L’uomo dell’acqua «Ecco come porto da bere in tutto il Nepal»

FILIPPO BASTIANELLO, 29 anni lavora a Kathmandu
Il giovane ingegnere vicentino è salutato come un eroe: «Prima gli abitanti camminavano per ore adesso utilizzano i rubinetti»

L’acqua era un miraggio per i nepalesi. Ora non più, grazie ad un giovane ingegnere ambientale vicentino. Filippo Bastianello, 29 anni, gestisce la progettazione di 30 acquedotti in Nepal per conto di un’azienda veronese, la “Agmin Italy srl”. A Kathmandu, la capitale del Nepal con circa 950 mila abitanti, Filippo Bastianello è salutato dalla gente come un eroe. È diventato l’uomo dell’acqua, che vive quello che è un lavoro come una missione di solidarietà.

 

Il giovane risiede in Nepal da 9 mesi e lavora come capo- progetto: ha portato l’acqua a due passi dagli abitanti, abituati a camminare per ore prima di recuperarla. «È difficile immaginare cosa possa significare per un nepalese – racconta l’ingegnere che da un paio di giorni è tornato nella sua città d’origine, in occasione delle feste natalizie – avere l’acqua a portata di mano, quando prima gli abitanti dei villaggi dovevano percorrere un tragitto che per noi sarebbe lungo come da Vicenza ad Asiago».
Perché, precisa, gli acquedotti «si trovano tutti alle pendici dell’Himalaya, tra i 3 mila e i 4 mila metri d’altezza, mentre i villaggi sono più alti e i metri di dislivello sono almeno 1000». Non solo acquedotti: Filippo Bastianello, che terminerà tra tre mesi questa esperienza all’estero, è il project manager di 107 impianti per la macinazione del grano in grande quantità. Prima dell’esperienza nepalese, per conto di un’altra azienda veronese, ha riprogettato tutte le fognature della città di Doha, la capitale del Qatar.

In che cosa consiste esattamente il suo lavoro?
Per la mia azienda, che si occupa di trading e offre servizi di ingegneria, sono il capo progetto in Nepal di due lotti: il primo riguarda gli acquedotti, il secondo la macinazione del grano. In entrambi i casi l’elettricità, generata da una pompa negli acquedotti, e da un motore nelle macine, viene fornita attraverso pannelli fotovoltaici che provvediamo ad installare. Quindi tutto si svolge nel massimo rispetto dell’ambiente.

La progettazione è affidata a lei, mentre la costruzione degli impianti…
È affidata alle imprese locali. Che così creano posti di lavoro. Io prendo contatti con i fornitori di tutto il mondo, curo l’arrivo della merce a Kathmandu e l’organizzazione delle squadre nei cantieri. Poi controllo l’avanzamento del lavoro.

Com’è cambiata la vita della gente grazie ai suoi progetti?
Ogni abitante doveva camminare ore e ore, sostenendo nella migliore delle ipotesi 1000 metri di dislivello, per recuperare l’acqua per l’uso quotidiano. Ora l’acqua, grazie ad alcune opere di ingegneria, raggiunge direttamente i villaggi in tre fasi.

Com’è la vita a Kathmandu?
A due volti. Ce n’è uno, molto bello, che concerne il modo con il quale sei accolto dalla gente.

E cioè?
Se dimostri di essere una persona perbene, presto diventi amico di tutti. Ti fanno subito sentire parte della loro famiglia.

Per lei è così?
Tante volte mi capita di fare visita ai villaggi. Dovunque c’è un’accoglienza straordinaria. Mi fanno sentire un eroe perché la mia azienda è riuscita a ridurre notevolmente la distanza tra ciascun abitante e la risorsa più preziosa per la vita quotidiana, cioè l’acqua. La gente mi guarda con meraviglia, specie i bambini. Quando mi rivolgo ai piccoli dicendo “Namaste” (che significa “saluto il divino che è in te”), loro capiscono che sono uno di loro e mi sorridono.

Il volto meno positivo invece?
Le condizioni di vita sono pessime. I servizi igienici sono approssimativi, per usare un eufemismo. I bambini sniffano colla lungo le strade. Il 90 per cento delle case resta senza elettricità per 6 ore al giorno, non hanno il riscaldamento. Per non parlare delle strade. Ti viene voglia di fare dell’altro, oltre il tuo lavoro.

Spieghi meglio.
In Nepal non esistono le strade. Sai quando parti, ma non sai mai se arrivi alla meta e quando ci arrivi. Sono tutti percorsi sterrati. Se piove, la macchina rimane imprigionata nel fango.

Le è capitato di non raggiungere una meta o di raggiungerla a fatica?
Dovevo recarmi in un cantiere con un amico. Stavamo viaggiando in auto, quando ci ha sorpresi una frana. La ruota posteriore della macchina si trovava ad un livello più basso, abbiamo dovuto costruire un muro di sponda con le mani per riportarla a livello e farla ripartire. Poi è iniziato a piovere con insistenza e l’auto è rimasta impantanata nel fango. Non puoi mai stimare il tempo di percorrenza.

Dal punto di vista culturale che cosa apprezza?
Nella capitale si trovano scuole, accademie ogni dieci metri. Tutti parlano bene l’inglese, i bambini conoscono almeno due lingue.

Il tratto caratteristico dei nepalesi?
Il nepalese medio è mentalmente bloccato nella realtà. Non vede la possibilità di progredire, di fare qualcosa per raggiungere una migliore qualità di vita. E quando dai ad un abitante del Nepal qualcosa da fare, lo realizza sempre al 70 per cento. Si accontenta.

Tornerà in Italia a lavorare?
Dovrei restare in Nepal fino a marzo. Poi la mia intenzione è di trovare lavoro a casa e di mettere a frutto tutto quello che ho imparato e sto imparando. Questa esperienza mi sta arricchendo molto.

di Marta Benedetti
da Il Giornale di Vicenza, 24 dicembre 2011

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