«Kashmir» di Raimondo Bultrini
Il clima nella capitale d’inverno del Kashmir indiano è piovoso con sprazzi di sole accecante che si riflette sul placido lago Dal.
Sereno e perturbazioni improvvise corrispondono a ciò che sta avvenendo tra cielo e terra, sulle montagne innevate ai confini con il Pakistan, così come lungo le vecchie strade sotto coprifuoco nella decadente Venezia dell’Est: Srinagar, irrorata di canali solcati dagli shikara, barconi addobbati come gondole e piccole canoe dei pescatori, che in mancanza di turisti ripuliscono flemmatici l’acqua dalle alghe.
Dopo anni di una relativa calma e ripresa degli affari, grazie alla drastica riduzione delle infiltrazioni di terroristi dall’Azad Kashmir pachistano, la vita attorno al lago è di nuovo sospesa da quasi tre mesi tra incertezza e paura. Prova ne sono i magnificenti e solitari giardini degli imperatori islamici Moghul, affollati nei fuggevoli tempi di pace da scolaresche e coppie di innamorati a passeggio. Le loro belle rose oggi fioriscono e appassiscono non viste su prati ben curati ma vuoti. I giardinieri del governo sono tra i pochi a lavorare per i rari turisti e visitatori che ancora arrivano a Srinagar nonostante una sanguinosissima Intifada a colpi di pietre costata in dieci settimane già 65 morti, di cui la metà sotto i 18 anni e alcuni tra i 9 e gli 11.
Ma l’intera Valle, che l’India rivendica formalmente dalla Partizione col Pakistan del 1947, è anche al culmine della più capillare e prolungata serrata indipendentista antiindiana della storia recente. A guidarla con calendari settimanali di scioperie manifestazioni teoricamente pacifiche – non ci sono state vittime finora tra i soldati – sono i partiti indipendentisti tradizionali, con in testa il vecchio patriarca 84enne Syed Ali Shah Geelani, che ha passato decenni in prigione e ora è tornato di nuovo agli arresti.
Ma i veri protagonisti dell’Intifada a colpi di sassi sono spesso irrispettosi dei suoi stessi ordini di non usare violenza. Sotto gli slogan del “Quit India movement“- “India vattene“- sfilano i volti puliti e sbarbati di migliaia di ragazzi e ragazzini delle scuole medie e superiori, spesso delle elementari.
Per la prima volta così massicciamente in piazza scendono anche le loro sorelle e madri. Fanno parte per lo più dell’esercito di parenti e conoscenti di quanti, 125mila in meno di 20 anni, hanno perso la loro vita per la causa della separazione: morti a un posto di confine con un fucile in mano, oppure lungo una strada di Srinagar e nei villaggi delle precedenti rivolte degli anni ’90 e del 2008.
A preoccupare le donne c’è il fatto che molti muoiono in carcere sotto tortura, e molti altri ancora – sarebbero 30mila e tutti giovani i desaparecidos della Valle – spariscono senza lasciare traccia. A consolarle non serve sperare che i loro figli siano finiti ad allungare oltre confine l’esercito dei fondamentalisti islamici. Fedeli alla tradizione dei santi e pacifici mistici Sufi dell’Islam, i kashmiri non hanno la stessa visione estrema delle leggi Coraniche, né il desiderio della vendetta di sangue.
Molti cittadini di Srinagar – nessuno sa quanti – sono anche in disaccordo con le serrate e le sassaiole, «che non porteranno da nessuna parte», come sentiamo direa bordo di uno dei rari taxi collettivi in servizio. Eppure tutto è fermo, paralizzato dalla paura di un nuovo scontro, di un altro giorno di coprifuoco, mentre corrono le voci di un aiuto esterno alla rivolta da parte del Pakistan.
Finché si spara a Srinagar – ci dice un ufficiale dell’esercito indiano – Islamabad può rifiutarsi di assecondare la richiesta Usa e del governo di Delhi per un intervento più forte in Afghanistan.
A dilatare verso tempi indefiniti la fine di questa ennesima tragica rivolta della Valle, è l’impressionante quantità di vittime civili che alimentano col loro “martirio” la rabbia e il desiderio della popolazione di veder scomparire presto le pattuglie e gli odiati bunker, disseminati in 200 incroci della sola capitale. A ogni funerale una marcia e una sassaiola, una nuova vittima, poi un nuovo funerale che finirà nel sangue.
Tutto è iniziato l’11 giugno, quando un 17enne è stato colpito alla testa da un candelotto dei militari sparatoa distanza ravvicinata durante una manifestazione anti-indiana nello stadio di Rajouri Kadal. Tufail Ahmad, morto col cranio fracassato, era figlio unico e studiava brillantemente, ma quel giorno tornava da una lezione privata al momento sbagliato e nel posto sbagliato. Presto la rabbia per l’”errore” dei soldati si è sommata a quella già manifestata dalla piazza per altre tre vittime innocenti, trasportatori uccisi a maggio lungo il confine pachistano da una pattuglia di “cacciatori di terroristi” con l’uniforme dell’esercito. Tufail non partecipava alla furiosa sassaiola cominciata senza preavviso in città per protestare contro l’incidente sul confine, e la sua innocenza è presto diventata la bandiera della rivolta, frutto di un malcontento che cova sotto la cenere da molte generazioni. Non solo quelle nate e cresciute dopo i massacri degli anni ’90, ma tutte le precedenti, dalla partizione del 1947, che ha diviso e schiacciato il Kashmir tra India e Pakistan, fino ai lontani martiri del regime dei Maharaja Dogra. Ogni studente delle elementari sa che quei principi hindu acquistarono la Valle dagli inglesi a metà dell’800 pagandola poche migliaia di rupie più qualche capra e cavallo, prima di cederla 63 anni fa all’India in cambio della difesa dagli invasori musulmani, giunti in massa dal neonato Stato islamico.
Fatto è che la chiusura di negozi, banche, uffici e scuole a nord e a sud di Srinagar sta mettendo in ginocchio l’intera Valle, il Paradiso in terra che l’India non vuole assolutamente perdere, al costo di spese militari enormi e di una crescente impopolarità tra gran parte della popolazione musulmana. Di nessuna autorità gode invece il governo locale di Omar Abdullah, considerato un fantoccio di Delhi come i suoi predecessori. Eppure quando morì suo nonno Sheik Abdullah fu accompagnato al cimitero da due milioni di kashmiri in lacrime. Oggi la sua tomba è protetta per paura di una dissacrazione. Sheik paga l’errore di essersi fidato del premier indiano Nehru che promise un referendum sull’autodeterminazione mai avvenuto. Ma nemmeno Gesù Cristo se la sentirebbe oggi di dire: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra.
di Raimondo Bultrini - Srinagar
da la Repubblica, 06 settembre 2010sezione: Mondo









