Un pellegrinaggio laico nella geografia dell’anima

Per un attimo, dimenticate l’ inventore leonardesco: il creatore del primo calcolatore elettronico italiano e di leggendarie macchine da scrivere portatili (come Valentine). Provate a non pensare all’identità più conosciuta di Ettore Sottsass, tra i padri del radical design. E sfogliate Scritto di notte (in uscita da Adelphi). Avrete una rivelazione.

Non un diario di lavoro, né un taccuino di poetica. Dinanzi a voi è un autentico e sorprendente esercizio narrativo. L’esordio di uno scrittore postumo.

Un libro irregolare, asimmetrico, di straordinaria efficacia. Una prova che ha dietro di sé una lunga preistoria: i tanti – e spesso clandestini – avvicinamenti di Sottsass alla scrittura letteraria. Dapprima, i reportage (in parte raccolti in un’ antologia edita da Neri Pozza nel 2002); poi, le fulminanti «didascalie» (ora in Foto dal finestrino, Adelphi, 2009).

Da questo retroterra è nato Scritto di notte. Non solo un’autobiografia. Ma un testamento, una confessione. Un romanzo privato che, talvolta, mostra assonanze con l’Autobiografia scientifica di Aldo Rossi.
Sottsass parla di sé in prima persona. Ripercorre le sue avventure: dall’Austria a Torino, dall’esperienza al fronte al ritorno in Italia. Si dona senza filtri, nella sua nudità: «corpo fragile, esposto all’ aggressione dei climi». Si affida ad associazioni libere, accostando situazioni e momenti dentro una fitta trama di dissonanze. Elabora una sorta di sceneggiatura della sua vita, in cui salda sviluppo lineare e gusto per il frammentario: rispetto dell’ andamento cronologico dei fatti e, insieme, passione per le sequenze interrotte. Aedo moderno, riattraversa eventi e occasioni. Grande affabulatore, disegna un’emozionante geografia dell’anima.

Nel richiamarsi alle Memorie d’oltretomba di Chateaubriand, estrae dai sottosuoli del ricordo epoche, incontri, luoghi. La Seconda guerra mondiale, l’Italia del boom. La Milano esaltante del Bar Jamaica. Il Giappone. E l’India, descritta sulle orme delle annotazioni pasoliniane. Infine, l’ America: «un’America ancora antica», regno di una gigantesca, violenta e barbarica rivoluzione.

Un pellegrinaggio laico, costellato di amori (intense le pagine sulla passione con la Pivano). E di dialoghi con maestri involontari: «Sono amico della gente incerta, perplessa, modesta che cerca di capire». In filigrana, intravediamo un intellettuale solitario ed eccentrico, la cui voce appare qui ironica e disincantata. Sottsass ha abitato molti mondi, rimanendo però sempre dentro «i confini del provincialismo».
Ha sperimentato, innovato. Ma è stato ferito soprattutto da melanconie. In fondo, Scritto di notte è un diario esistenziale di struggimenti. In alcuni passaggi, si evocano diaspore. Il bisogno di recuperare perfezioni perdute, incantesimi intangibili. Nell’epilogo, leggiamo: «Si continua ad abbandonare qualcosa. Si continua a dire addio».

di Trione Vincenzo,
dal Corriere della Sera, 13 giugno 2010

Lascia un Commento