Sotto il sari non c’ è la femminista

Kiran Desai: donne occidentali troppo sole. Anita Nair: noi indiane più equilibrate

Salone del libro/1 Scrittrici di successo, professioniste emancipate criticano il modello europeo e americano

Saranno soprattutto le donne a dare, in questo Salone del Libro che si apre giovedì, il senso della complessità culturale del Paese ospite, l’India. Quella attesa a Torino è infatti una rappresentanza ricca, capace di dare conto dei volti diversi che la condizione femminile assume nel Paese asiatico, delle tensioni tra arcaismo e modernità che lo dominano.

«Il mio nuovo romanzo sta procedendo lentamente – dice Kiran Desai, autrice di Eredi della sconfitta (Adelphi) con cui ha vinto il Booker Prize e figlia della grande scrittrice Anita, – ma riflette proprio su questi temi.
Sono contenta di essere una narratrice perché, per quanto si possano fare affermazioni generali sulle donne, magari basate sulle statistiche, o sull’osservazione, c’è sempre una parte “emozionale” che sfugge. Il libro che sto scrivendo cerca di esplorare gli effetti della vita moderna su un essere umano, attraverso i temi della solitudine e dell’amore, attraverso ciò che noi consideriamo moderno o tradizionale, occidentale o orientale. Il centro del romanzo sarà proprio la riflessione su quanto questo processo che sta conducendo l’India a diventare una “nazione moderna“, pesi sulle giovani donne. A volte questa libertà tanto inseguita sembra essere esattamente il contrario e il desiderio di avvicinarsi a uno stile di vita occidentale sembra di fatto soltanto un avvicinarsi alla solitudine occidentale».

Insomma, non sempre e non per tutti l’emancipazione femminile è il modello. «Molte donne orientali in realtà provano una grande pena per le occidentali. Percepiscono soprattutto la solitudine, incarnata in queste vite familiari distrutte, persone che viaggiano in posti lontani per cercare l’ amore, adottare figli, trovare badanti che si occupino dei loro vecchi. Molte amiche che ho negli Stati Uniti sono esauste per tutto ciò che devono fare, quasi sempre da sole: trovare lavoro, un marito, una casa, pagare le tasse, cucinare e pulire. Vanno al cinema, in vacanza, al ristorante, dal medico, uccidono i topi di New York, tutto da sole. Viceversa, se vieni da una società ancorata alla famiglia e alla comunità, ognuno ha un ruolo preciso, non devi essere tu ad avere tutte le capacità, tutte le personalità».

Il confronto, per Kiran, è anche con le donne della sua famiglia, la madre e la sorella. «Credo che io e mia madre siamo un po’ agli estremi opposti. La generazione di mia sorella è stata la prima ad avere un ruolo importante nel mondo del lavoro. E io mi ricordo che spesso prima di andare in ufficio, piangeva tutte le sue lacrime dicendo: “Ma io non voglio lavorare!”. I miei genitori pensavano di averle garantito l’indipendenza, per lei era semplicemente orribile. Adesso, quando torno in India, vedo dappertutto donne a loro agio, spigliate e sicure di sé. Mio padre dice sempre: “le nostre donne sono le migliori del mondo, gli uomini invece sono i peggiori asini“. Forse è un’esagerazione, ma rimane il fatto che spesso sono le donne a reggere il peso maggiore della società».

Un peso anche politico, ricorda Anita Nair che al Salone presenterà il suo nuovo romanzo L’arte di dimenticare (Guanda): «Molte donne hanno raggiunto ruoli di responsabilità e fanno sentire la loro presenza in patria e all’ estero. Basta pensare alla nostra presidente, Pratibha Patil o a Meira Kumar, speaker del Parlamento, o ancora a Nirupama Rao, ministro degli Esteri. Per non parlare di molte donne che sono responsabili di aziende, artiste, scrittrici. C’è decisamente, nell’India contemporanea, un’onda favorevole: le donne stanno entrando in molte aree che prima erano loro precluse. Sono un esempio per le giovani anche se penso che dovrebbero credere molto di più in se stesse e in ciò che potrebbero fare per il loro Paese».

Come Kiran Desai, anche Anita Nair pone l’accento sulla solitudine delle donne occidentali: «È la cosa che mi colpisce di più. Probabilmente la riluttanza al compromesso rende loro difficile trovare un equilibro tra essere una persona indipendente ed essere una donna. Forse dalle “sorelle” indiane voi potreste imparare che per quanto ci si possa scrollare di dosso le norme e i limiti di un’impostazione patriarcale, bisogna comunque accettare il fatto che donne e uomini sono diversi. E che il compromesso di per sé non è una cosa brutta».

La Nair si oppone fieramente alla definizione di femminista. «Fin dal secondo romanzo, Cuccette per signora, mi hanno affibbiato questa etichetta. Ma non è così, prima di tutto perché per me il processo creativo comincia quando alcuni aspetti della vita mi colpiscono. Quindi cerco di esplorarne i motivi e facendo ciò semplicemente rispecchio la società in cui viviamo. Non voglio servire a una rivoluzione sociale. E poi, benché alcune battaglie delle donne mi stiano molto a cuore, non sono d’accordo con tutte le teorie che le femministe propongono. Ciò che mi interessa quando scrivo un libro, può non interessarmi quando ne scrivo un altro. Legarmi in qualche modo a un’ impostazione ideologica mi limiterebbe».

In questo quadro anche una scrittrice anomala come Sampat Pal, ex venditrice di tè, analfabeta, sposa a nove anni e madre a tredici, può raccontare una parte importante dell’ India. Sampat nel 2007 ha creato la Gulabi Gang, letteralmente la «banda rosa», un gruppo di ragazze che, nell’ Uttar Pradesh, uno degli Stati più poveri dell’ India, si batte, anche con la forza fisica, contro mariti (o padroni, o poliziotti) violenti e sfruttatori.
Sampat ha raccontato la sua storia in un libro intitolato Con il sari rosa (Piemme) che in Francia è diventato un bestseller. Oggi è spesso oggetto di minaccia e di intimidazioni, ma la Gulabi gang nel frattempo si è diffusa. «Tutto ciò non mi spaventa – spiega al «Corriere» prima di partire per Torino -. La mia più grande soddisfazione è vedere che sempre più donne ci seguono. È vero, a volte reagiamo con la violenza alla violenza, ma per lo più siamo estremamente civili. Sappiamo che ci sono anche altri modi per aumentare il potere delle donne. E infatti noi abbiamo scuole, centri che le assistono economicamente. La nostra banda è una lezione per il governo. L’ India è un Paese in continuo progresso. L’ economia cresce, arrivano gli investimenti. Perché non dovremmo farci carico dei problemi dei più poveri, supportare le donne e fare in modo che per loro ci sia una vera giustizia?». 

di Taglietti Cristina,
dal Corriere della sera, 11 maggio 2010

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