Viaggio nella Piazzetta della Portofino indiana

Lavasa (Maharashtra) – Le case sono state costruite una a fianco all’altra e dipinte con colori vivaci. Alle loro spalle c’è una collina coperta di alberi e punteggiata di ville. Davanti una piccola insenatura intorno alla quale presto apriranno bar, negozi e ristoranti. Suona familiare? Ai lettori del Sole probabilmente sì, ma qui in riva al Warasgaon, un lago artificiale dell’India centroccidentale, il rimando al borgo marinaro più famoso d’Italia è molto meno scontato di quanto sembri.

Cliccare sulle foto per ingrandirle

La maggior parte delle famiglie che hanno comprato un appartamento a Lavasa, una città in via di costruzione a circa tre ore da Mumbai, non sanno che in realtà il posto dove sognano di andare a vivere si chiama Portofino. L’equivoco è legittimo non solo perché la somiglianza tra gli edifici costruiti dalla Hindustan Construction Company e quelli della cittadina ligure è impressionante. Ma anche perché sul materiale promozionale del progetto è stata usata proprio un’immagine di Portofino per illustrare “la vita lacustre a Lavasa“, avendo cura di eliminare con il fotoritocco il campanile della Chiesa di San Martino che, in uno degli stati più convintamente induisti del paese, avrebbe suscitato qualche perplessità.

Dietro questo progetto che ha già messo sul mercato e venduto 1.400 appartamenti c’è però ben altro della semplice (e un po’ disinvolta) promessa di uno buen retiro mediterraneo. Chi ha comprato gli appartamenti di Portofino Street il più delle volte ignora l’origine del nome della via, ma sa benissimo cosa vuole: lasciarsi alle spalle tutto quello che rende invivibili le grandi città indiane, senza rinunciare a ciò che le rende interessanti come buone scuole, ospedali seri e, possibilmente, delle opportunità di lavoro.

Quella che stiamo costruendo – spiega Anuradha Paraskar, senior vice president di Lavasa Corporation – non è una località di vacanza dove trascorrere i week-end. Il nostro è il primo progetto mai tentato in India di sviluppare un nuovo centro urbano con un’economia che funziona 365 giorni all’anno e che è in grado di ospitare e dare lavoro a famiglie di estrazioni sociali differenti, offrendo a ognuna una qualità della vita superiore a quella delle altre città indiane“. Quando il progetto sarà concluso, nel 2021, a Lavasa potranno vivere circa 300mila persone sparse su oltre 32mila ettari di terreno collinare dove per legge non si potrà costruire su più del 30% della superficie disponibile.

Per quella data la città dovrà essere diventata autosufficiente, ospitando un numero tale di “industrie non-inquinanti” da renderla attraente per il nuovo ceto medio indiano. I settori a cui puntano i promotori di Lavasa sono la ricerca, la formazione, le biotecnologie, la moda, il cinema, il turismo e l’Information technology. A renderli fiduciosi sulle possibilità di portare tra queste colline un numero sufficiente d’imprese ci sono soprattutto due fattori: la vicinanza dei talent pool di Mumbai e Pune, nelle cui aree metropolitane vivono complessivamente circa 30 milioni di persone; e la presenza di quelle reti infrastrutturali (stradali, idriche e soprattutto elettriche) che nei grandi centri urbani da tempo non riescono a crescere alla velocità richiesta dal boom demografico ed economico.

Io mi considero una hardcore mumbaite – spiega Paraskar – ma l’amore per la mia città non mi impedisce di vedere quanto siano macroscopici i suoi difetti: il traffico, l’inquinamento e il fatto che per poter comprare una casa a prezzi accettabili si debba accettare di vivere a due ore di macchina dal centro“. Con 24 milioni di residenti nella propria area urbana, una distribuzione di acqua e corrente elettrica a dir poco irregolare e uno dei mercati immobiliari più proibitivi del pianeta, Mumbai incarna forse meglio di qualunque altro posto in Asia la fatica di vivere in una metropoli di un paese in via di sviluppo.
Ma non per questo è un’eccezione. Secondo una ricerca pubblicata lo scorso aprile dal McKinsey Global Institute da qui al 2030 la popolazione urbana dell’India passerà da 340 a 590 milioni di persone; il numero di città con più di un milione di abitanti salirà da 42 a 68 (in Europa sono 35) e il 70% dei nuovi posti di lavoro verranno creati lontano dalle campagne e dai piccoli centri dove oggi vivono i due terzi della popolazione. Lo tsunami migratorio che si abbatterà sui centri urbani sarà più impetuoso nelle grandi metropoli, sei delle quali (nell’ordine Mumbai, Delhi, Kolkata, Chennai, Bangalore e Pune) tra 20 anni avranno da 33 a 10 milioni di abitanti.

Secondo gli autori della ricerca la velocità a cui sta avvenendo l’urbanizzazione dell’India sta ponendo “sfide politiche e manageriali senza precedenti” in un paese che “ha appena iniziato a discutere” su come affrontare il cambiamento epocale in corso. E il prezzo di non saper gestire questo processo si annuncia “enorme“, con ricadute inevitabili anche quel tasso di crescita del Pil che il governo vorrebbe portare alla fatidica soglia del 10% annuo.

Non stupisce quindi che l’autostrada tra Mumbai a Pune sia disseminata di cartelloni pubblicitari (“Che casa di lusso… vorrei che fosse mia!” esclama corrucciata una trentenne) di nuovi complessi residenziali, nuove township o, come nel caso di Lavasa, nuove città. Autentiche vie di fuga che promettono una vita in cui tutto è a portata di mano – cinema, negozi, ristoranti – e in cui si possa condurre un’esistenza depurata dagli imprevisti in un ambiente “sterile”, al riparo dalla sporcizia, l’inefficienza e la miseria circostanti.
Uno degli esempi più vistosi di questa tendenza si chiama Aamby Valley City e sorge anch’essa non lontano da Mumbai sulle rive di un altro lago artificiale. In questo caso si tratta di una gated community per super ricchi a cui viene offerta la possibilità di volare da e per la capitale finanziaria indiana a bordo di un piccolo jet privato. Con il suo campo da golf, gli acquascooter e la finta parete di roccia l’impressione è però quella di trovarsi in un enorme parco divertimenti per adulti irretiti dalla prospettiva di passare i finesettimana in una villa con una vasca idromassaggio su ogni balcone. Anche qui come a Lavasa gli architetti non hanno saputo resistere al fascino dell’esotico: con la differenza che al posto di un appartamento affacciato sulla riproduzione in scala 1:1 di un porticciolo mediterraneo in vendita ci sono, tra le altre cose, degli esclusivi “Chalet birmani“, qualunque cosa essi siano.

Nonostante i collegamenti stradali ancora approssimativi, i costi elevati e qualche aberrazione stilistica il fenomeno dei nuovi centri urbani sembra comunque destinato a prendere piede. Secondo McKinsey nei prossimi 20 anni saranno necessarie una o due nuove città satellite sul modello di Lavasa per ognuna delle aree metropolitane del paese. Tra quelli che si dicono pronti a dire addio ai grandi centri c’è anche Deepak Manwani, un agente di viaggio di New Delhi che ha deciso di investire 25 lakh, circa 43mila euro, in un piccolo appartamento di Portofino Street. “Delhi – spiega – ormai è troppo affollata e con due figli di 10 e 13 anni ho pensato che in una piccola città avranno più chance di entrare in un buon college rispetto a qui, dove a causa dell’alto numero di domande le procedure di ammissione sono infernali. I primi ad andare a vivere a Lavasa saranno loro. Poi, quando avranno finito di studiare, io sarò vicino alla pensione e assieme a mia moglie prenderò il loro posto. Non credo che rimpiangeremo Delhi. Quanto sarà più semplice vivere in una piccola città gestita da un manager anziché in una metropoli in mano a dei burocrati corrotti?“.

Foto e testo da Il Sole 24ore, 17 giugno 2010

Un Commento a “Viaggio nella Piazzetta della Portofino indiana”

  1. elio Scrive:

    ciao Ragazzi,
    ieri ho visitato Lavasa; l’impatto e’ buono e l’ambiente e’ particolarmente interessante e piacevole.
    Si ha la senzazione di vivere in una citta’ italiana.
    Mentre i quartieri residenziali sono impostati sullo stile canadese/americano.
    Siamo comunque distanti dal poter apprezzare finiture di una buona qualita’…..la qualita’ dei materiali ed il livello della manodopera sono estremamente bassi.
    Poi, non si puo’ parlare di biotecnologie e materiali a misura d’uomo: le case sono tutte costruite in mattoni di cemento pieni, i rivestimenti esterni (finto legno) , sono in plastica,
    le finestre sono di alluminio, con profilo misero e meccanismi di funzionamento da terzo mondo.
    Rimane, per me, l’idea che e’ buona , ma andrebbe sviluppata con l’importanza che merita.
    Alla prossima,
    Ciao

    Elio De Bon

    Baramati’

    India

Lascia un Commento