Come diventare un dio dio indiano
«Quando vedo uno degli idoli che ho fatto in uso in un tempio o in una processione cerco di non pensare che si tratta di qualcosa fatto da me, o persino fatto dall’uomo. Non penso neppure che sia una statua bella o brutta. Penso: questo è un dio. Naturalmente sono molto fiero – aggiunse. Sorrise e scosse lentamente la testa da un lato all’altro –. È umano. Di solito li vorrei tenere per me, ma questo è il mio mestiere e così prima o poi devono lasciarmi, proprio come una figlia lascia suo padre quando si sposa. Quando gli occhi vengono aperti con la cesellatura delle pupille fatta con un cesello d’oro, quando la divinità assume la forma dell’idolo e diventa viva, non è più mia. È colma di divino potere e io non posso più nemmeno toccarla. Allora non è più la creazione di un uomo, ma solamente un dio».
Questa testimonianza appassionata del rapporto dell’umano verso il divino è narrata da Srikanda Stpathy un bramino scultore di statue sacre attivo nel Tamil Nadu. Egli è l’ultimo discendente in una linea familiare di trentacinque generazioni trasferitasi nel sud del l’India ai tempi della dinastia Chola che raggiunse il massimo splendore dalla metà del nono al tredicesimo secolo e che produsse la più apprezzata scultura in bronzo della civiltà indiana.
La raccolse William Dalrymple per il suo ultimo libro, Nine Lives, una serie di narrazioni affascinanti sulla condizione popolare attuale delle religioni tradizionali nelle varie regioni dell’India.
L’autore aveva esordito, nel 1990 a soli 22 anni con In Xanadu, resoconto di un viaggio da Gerusalemme all’antica capitale dei mongoli Shangdu, visitata da Marco Polo e nota nella tradizione letteraria inglese come Xanadu. Il libro fu un successo e lo trasformò in una sorta di enfant prodige della letteratura di viaggio in Asia. Fu il primo di una serie di libri avvincenti, romanzi, saggi, guide, a tema soprattutto anglo-indiano ambientati nel Sette e Ottocento e da noi usciti per i tipi della Rizzoli.
Nine lives è la raccolta di nove vicende umane recuperate da Dalrymple in ogni parte dell’India, e affrontando otto lingue diverse, con «ogni vita a rappresentare una forma di devozione diversa o di un differente percorso religioso. Ciascuna vita va intesa come una chiave per penetrare nel modo in cui ogni vocazione religiosa specifica sia stata colta e trasformata nel vortice della metamorfosi dell’India durante questo periodo di veloce transizione e allo stesso tempo rivelatrice della persistenza straordinaria della fede e dei riti di un panorama in rapido cambiamento».
Un muratore di pozzi, che per sopravvivere fa durante i weekend il guardiano di un carcere infiltrato dalla mafia e dalla politica locali, per due mesi l’anno diventa un danzatore sacro nei templi del Kerala, lo stato dove risiede. Hari Das si trasforma in Vishnu, una delle tre divinità supreme dell’induismo. Ma il dio entra in lui e in questa possessione divina egli sublima la sua dura condizione di vita e di custode di un carcere dove molt
i dei delinquenti continuano a svolgere la loro attività e a contare di più di chi li custodisce vivendo in un rischio costante.
Racconta di essere sempre assai teso fino al momento in cui il dio si manifesta: «È come una luce abbagliante. Quando i tamburi rullano e suonano e la tua acconciatura è finita, ti danno uno specchio da tenere in mano e guardi la tua faccia trasformata in quella di un dio. A quel punto arriva. È come un’improvvisa esplosione di luce. Si spalanca una visione di brillantezza assoluta, acceca i sensi. Quella luce permane durante tutta la rappresentazione. Tu diventi il dio. Ogni timore svanisce. Cambia anche la tua voce. Il dio si manifesta e trascina. Tu diventi un semplice veicolo, uno strumento. Nell’estasi è il dio che parla, e gli atti, sensazioni, pensiero, parola, sono gli atti del dio. Il danzatore è una persona normale, ma questo essere è divino».
Quello che emerge dalle narrazioni raccolte è un rapporto diretto col divino ed esso pare tanto più genuino e intenso quanto meno prestigiosa sia la persona implicata. La narrazione, sempre condotta in prima persona dagli intervistati, tocca temi che potrebbero sembrare addirittura di magia nera. Vi si trova la vicenda di una donna che, lasciato il violento marito e le figlie, trovò rifugio a Tarapith, non lontano da Calcutta, nell’area destinata alle cremazioni, l’amore di un sadhu e il culto tantrico della terrifica dèa Tara o Kali di cui egli è un maestro potente.
Toccante, fra le storie, è quella di una giovane e affascinante monaca jainista entrata nella sallekhana, la parte più severa della sua disciplina religiosa già durissima. Essa consiste, avendo rinunciato già a tutto: famiglia, casa, ogni avere, di abbandonare volontariamente, ritualmente e progressivamente ogni forma di nutrimento e sussistenza fino all’estinzione. La monaca era stata preceduta in ciò dalla sua compagna di monacazione che, gravemente malata di tubercolosi, aveva accelerato tale pratica e morendo aveva lasciato la sua amica presa dalla malinconia. «Dopo che Prayogamati morì, non riuscii a sopportarlo. Piansi anche se non dobbiamo farlo. Ogni tipo di emozione è considerato un ostacolo al raggiungimento dell’illuminazione. Dobbiamo coltivare l’indifferenza, ma io la ricordavo ancora». – La sua voce tremò ancora. Inclinò lentamente la testa –. «L’attaccamento è qui anche adesso. Non posso farci nulla. Siamo vissute insieme vent’anni. Come posso dimenticare?».
Così, forse, lo stesso distacco più assoluto potrebbe divenire una forma di attaccamento?
di Gian Carlo Calza,
da Il Sole 24ore, 5 giugno 2011
Nine lives. in search of the sacred in modern india William Dalrymple, Bloomsbury, London pagg. 284|£ 8,99









