“Altre stanze, altre meraviglie” di Daniyal Mueenuddin
edito Mondadori, 2010
Leggere l’incantevole prima raccolta di racconti di Daniyal Mueenuddin (titolo originale In Other Rooms, Other
Wonders) è come assistere a una partita di blackjack. Alcuni sballano, altri si arrendono, ma nel mondo di Mueenuddin nessuno vince. Ambientate nella provincia pachistana del Punjab, le otto storie intrecciate di questo eccellente libro seguono la vita della famiglia ricca e potente degli Harouni e dei loro impiegati. Il patriarca K.K. Harouni, proprietario terriero, è protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta. Negli ultimi anni della sua vita, sempre più lontano dalla moglie, ha affidato la gestione delle sue terre al corrotto Chaudrey Jaglani. Quando Husna, una lontana parente di un ramo della famiglia che non è uscito dalla povertà, si presenta alla sua porta, Harouni la accoglie prima come servitrice e poi come amante.
Husna, una sorta di madame Bovary dai tratti più grossolani, invidiosa delle scintillanti vite dei ricchi, cerca di ingraziarsi l’anziano patriarca pensando che il sesso sia il suo biglietto per uscire dalla povertà.
Le donne in questi racconti spesso ricorrono al sesso come arma di affermazione in un contesto gerarchico e maschilista: le più povere tentano con questo mezzo la scalata sociale, le più ricche usano la loro influenza per manovrare i mariti. Un’attitudine che non riguarda solo le donne: la manipolazione è la cifra di tutti i racconti. In questo labirinto di sfruttamenti, Mueenuddin inserisce luminosi spiragli di desiderio, dolore e amore sfrenato. Emozioni spesso inghiottite dal caos incessante di un paese complicato come il Pakistan.
In questa vasta tenuta di proprietà di K.K. Harouni, si intrecciano le vicende di una quantità di personaggi. Oltre al vecchio signore di stampo feudale, gli abitanti dei villaggi vicini che dipendono dai suoi favori, i domestici, e una serie di parenti, prossimi o lontani, che hanno cercato fortuna in città o all’estero: gli sfacciatamente ricchi e i disperatamente poveri, tutti alle prese con i vantaggi e i limiti della posizione sociale, con la sparizione delle vecchie usanze, e con lo choc del cambiamento. L’atmosfera del racconto è quella di una terra senza tempo, dove non hanno posto l’Occidente, o il fondamentalismo, e che brilla invece dell’intelligenza e dell’astuzia affinate dalle avversità dei personaggi più sfortunati. Mueenuddin mette a nudo – a volte in commedia, più spesso in tragedia -, la complessità della cultura pachistana nel momento in cui l’ordine feudale sopravvissuto viene scardinato e trasformato in modernità: il risultato è una comédie humaine in miniatura dove spiccano personaggi femminili molto diversi da quelli che la cronaca propone quotidianamente alla nostra facile indignazione.
Daniyal Mueenuddin è cresciuto tra Lahore, in Pakistan, e Elroy, nel Wisconsin. Si è laureato al Dartmouth College e alla Yale Law School. I suoi racconti sono apparsi sul “New Yorker”, “Granta” e nella raccolta curata da Rushdie delle Best American Short Stories 2008. Ha lavorato per alcuni anni come avvocato a New York. Ora vive in una fattoria del Punjab meridionale, in Pakistan.
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