Goa: sulla spiaggia quel che resta dei fiori
Quando i primi “figli dei fiori” approdarono sulle spiagge di Goa non potevano credere ai loro occhi. Almeno tre grandi fiumi vasti come orizzonti portavano all’Oceano le loro acque dolci, e frotte di pescatori rientravano al tramonto sulle barchette colme di pesce d’ogni tipo e dimensione.
Svanendo oltre le mangrovie sembravano lasciare agli hippies dalle lunghe barbe e con gli sguardi estasiati dall’hashish lo spettacolo del sole di fuoco che colorava il cielo e l’acqua prima di degradare in rosa, argento e blu notte.
Fu un sogno dal quale migliaia di giovani dagli anni Sessanta ai Novanta, come l’ormai celebre Eight-Finger Eddie, Edoardo Cinque Dita, cercavano di non risvegliarsi, almeno fino all’alba del giorno dopo. Per riuscirci danzavano sulla spiaggia attorno al fuoco al ritmo di musiche psichedeliche aiutati da fumie acidi. La musica creata in quei rave (oggi vietati) da hippies diventati guru, come Goa Gil, fece il giro del mondo col nome di Goa trance. Lungo parecchie spiagge il ritmo dei suoi mille derivati viene diffuso oggi dai grandi altoparlanti piazzati nei resort e nei capannini che servono tè, birra e pesce arrosto. La musica s’espande al largo, fin dove vivono i delfini, e si affievolisce solo dove il business turistico è condotto da piccoli imprenditori locali che non parlano né portoghese, ne maharathi né hindi, ma l’indigeno konkani.
Pochi di loro amano lavorare nelle spiagge più frequentate del Nord, come Baga e Calangute, o del Sud, Benaulim, Varca. Ma laddove hanno impiantato discreti affari, come nella settentrionale e un tempo silenziosa Morjim, devono subire la concorrenza aggressiva dei proprietari russi di capanne e locali, accusati di investire i soldi della mafia.
Un viaggio indietro nel tempo può partire dalla deliziosa e caotica Mapusa per poi salire sulle colline che sovrastano il Forte portoghese di Cabo de Rama, fermandosi a osservare il mare dalle solide rovine dove i soldati di Alfonso de Albuquerque tennero d’occhio la costa e difesero la fede cattolica per quasi mezzo millennio.
Secoli dopo sarà invece proprio la cultura hippie di Goa a dominare la scena di questo unico pezzo dell’India mai colonizzato dagli inglesi. Gli abitanti notarono che, invece di pregare il Dio dei portoghesi, i ragazzi arrivati da tutto il mondo simpatizzavano per Shiva, genius loci dell’India, creatore della danza cosmica che distrugge e rimodella il mondo.
Shiva fu per i figli dei fiori l’eroe scalzato dalle armi e dall’inquisizione portoghese, vetusti simboli dello stesso mondo dal quale fuggivano.
Ma oggi che molti tra loro sono tornati a fare affari nel proprio Paese, Goa ha relegato i loro eredi in qualche angolo “sonorizzato” della spiagge di Anjunae Vagator, o ad Arambol, sotto il blando controllo dell’antinarcotici, e riservato il resto a famiglie, gruppi di turisti ed eremiti. Lungo le spiagge restano poche oasi prive di file di ombrelloni e sdraio, come Agonda al Sud e la punta nord dove inizia lo Stato del Maharastra.
Ma è all’interno, comea Pernem, che Goa mostra i suoi gioielli e le case con veranda stile Lisbona. È qui che lo Stato oggi autonomo della Federazione indiana si preserva come un’oasi a sé nel continente. La sua originale e unica cultura meticcia non distingue tra la devozione alla pacifica Shanta Durga hindu e quella per la Madonna.
La Processione degli Ombrelli a Cuncolim celebra simbolicamente il ritorno a casa della dèa dal tempio di Fatorpa, dove gli hindu furono costretti a spostarla di tutta fretta quando i portoghesi stavano per sostituirla con la Madre del Perpetuo Soccorso. Ma fin da allora, anche i goani che si convertirono al cristianesimo hanno continuato a venerare Shanta Durga e a chiederle protezione. Quanto al mare, alle palme nelle notti di luna piena, malìe della Goa Dourada, basta cercarsi un angolo tranquillo e respirare nel silenzio, come fanno i delfini al largo. Nessun re, governante o conquistatore, né il mistico Francisco Xavier qui imbalsamato, e neppure i figli dei fiori col loro Eden artificiale, sono riusciti a immaginare un paradiso tanto diverso da questo.
di Raimondo Bultrini,
da la Repubblica, 10 marzo 2010









