Ecco l’India sorridente che affascina il Salone

«Voglio che il mondo si innamori dell’India » , dichiara Shobhaa , abito dorato, tatuaggi e capelli corvini, nei suoi miracolosi sessantadue anni, sei figli e sedici romanzi.
Ma il mondo ne è già innamorato. Di una certa India, almeno.

 

E mentre la star di The Millionaire Freida Pinto, di cui siè invaghito anche Woody Allen, incanta sulla passerella di Cannes, a Torino sono le scrittrici indiane il lato glamour del Salone. Fruscìo di sete, echi di tampura e profumo di hennè?
Certo. Ai «sari rosa» la leader del movimento di autodifesa delle donne indiane, la «pink gang», Sampat Pal ha dedicato un romanzo, edito da Piemme, e Namita Devidayal, autrice di La stanza della musica per Neri Pozza, gira ieratica per il Lingotto in un principesco sari azzurro. Ma per la maggior parte, dalla vincitrice del Booker Price 2006, Kiran Desai ( Eredi della sconfitta, riproposto da Adelphi), figlia d’arte, cresciuta tra l’ Inghilterra e gli Stati Uniti, alla poetessa e danzatrice Tishani Doshi, padre indiano e madre gallese, al suo esordio nella narrativa con Il piacere non può aspettare, Feltrinelli, le signore del romanzo del subcontinente parlano, scrivono e vestono all’ occidentale.

Tishani Doshi, in pantaloni, però ammette: «Solo quando indosso il sari mi sento piena di fascino e di energia».
Sono belle, bellissime. Alcune, come Shohba Dé, icona culturale ma anche pop, che più di tutte rappresenta la shining India, l’immagine scintillante di un paese dove in realtà lo sviluppo convive con la povertà più estrema, sono state o sono modelle, ballerine, miss. Eppure fervide scrittrici. Lei, autrice di Sorelle e di altri quindici bestseller ambientati in una Mumbai luccicante come Londra o New York, racconta: «Scrivo in continuazione, di giorno e di notte, al tavolo da pranzo, con attorno i miei figli». La bellezza, come il karma, nelle parole di queste donne liberate che sono il contraltare di quelle vittime di violenze e oppressioni nella società indiana più tradizionalista,è un regalo. «È l’India a essere irresistibile», dicono.

Ma Tishani Doshi avverte: «L’importante è essere belli dentro, quello che conta è la spiritualità».E Shobhaa Dé, una «figlia della mezzanotte» della generazione di Salman Rushdie, concorda amaramente: «La peggiore povertà è quella spirituale, almeno questo tipo di povertà a noi indiani è stata risparmiata». Tishani Doshi mette in guardia dal pericolo di rendere dell’India, attraverso la letteratura ma soprattutto il cinema, un’ immagine fatta di stereotipi. «Il nostro cinema – dice - potrebbe esportare storie diverse, capaci di raccontare meglio una realtà complessa e piena di contrasti».

Dello stesso parere Kiran Nagarkar, autore di Piccolo soldato di Dio, edito da Rizzoli: «Tutti parlano di Bollywood, dimenticandosi che la Bombay contemporanea è fatta di case popolari, sfruttamento, corruzione, di contadini che si suicidano perché le loro terre non rendono più».

A sfatare il mito della shining India, ieri al Salone c’era anche Vikas Swarup, autore di Le dodici domande da cui Danny Boyle ha tratto il film premio Oscar The Millionaire. Nell’affollato Spazio India del Lingotto, Swarup, uno degli artefici del fenomeno-Bollywood a livello globale, ha parlato di sottosviluppo e della lingua inglese come strumento di riscatto: «L’India è un paese di grandi aspirazioni, tutti vogliono migliorare le loro condizioni di vitae l’inglese, la lingua del business e di internet, è un veicolo di crescita sociale».
Sul ruolo dell’intellettuale nella rappresentazione del suo paese ha detto semplicemente: «Uno scrittore dà una rappresentazione parziale della realtà, il romanzo è uno strumento per descrivere la verità attraverso la fiction. Del resto uno scrittore non è obbligato a dire la verità».

di Clara Caroli,
da la Repubblica, 16 maggio 2010 

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