione. Il business dell’alpinismo ha lasciato alla città anche uno stile di abbigliamento unico al mondo: costumi tibetani con giacche tecniche da Reinhold Messner, ottantenni con i ramponi, bambini scalzi ma griffatissimi, contadine tibetane con il sari a telaio nero e rosso e piumino fluo: sui «resti» lasciati dalle spedizioni himalayane fiorisce un ampio mercato di tende, piccozze, ramponi che trasforma la città in un unico pittoresco campo base.

MENO DI MEZZ’ORA IN AUTO da Kathmandu e si apre un altro mondo. A Bhaktapur, patrimonio Unesco dell’Umanità, ogni scorcio è fermo al Medioevo asiatico. Vicoli stretti, finestre merlate,venditori di zucchero filato o di momo, i ravioli al vapore locali, e una piazza, Durbar Square, che sembra in tutto e per tutto la scena di un film, abitanti intabarrati (fa freddino) compresi. Non per caso. «Sì, è davvero da film», dice Givan, «Bernardo Bertolucci ha girato qui Il piccolo Buddha. Ha chiuso tutto per tre mesi, e i venditori di ortaggi la mattina non potevano andare al mercato, ma nessuno se l’è presa. Siamo grati a questo italiano che ha amato il Nepal. Grazie a lui siamo quasi famosi».
Bertolucci, ovvio, aveva cercato bene: Baktapur, che lui ha trasformato nella reggia del Principe Siddharta, è un viaggio nel tempo, dove ancora i vasai cuociono operosi la terracotta per strada, i fornai trasportano dolci come nel presepe, e tutto, da qualunque angolo lo guardi, lascia totalmente incantati. Una città modello per il Nepal, grazie alla cooperazione tedesca che l’ha restaurata pezzo per pezzo in modo spettacolare.

Eppure gli abitanti non sono così abituati ai visitatori: «Ma voi siete cinesi?», ci chiede serissima una bambina con le trecce lucide tirate in due fiocchi da figurina antica e la divisa della scuola cattolica. Purtroppo in Nepal, Paese poverissimo dove la maggioranza dei bambini non possiede scarpe, né mai andrà a scuola, il lavoro infantile è considerato tradizione. Come il culto del «sacerdote bambino», che a otto anni è il capo del Tempio d’Oro di Patan, e non può cambiare mai i vestiti né usare il sapone o vedere i suoi genitori (fortunatamente è in carica per poco più di un mese, poi può tornare a casa). O la poliandria, molto praticata tra gli sherpa: una donna può sposare più di un uomo, fino a quattro, di solito fratelli. Un modo come un altro, in una società esente da gelosia (il tradimento è punito con una multa irrisoria, ma se coinvolge un Lama o un monaco, tutti esentati) per mantenere le proprietà intatte.

UNA DONNA NEPALESE che difficilmente si sposerà è la kumari,la «dea bambina»: si dice che chi la sposa muore entro sei mesi.Venerata perfino dal re, che necessita della sua benedizione per legittimare il trono, l’incarnazione divina viene scelta con una selezione che coinvolge i medici e astrologi più in vista del Nepal. Le kumari,letteralmente «vergini», sono più di una ma le due che contano sono a Patane a Kathmandu. Trattata come una divinità, la bambina vive isolata, truccata e vestita come Durga (tra l’altro, dea mortifera e terrificante) e non può ferirsi, non può giocare. E allo sviluppo sarà destituita. Ce la mostrano da una finestra, con il divieto tassativo di fotografarla. Meglio, perché il suo sguardo nero di kayal fa una certa pena. Ma poi sorride. Forse pensando che ha compiuto undiCi anni, tra poco sarà libera.

Scritto da Laura Fiengo
da Vanit Fair 9 agosto 2013 

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