Tejpal: la mia India senza miracoli «Racconto il Paese reale dove i maoisti hanno milioni di seguaci»
Denunce incontro con l’autore de «La storia dei miei assassini» che sarà ospite al Lingotto
New Delhi – «Mio padre era un ufficiale dell’esercito indiano e ho conosciuto bene il nostro Paese perché ogni due anni la famiglia doveva seguirlo nei suoi trasferimenti. Nel 1983, a vent’ anni, avevo già deciso di diventare uno scrittore, ma a quel tempo in India non si poteva nemmeno immaginare di guadagnarsi da vivere con i romanzi, così ripiegai sul giornalismo: avevo bisogno di soldi anche perché volevo sposare una mia compagna di college, Giita, che poi è diventata mia moglie. Abbiamo avuto due figlie».
Tarun J Tejpal, seduto alla scrivania da direttore del settimanale «Tehelka», sintetizza così in poche parole la scelta che l’ha portato a essere uno dei maggiori scrittori del suo Paese.
- L’alchimia del desiderio, pubblicato da Garzanti nel 2006, ha venduto quattrocentomila copie nel mondo, e La storia dei miei assassini (pagine 468, 19,60), uscito in ottobre sempre da Garzanti, è subito diventato un bestseller internazionale – oltre che un giornalista di straordinario coraggio ed efficacia.
Dopo aver lavorato all’«Indian Express», al «Telegraph», a «India Today» e al settimanale «Outlook» e aver fondato la casa editrice che tra l’altro pubblicò Il dio delle piccole cose di Arundhaty Roy, Tejpal si lanciò nell’ avventura che lo ha portato a essere definito riduttivamente dalla tribù editoriale italiana come «il Saviano indiano».
Nel 2000 il giornalista di successo e scrittore ancora sconosciuto fondò un sito, «Tehelka», che si specializzò nel giornalismo d’inchiesta e di investigazione.
«Dopo un anno dall’apertura del sito – racconta Tejpal, barba brizzolata, capelli fluenti, sguardo caldo, modi diretti del reporter di razza – lanciammo la storia che avrebbe provocato un terremoto nel governo di destra e ci avrebbe portato alla chiusura. Avevamo scoperto un giro di tangenti a tutti i livelli nell’ approvvigionamento di armi da parte dell’ esercito indiano. Fu uno scandalo enorme: il ministro della difesa George Fernandes e il presidente del partito di maggioranza, il Bjp, Bangaizu Laxman, dovettero dimettersi. E noi da allora non avemmo più requie. I nostri finanziatori cominciarono a essere attaccati, fummo costretti a ingaggiare venticinque avvocati per difenderci da ogni genere di accusa, il sito passò da 124 a 4 dipendenti fino a essere costretto alla chiusura, io stesso venni minacciato di morte e ho vissuto per otto anni con la scorta. Se lei fosse venuto pochi mesi fa a trovarmi, mi avrebbe visto in compagnia di una guardia del corpo. Ma per tre anni i poliziotti che sorvegliavano sulla mia incolumità erano otto».
Tejpal minacciato di morte come il protagonista della Storia dei miei assassini, pure lui un giornalista. «Le somiglianze tra la mia vicenda personale e la storia del mio secondo romanzo – dice l’autore – finiscono qui».
Non esattamente, perché così come i mandanti delle minacce a Tejpal non sono mai stati scoperti, i potenti che stanno alla base del complotto nel libro restano avvolti da una opaca ambiguità. «Come scrittore e giornalista – spiega Tejpal – sono sempre stato affascinato dalla natura del potere, ma questo è solo un aspetto del romanzo, che ha come obiettivo di raccontare l’India vera, la realtà che non troverai mai sui magazine patinati, interessati alla pubblicità e ai lettori in quanto consumatori».
In effetti, La storia dei miei assassini, sotto la forma del thriller, è uno straordinario insight del Paese reale, «l’India silenziosa che con i suoi cinquecento milioni di indigenti e i quattrocento milioni di analfabeti fa arrossire di vergogna l’India del miracolo economico», con un tasso di sviluppo annuo vicino all’otto per cento.
I veri protagonisti nelle quasi cinquecento pagine del romanzo sono i cinque presunti assassini – il ragazzo del villaggio che ha imparato da piccolo a maneggiare il coltello per autodifesa, il musulmano gentile, il figlio di un incantatore di serpenti, un trovatello e una testa calda – che sono stati usati da qualcuno molto in alto che rimane nell’ ombra.
Quando uscì L’alchimia del desiderio, storia di un’ ossessione erotica, il Nobel Naipaul gridò al capolavoro, e anche questo secondo romanzo non ha deluso i critici. La storia dei miei assassini è tuttavia più vicino ai temi che Tejpal affronta ogni giorno nel suo lavoro giornalistico a «Tehelka» – settimanale nato cinque anni fa sulle ceneri del sito – che vende centomila copie nell’edizione inglese e trentamila in quella hindi, proponendo a ogni numero un argomento sociale forte.
«I due temi su cui abbiamo concentrato i nostri sforzi negli ultimi tempi – spiega il giornalista scrittore - sono la questione musulmana e l’insorgenza maoista. L’India, con i suoi 180 milioni di fede maomettana, è il secondo Paese musulmano al mondo, ha più musulmani dello stesso Pakistan. Il nostro sforzo è di ridurre il pregiudizio verso questa significativa minoranza che ha da sempre convissuto pacificamente con la maggioranza hindu e in cui gli estremisti sono davvero pochi. Il problema più grande oggi è a mio avviso rappresentato dall’insorgenza maoista che coinvolge diciotto Stati e milioni di persone».
In ottobre il governo ha lanciato una massiccia offensiva militare nella regione tribale del Chhattisgarh e «Tehelka» con una lunga analisi di Shoma Cahudury ha cercato di spiegare perché la risposta delle armi sia insufficiente per risolvere quello che non è un problema politico-militare ma un grande problema sociale. Un’analisi confermata in aprile quando 65 poliziotti sono stati trucidati nell’attacco di un commando maoista. «Il nostro governo – spiega Tejpal – non deve mandare truppe contro minatori, braccianti, contadini ma promuovere interventi sociali, che è l’unico modo per ridurre l’ influenza dei fanatici maoisti».
Conversare con Tarun Tejpal è come andare sulle montagne russe: ti porta in giro per la sua India; ti parla dei poveri di New Delhi e del Mahabharata, il poema epico più lungo del mondo, scritto tremila anni fa, i cui eroi ha conosciuto da bambino attraverso i racconti del padre; del suo amore per la filosofia induista di cui pervade i suoi scritti, anche se religiosamente lui si dichiara un agnostico; della formazione letteraria rappresentata da due triadi: il Franz Kafka del Processo e del Castello, Fëdor Dostoevskij, il George Orwell di Omaggio alla Catalogna e i poeti George Eliot, Walt Whitman e Conrad Aiken; della sua antipatia per «la tendenza alla semplificazione di tanti scrittori di successo che pretendono di descrivere l’India vivendo all’estero».
Chiediamo qualche nome, ma Tejpal è giornalista troppo esperto per non fiutare la trappola e cita soltanto i due autori cui è particolarmente legato: l’amica Arundhati Roy e V. S. Naipaul, «cui tutti noi scrittori della nuova generazione dobbiamo molto». Non a caso nella sua galleria di foto, alla parete dello studio, una ritrae Tejpal con Arundhati Roy a New Delhi e una a Stoccolma con Naipaul che si prepara a ricevere il Nobel.
Tejpal parteciperà sabato e domenica al Salone del libro di Torino che ha come Paese ospite l’ India. Forse anticiperà i contenuti del suo nuovo libro, che ha per titolo The Village of Masks, Il villaggio delle maschere, che è «una parabola sulle patologie del puritanesimo, si tratti di islam, cristianesimo, induismo o comunismo. Credo sia il mio libro migliore».
Di Messina Dino,
dal Corriere della Sera, 10 maggio 2010









