Ladakh, un viaggio nel mito di Shangri-la
In mezzo alle montagne dell’Himalaya è sopravvissuta una piccola terra cosparsa di monasteri buddisti, che sembra rinnovare il mito della favolosa Shangri-La. È il Ladakh, il lembo più settentrionale dell’India, un deserto di alta quota, dove una coraggiosa popolazione di monaci, di pastori e di contadini attaccati alla loro altissima tradizione spirituale tiene testa alle mire espansionistiche dei pakistani e dei cinesi.
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Il Ladakh è un paese tutto in verticale. Leh, la capitale (un’ora e mezza di volo da Delhi), sorge a 3500 metri e i passi che si superano per spostarsi da una vallata all’altra si spingono fino ai 5603 m del Khardung La, il più alto valico carrozzabile del mondo.
Le cime superano i 7000 metri e sono coperte di neve, ma sulla sabbia dei fondovalle si aggirano i cammelli. Nei numerosissimi monasteri aggrappati ai ripidi fianchi delle montagne vivono comunità di centinaia di monaci. Qui il Dalai lama è di casa, perché il Ladakh è il luogo in cui il buddismo tibetano ha meglio conservato le tradizioni, che i cinesi stanno smantellando in Tibet.
Le feste estive – L’estate è la stagione in cui nei grandi monasteri del Ladakh la popolazione si riunisce per celebrare sontuose feste. La più famosa è quella del monastero di Hemis, dove i monaci si abbandonano a danze convulse dopo lunghe attese di meditazione. Non meno frequentate per l’intervento degli oracoli, che si incarnano in uomini ogni anno diversi, le feste dei monasteri di Stok e di Matho, dove i monaci si lanciano i danze acrobatiche con gli occhi bendati. Anche nel remoto monastero di Lamayuru, in una zona desertica detta Moonland, si tengono balli con maschere grottesche.
Non meno frequentate per l’intervento degli oracoli, che si incarnano in uomini ogni anno diversi, le feste dei monasteri di Stok e di Matho, dove i monaci si lanciano i danze acrobatiche con gli occhi bendati. Anche nel remoto monastero di Lamayuru, in una zona desertica detta Moonland, si tengono balli con maschere grottesche.
testo di Franco Brevini
foto e articolo da Il Corriere della sera, 17 giugno 2011
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