Lo chiamano progresso – Arundhati Roy
venerdì, 30 dicembre 2011Il capitalismo non può garantire benessere e giustizia sociale per tutte le persone. Il discorso di Arundhati Roy a Zuccotti park il 16 novembre 2011
Ieri la polizia ha sgombrato Zuccotti Park, ma oggi le persone sono tornate. La polizia dovrebbe sapere che la protesta di Occupy Wall street non è una lotta per il territorio. Non stiamo combattendo per occupare un parco, ma per la giustizia. Giustizia non solo per il popolo degli Stati Uniti, ma per tutti. Con la protesta cominciata il 17 settembre, siete riusciti a introdurre un nuovo immaginario, un nuovo linguaggio politico nel cuore dell’impero.
Avete riportato il diritto di sognare in un sistema che cercava di trasformare tutti i suoi cittadini in zombie stregati dall’equazione tra consumismo insensato, felicità e realizzazione di sé. Per una scrittrice, lasciate che ve lo dica, questa è una conquista immensa. Non potrò mai ringraziarvi abbastanza.
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li specchi, annunciò che avrebbe scritto un grande romanzo in tre volumi, da pubblicare distanziati nel tempo, che avrebbero seguito la stessa storia, la scommessa era sembrata quasi impossibile.
ben tese sembra un uccello dalle grandi ali bianche, è appena arrivata al largo dell’isola di Ganga-Sagar dove il Gange sfocia nel Golfo del Bengala.
Se il viaggio è una forma di ascesi spirituale, di spogliamento di sé, tanto più lo è (stato) quello verso l’India – meta tra gli ani ’60 e ‘70 del variopinto mosaico del movimento hippie. Molti si persero, in ogni senso. Molti, nella sperimentale evasione dal mondo inautentico dell’obbligo e delle merci (estasi, dice l’etimologia) naufragarono sulle rive infernali dell’eroina. Ma vale per quelle generazioni di drogati la dedica di Philip K. Dick: erano come bambini che giocavano per strada e a cui nessuno insegnò che vi passavano i camion. Fu un’epoca e un movimento in cui il ritorno all’evidenza – che è il modo occidentale di designare l’illuminazione, misto di nudità, autenticità, libertà – segnò un punto di ascesi spirituale spesso inattesa; una religione della religiosità, distacco e rinuncia. In India si chiamano sadhu quei ricercatori spirituali che “rinunciano”, e a cui non manca nulla; che viaggiano a piedi nudi e dormono in grotte naturali, vivono di offerte (non denaro), passano il loro tempo nella devozione del Divino a cui dedicano riti e gesti precisi, come ravvivare il fuoco; che fanno il loro “tempio” nella jungla, che è il vero senso della parola “contemplare”; che conoscono tutto del mondo che li circonda, la natura.





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Sui vari aspetti della relazione tra antico e moderno, tra forza del passato e spinta verso il futuro, tra scrittura e tecnologia, sono interpellate l’esperienza e la sensibilità di alcune autrici tra le più rappresentative della scena letteraria dei due paesi . Un dialogo tra donne – scrittrici, studiose, operatrici culturali – che inizia con questi incontri romani e proseguirà in India con due tappe, a Nuova Delhi e, successivamente, a Calcutta nell’ambito della più importante fiera editoriale indiana, la Kolkata Bookfair, che quest’anno avrà come paese ospite d’onore l’Italia.
















