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Il casto maestro dell'erotismo

19 Agosto 2013

Categorie: Cultura & Costume Agosto 2013

Il casto maestro dell'erotismo

Il «Kamasutra» fu scritto da Vatsyayana in regime di totale astinenza

I tre fini dell’esistenza – scrive Vatsyayana Mallanaga, l’autore del Kamasutra, il più antico trattato erotico dell’induismo, composto intorno al III secolo d. C. – sono il potere, il piacere e la religione. Se uno immagina che l’arco della vita di un uomo duri cento anni, è bene suddividere questo tempo in tre fasi distinte, in modo tale che «si integrino armoniosamente anziché danneggiarsi a vicenda». L’infanzia è la stagione della conoscenza: fondamentale per acquisire il potere; la giovinezza è per il piacere; la vecchiaia, per la religione e la liberazione. Vatsyayana – della cui vita non si sa quasi nulla – scrisse questo libro, conosciuto in Occidente solo fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in regime di assoluta castità. È lui stesso a dichiararlo: come a volerci ricordare che le cose che riusciamo a immaginare, a intuire e a descrivere meglio sono quelle che desideriamo e non possediamo. È una regola che vale sempre: anche per i romanzi.

Il piacere è al centro del Kamasutra. Tuttavia, il lettore commetterebbe un grosso sbaglio, se si avvicinasse a questo libro, che probabilmente è il compendio di altri testi che lo precedono, con l’idea di trovarvi soltanto i sessantaquattro gesti dell’amore: insomma, la «meccanica» dell’accoppiamento fra l’uomo e la donna, per la quale, grazie anche alle volgarizzazioni, è diventato tanto famoso da trasformare il suo titolo in un simbolo. Certo, nel Kamasutra, nulla è dimenticato per ciò che riguarda la fisicità e il corpo. I baci, i graffi, le carezze, i morsi, i giochi, le penetrazioni, le percosse, gli odori: tutto è considerato con scrupolo e attenzione dal suo autore che, ricordando il versetto di una Upanishad («L’uomo è fatto di desiderio sessuale»), potrebbe affermare che il desiderio sessuale è il liquido seminale della mente.

Ma il Kamasutra va ben oltre. È libro di uno scrittore che conosce profondamente la psicologia dell’uomo e della donna; conosce il segreto degli sguardi e il mistero delle seduzioni; è mondano perché sa che si vive nel mondo; non ignora la furbizia e l’ingenuità, la rozzezza e la poesia; e, in definitiva, offre al lettore un ritratto ricchissimo dell’India antica: l’India che, ancora oggi, miracolosamente sopravvive nei suoi colori e nei suoi profumi inebrianti, nei fasti decaduti dei suoi palazzi e nei suoi giardini, nella oscurità della sua luce, negli occhi simili al carbone dei suoi uomini, nella inimitabile eleganza e nella sinuosità dei fianchi delle sue donne.

All’origine della prassi – scrive Vatsyayana – c’è sempre un testo. Nel suo, chi lo leggerà troverà molti utili consigli, molti ammaestramenti, molti suggerimenti che lo aiuteranno nell’amore. Saprà, per esempio, che ai sessantaquattro gesti dell’amore dovrà accompagnarsi la pratica di ben sessantaquattro arti: come il canto, la pittura, la danza, la disposizione dei fiori, la preparazione delle bevande, la prestidigitazione, la conoscenza delle gemme, la lettura ad alta voce, tra le prime. Saprà che, se vorrà essere uomo di mondo, dovrà condurre una giornata di questo tipo: sveglia, bagno, massaggi e unguenti, qualcosa in bocca per avere sempre un alito perfetto; colazione e pranzo; sonnellino; giochi con i pappagalli; la sera musica e canti; contatti con le messaggere; arrivo delle donne nel salotto. Saprà che le doti di una messaggera sono l’audacia, la lingua sciolta, la conoscenza dei segnali che rivelano le emozioni e la capacità di indovinare il momento giusto – mentre le donne che solo potrà considerare (guardandosi da quelle di casta inferiore, da quelle che emanano cattivi odori, e in generale dalle brutte) sono di tre tipi: le vergini, le donne di seconda mano, le cortigiane.

Il capitolo sul sesso è forse il meno intrigante del Kamasutra. Vi sono elencati (oltre alle dimensioni degli organi sessuali maschili e femminili) i vari tipi di abbracci (quello denominato «rampicante avvinghiato», la «salita sull’albero», il «riso e sesamo», il «latte e acqua», quello stretto delle cosce e quello dei bacini); i tre tipi di baci: il casuale, il carezzevole e il fremente (molto adatti per una vergine); i vari tipi di graffi: che comprendono, tra gli altri, quello «a pelle d’oca», quello a «zampa di tigre», quello a «foglia di loto»; i vari modi di accoppiarsi (semplici, sovente acrobatici come appaiono nelle sculture dei templi di Khajuraho, talvolta inconcepibili dalla modesta fantasia dell’uomo occidentale); i vari tipi di gemiti che accompagnano l’amplesso: che sono il mugolio, il rantolo, il balbettio (ai quali, però, la donna può aggiungere il verso della colomba, o del pappagallo, o dell’usignolo) – mentre per la fine dell’amplesso ci sono solo l’ansimare, il pianto, l’urlo (simile al suono che fa, spezzandosi, una canna di bambù) e il singulto (simile al suono prodotto da una bacca che cade nell’acqua); i vari movimenti dell’uomo; i vari movimenti della donna; e tutto il resto.

Assai più belle e fascinose sono, invece, nel Kamasutra, quelle che possono essere considerate delle vere e proprie scene teatrali. Per esempio tutte le scene teatrali che hanno a che vedere con gli sguardi (la donna che sta sulla soglia di casa, la donna che dalla loggia guarda la strada principale, la donna che guarda fissa, la donna – segno infallibile, questo, dell’amore – che «se viene guardatavolge gli occhi di lato»). Oppure il momento in cui l’amante introduce la donna amata nella stanza del piacere, prendendola per mano e facendola giacere sul letto (per poi offrirle dolci e vino). Oppure, il momento in cui le scioglie la veste. O quello, subito dopo l’amplesso, nel quale i due amanti, imbarazzati come se non si conoscessero, vanno separatamente nella stanza da bagno. O quello in cui, finalmente, dopo i tre sacrosanti giorni di castità che seguono la cerimonia del matrimonio, i due sposi fanno l’amore. O quello in cui, con occhi umidi, luccicanti di passione, contemplano il cerchio della luna. È in queste scene, teatrali e poetiche, che sfuggono a ogni codice, che è contenuto, infatti, il paradossale e fondamentale messaggio del Kamasutra.
L’uomo e la donna cercano, cercano sempre e vorrebbero sapere. Ma, alla fine – dice Vatsyayana – «queste cose sono segrete, e volubili la mente e il cuore, chi può sapere cosa va fatto, e quando, e come, e da chi?»

di Giorgio Montefoschi
dal Corriere della sera,  22 agosto 2010

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