Giorni di pioggia a Madras

di Samina Ali, edito E/O

Giorno di pioggia a Madras potrebbe essere la storia di tante giovani donne intrappolate nei conflitti del multiculturalismo. Le comunità di immigrati spesso si isolano, arroccandosi nelle loro credenze e nei loro costumi in modo più rigido e ostinato.
Ma che succede ai loro figli cresciuti in una società straniera?
Se scelgono la via dell’assimilazione, la famiglia gli consente di farlo o li costringe a tornare alla tradizione?

Il romanzo di Samina Ali affronta tutti questi temi attraverso la vita di una giovane statunitense musulmana che viene riportata in India e costretta a un matrimonio combinato. Layla si ribella ai desideri della madre, ma questa si convince che la figlia è posseduta dai demoni e la conduce da un saggio guaritore cieco.
Presto la ragazza intuisce che per sopravvivere non ha altra scelta che accettare il matrimonio combinato. Tuttavia, appena messo piede nella nuova casa capisce che il marito non è affatto innamorato di lei, e il fatto che il matrimonio non venga mai consumato la insospettisce.

Un interessante romanzo d’esordio, coraggioso nell’affrontare questioni così comuni eppure così poco discusse.

di Suchitra Behal, The Hindu
da Internazionale,2 maggio 2010

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Americana di origini indiane, a 18 anni Samina Ali torna a Madras per sposare l’uomo che i genitori hanno scelto al posto suo. La vicenda ha ispirato il suo primo romanzo, storia di Layla e del suo matrimonio combinato con Samir. Che però si rivela gay e, al pari di lei, dilaniato dal dubbio: fino a che punto è lecito vivere indossando una maschera?
Giorno di pioggia a Madras è un romanzo sull’identità…
Vivere tra due culture significa avere un’identità spezzata. Negli Usa gli indiani diventano spesso più conservatori di quanto sarebbero nel loro paese e i figli hanno una doppia vita: liberi a scuola, segregati in casa.
Il ritorno in India per sposarsi è un fenomeno diffuso?
Si, e cambia. Prima i promessi s’incontravano. Ora avviene tutto online. Ma pochi indiani ne parlano, doversi continuamente giustificare di fronte allo scetticismo degli amici americani è estenuante.
Il processo di emancipazione di Layla è duro e sofferto.
Tornare in India per sposarsi fa parte della sua educazione. Rifiutarsi sarebbe uno strappo con la propria famiglia. E poi Layla crede di agire da buona musulmana, anche se in realtà i matrimoni concordati c’entrano poco con l’Islam.

di Tiziano Gianotti ,03 aprile 2010

Trama 

Layla è una ragazza musulmana divisa fra l’America e l’India. Abituata fin da bambina a vivere sei mesi a Minneapolis e sei mesi a Hyderabad, comincia appena ad assaporare le prime gioie di una vita spensierata quando è costretta suo malgrado ad accettare il fidanzamento e il successivo matrimonio con un giovane indiano scelto per lei dalla madre. Sembra impossibile sottrarsi alle pressioni dell’ambiente familiare, ai voleri di un padre autoritario e violento, ai desideri di una madre che, ripudiata dal marito e distrutta nell’animo, ha costruito la poca felicità che le è rimasta sul futuro della figlia. Layla, come vuole un culto che fin dal nome predica la sottomissione, si rimette a quella che pare una sorte ineluttabile. In un’India combattuta fra spirito e materia, fra fede e magia, fra consuetudine e rinnovamento, lacerata da dissidi religiosi e sociali, agitata da mille fermenti, Layla prende coscienza a poco a poco della propria identità e delle proprie aspirazioni di donna e nella tragedia che si abbatte sulla sua esistenza troverà la forza di affrontare la realtà e di decidere finalmente del proprio destino.

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