“Fra due omicidi”
di Aravind Adiga, Einaudi 2010
Una città immaginaria affacciata sulla costa sudoccidentale «circa a metà strada fra Goa e Calicutt» e quattordici storie, in parte intrecciate tra loro, che hanno per protagonisti i suo
i abitanti. Si chiama Kittur questa fangosa e corrotta metropoli inventata da Aravind Adiga per dar conto in Fra due omicidi delle gravi malattie con le quali fa i conti l’India a dispetto di una crescita economica vertiginosa e delle utopie di una rivoluzione sociale che tarda a realizzarsi. Trentacinque anni, una laurea a Oxford e un master a New York, già giornalista per il «Financial Times», lo scrittore ha conquistato una vasta notorietà internazionale nel 2008 vincendo a Londra il Man Booker Prize con La tigre bianca, ottimo romanzo d’esordio, proposto in Italia da Einaudi, in cui un rampante imprenditore di Bangalore riassume le tappe della scalata verso il successo in lunghe lettere inviate attraverso la posta elettronica al Primo ministro cinese.
Definito dalla giuria del Booker «il Dickens postmoderno del subcontinente», Adiga è abilissimo nel ritrarre con sarcasmo il volto oscuro di una terra che si sforza di diventare moderna ma rimane zavorrata dal peso di antiche abitudini al punto che, osserva, «se si prova a offrire agli indiani la chiave dell’emancipazione almeno il novanta per cento te la scaglierà addosso accompagnandola con un insulto».
Se in La tigre bianca l’analisi restava ancorata a una frenetica contemporaneità, in Fra due omicidi si compie un piccolo passo indietro sotto il profilo temporale perché le vicende narrate avvengono tra il 1984, anno in cui venne assassinata Indira Gandhi, e il 1991, quando fu ucciso il figlio Rajiv. Si era, insomma, all’alba del mutamento radicale della struttura produttiva voluto dall’esecutivo e destinato a far guadagnare all’India le posizioni di vertice delle graduatorie mondiali in termini di crescita.
Gioca su un doppio registro Adiga, alternando ironiche note utili a un ipotetico turista che magnificano la bellezza di Kittur e l’armoniosa convivenza di uomini e donne appartenenti a etnie o religioni diverse, con le storie crude e violente di chi la abita. «Si raccomanda una permanenza minima di una settimana», si legge in apertura del volume, che però subito getta luce sugli orrori di una metropoli sporca, caotica, dove ogni traccia di pietà è bandita, le leggi vengono ignorate, la caccia al profitto e lo sfruttamento dei più deboli sono norma quotidiana.
«Noi indiani siamo campioni del mondo in tre discipline: mercato nero, contraffazione e corruzione. Se fossero discipline olimpiche, l’India vincerebbe sempre oro, argento e bronzo», teorizza Abbasi, proprietario di una camiceria che esporta i suoi prodotti in America ricavandone ottimi utili. E così deve adeguarsi: per non chiudere la sua impresa è costretto a versare senza sosta tangenti ai funzionari statali. In quale altro modo, del resto, potrebbe vivere? Quindi meglio sottomettersi alla routine da tutti condivisa. E poi, non spetta certo a lui, tenta di giustificarsi, «trovare una soluzione alternativa».
L’illegalità domina a Kittur, corrompe il quotidiano di tutti coloro che vi abitano. Adiga ne racconta gli effetti mescolando commedia a tragedia e lasciando spazio in particolare alle disgrazie di chi, ogni mattina, inventa mille espedienti per garantirsi le poche rupie indispensabili per riuscire a sopravvivere.
È il caso ad esempio di Xerox, venditore di libri fotocopiati agli studenti dei licei, che la polizia di tanto in tanto arresta per poi rilasciarlo senza mai condurlo di fronte a un giudice, massacrato di botte per aver incluso per caso tra i volumi una copia dei Versi satanici di Salman Rushdie, romanzo proibito nell’intera India per non irritare la comunità musulmana.
O ancora le picaresche avventure di cui è protagonista Ziauddin, sedicenne «con un ghigno da elfo e guance paffute da bebè», spedito dai genitori dal natio villaggio al mercato di Kittur perché si cerchi un lavoro, che inizia servendo i clienti di un chiosco di tè e quindi finisce, suo malgrado, per diventare una spia ingaggiata da un misterioso individuo deciso a sapere tutto sui movimenti dei convogli di soldati, probabilmente in vista di un attentato.
Tra gli intellettuali dell’immaginaria metropoli qualcuno coltiva il sogno che la poesia e la cultura possano offrire un contributo determinante per sconfiggere l’arretratezza. Che si tratti di un’illusione Adiga lo documenta attraverso le brucianti sconfitte sperimentate dagli insegnanti di una scuola retta dai gesuiti, in particolare il goffo D’Mello, vicepreside dai modi spicci ma dall’animo gentile, sconvolto dalla scoperta che l’alunno prediletto, capace di comporre raffinati versi in hindi, si lascia tentare dai peccaminosi piaceri della carne al pari dei coetanei.
Nell’India riassunta attraverso Kittur i vizi dell’antico e quelli del moderno si saldano e rendono impossibile ogni cambiamento: il sistema delle caste blocca qualunque dinamica sociale e penalizza in particolare le donne, il capitalismo selvaggio degli imprenditori che contano sulla complicità di politici corrotti concentra la ricchezza in poche mani.
Scritto con uno stile denso e vivido, complice una originale e suggestiva cornice descrittiva ben inserita a sfondo delle vicende descritte, Fra due mondi non avrà difficoltà a bissare il successo del precedente e fortunatissimo romanzo, grazie ad una capacità straordinaria di raccontare un’India che poco o nulla ha a che vedere con la Bollywood del film come “The Millionaire“. E non a caso è stato lo stesso scrittore, nel corso di un’intervista su La Tigre Bianca a dire testualmente che “mentre The Milllionaire dipinge un ritratto romantico dell’India di oggi, in cui ognuno può diventare un millionario” quel libro “afferma che per riuscire l’omicidio può essere l’unica via e quindi il film esprimerà un messaggio molto più duro”.
Adiga dà prova di un enorme talento anche in Fra due omicidi, un libro di pari livello rispetto a quello che gli ha fatto vincere il Booker. La letteratura indiana – che sarà ospite d’onore al Salone del libro di Torino la prossima primavera – ha una nuova stella destinata senza dubbio a un futuro luminoso.
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