Viaggio a Deoband, all’origine ideologica dei Taliban
Nell’India delle religioni c’è posto per tutti. E in questo angolo del paese, a Nord della capitale, sopravvive, indisturbato, un pezzo di Afghanistan o di Pakistan. Una sorta di cittadella dell’integralismo islamico
«La gente pensa che i taliban afghani e pakistani seguano la dottrina deobandi al cento per cento, ma essa vieta di uccidere donne o bambini e di causare problemi al proprio paese»
Deoband (India) – Mohammed Zahir ha sei anni e viene dal Tagikistan. La sua famiglia l’ha mandato a studiare il Corano a Deoband, centro spirituale dell’Islam deobandi, la corrente più conservatrice al mondo. Qui si formano gli “studenti coranici“, o “taliban“, ma niente armi. La sola arma è la parola del Profeta. Centinaia di piccoli Mohammed arrivano da tutta l’India e dall’estero per studiare all’università islamica Darul Uloom, seconda per importanza e prestigio soltanto ad Al Azhar del Cairo.
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Dall’età di cinque anni imparano a memoria i versi del Corano. Si dice che i taliban di Afghanistan e Pakistan seguano la dottrina Deobandi.
«E’ vero, ma non la seguono nel modo veritiero», replica l’Imam Abdul Malik Faroogi, muftì dell’Università islamica Jamia Hamdard di Delhi, formatosi a Deoband. «La gente pensa che i taliban afghani e pakistani seguano la dottrina deobandi al cento per cento, ma essa vieta di uccidere donne o bambini e di causare problemi al proprio paese». Invece i taliban lo fanno, «perché a loro non interessa, ciò che conta è raggiungere un certo obiettivo, conta il fine. Ma il Corano dice che se tu uccidi una sola persona innocente, è come se avessi ucciso il mondo».
Nel suo libro “Taliban, Islam, petrolio e il grande scontro in Asia Centrale“, il giornalista pakistano Ahmed Rashid scrive che le origini ideologiche dei taliban vanno rintracciate tra i deobandi. «In tutta la nostra storia non abbiamo mai predicato lo spargimento di sangue innocente, indipendentemente dalla bontà dell’obiettivo della lotta, anche se fatta in nome del jihad», sottolinea l’Imam Malik. Quindi, nell’associare se stessi ai Deobandi, «i taliban hanno danneggiato la nostra reputazione, rendendo un disservizio all’immagine del movimento».
Perché allora gli “ulema” deobandi non si dissociano pubblicamente? «I nostri leader si sono espressi criticando quello che i taliban stanno facendo in Afghanistan e anche in Pakistan», risponde l’imam Malik. «I religiosi più autorevoli di Deoband hanno condannato i loro metodi terroristi». Nel maggio 2008 si è svolta a Delhi una conferenza sul terrorismo, nel corso della quale i clerici islamici di tutta l’India hanno emesso una “fatwa” contro il terrorismo islamico (Anti-Terrorism and Global Peace Conference).
L’imam dice di limitarsi a parlare del ‘vero’ Islam durante i suoi sermoni a Delhi. «Non ho mai nominato i Palestinesi, l’Iraq, il Pakistan o l’Afghanistan, né ho mai maledetto l’America o l’Inghilterra». Aggiunge che i media occidentali fanno confusione e che «l’unico vero Islam è quello che emana dal Corano».
A Darul Uloom ci sono circa 3500 studenti, ai quali viene offerto vitto e alloggio. Tutto gratuito, compresi i corsi, se gli studenti provengono da famiglie povere. Altrimenti, la tassa da pagare è di 300 rupie. Se lo studente è molto povero, riceve addirittura un sussidio. Ma solo i maschi sono ammessi a studiare qui.
«Il corso più difficile è quello di Storia Islamica perché bisogna prepararsi su 75 libri», spiega Abdul Majid, 19 anni, fresco di laurea dopo quattordici anni di studio. «Il mio preferito è ‘fiqah’», corso in cui si apprende cosa deve fare un buon musulmano. «Per esempio – spiega Abdul con un contegno molto serio – quante mogli puoi avere, come risolvere i loro problemi, come va pulito il proprio corpo prima delle preghiere, se è permesso accettare interessi bancari, etc.»
Poi, però, si lascia andare e confessa, sorridendo, il suo sogno: «Voglio diventare un ingegnere informatico». Ma come? Qui non studiate per fare gli imam nelle moschee? «Si studia per acquisire una buona cultura generale, ma io amo i computer e voglio fare l’ingegnere informatico». Sicuro? «Al cento per cento». Poi indica un suo amico, Sayed Mohammed Adnan, 21 anni. «Questo signore, invece, non ha le idee chiare: è indeciso tra la carriera di medico e di giornalista». Ma è sicuro che non farà il teologo islamico. «Mi piacciono i media elettronici», interviene.
Matrimonio? «Sposarmi? (ride) No, no, non ancora». Avrai più di una moglie? Questa domanda scatena grandi risate in entrambi i ragazzi: «Solo una, solo una, è abbastanza!».
L’università fornisce anche corsi alternativi alla teologia, come quello di sartoria o rilegatura dei libri. «Così viene offerta a tutti – spiega Sayed Mohammed – la possibilità di guadagnarsi da vivere». La base di ogni corso è il Corano. E nella biblioteca, fondata nel 1907, sono conservate copie preziose del libro sacro. «Contiene più di 250.000 volumi, la maggior parte di teologia islamica», precisa Abdul. Il resto, una piccola parte, sono traduzioni di altri testi sacri (tra i quali la Torah e il Vangelo).
I due giovani laureati di Darul Uloom mi accompagnano a visitare le classi dei più piccoli, dove si studia il Corano fino alle 4 del pomeriggio. A un comando dell’insegnante, i bambini, a turno, si inginocchiano per recitare versi del Corano in arabo. La cantilena è accompagnata da un movimento ciondolante del busto e della testa. Uno sforzo incredibile, se si pensa che l’arabo non è la lingua madre di questi bambini, la maggior parte dei quali provengono da villaggi indiani. Anche alle loro famiglie viene offerto un alloggio nel “campus”. Tutto questo ha un costo, ma l’università non ha mai accettato sovvenzioni statali. «Si finanzia grazie a donazioni delle comunità musulmane in ogni parte del mondo», dice Abdul. «Per avere un’idea delle spese, un solo pasto al giorno per 2.500 studenti costa 12.000 rupie (circa 184 euro)».
Niente musica, niente compagnia femminile, niente televisione per chi deve fare una vita rigorosamente religiosa. Però ci sono i computer. «L’Islam non è contro il progresso tecnologico, è solo contro quelle cose che sono considerate peccaminose e non in linea con lo spirito islamico», interviene Mohammed Khalid, zio di Abdul, impiegato presso il Ministero del Lavoro di Delhi, anche lui laureato a Deoband. «Il computer è uno strumento meraviglioso che deve essere utilizzato per la conoscenza». Mentre la tv è proibita perché «trasmette inevitabilmente esempi di corruzione». E internet? «Dipende da come viene utilizzato». Di sicuro, viene utilizzato: i ragazzi mi lasciano i loro indirizzi di posta elettronica.
Ciò che distingue le migliaia di scuole deobandi presenti nel nord dell’India dalle altre scuole di pensiero islamico, è l’enfasi sul patriottismo. «Il nostro movimento ha dato il suo importante contributo alla lotta per l’indipendenza dell’India», spiega l’Imam Abdul Malik. Il movimento Deobandi, infatti, è nato nell’India britannica alla metà del 19mo secolo, giocando «un ruolo importante nello spingere la pubblica opinione alla ribellione contro i dominatori inglesi, in un momento in cui nessuno osava alzare la voce». L’ideologia “puristica” dei deobandi è stata adottata dal teologo islamico fondamentalista Sayyid Abul-‘Ala Maududi, considerato ispiratore di movimenti come quello dei taliban.
Nell’India delle religioni c’è posto per tutti. E in questo angolo del paese, a Nord della capitale, sopravvive, indisturbato, un pezzo di Afghanistan o di Pakistan. Una sorta di cittadella dell’integralismo islamico.
di Cristina Balotelli
da Il Sole 24ore, 12 febbraio 2010













