My name is Khan

Dalla star indiana Shah Rukh Khan  un messaggio di pace per hindu e musulmani.

Uscito in America lo scorso 12 febbraio, la pellicola è presente in questi giorni -fuori concorso - anche alla Rassegna Cinematografica Berlino 2010. Da molti definito come il “Forest Gump Indiano”  il protagonista è affetto da autismo, e la storia si collega ad una vicenda di cronaca che ha visto protagonista lo stesso attore principale Shahrukh Khan accaduto lo scorso agosto.

Il film è diretto da Karan Johar, è ha nel suo protagonista principale la più famosa star di Bollywood e dell’India Shah Rukh Khan considerato il “Tom Cruise di Bollywood“, al suo fianco ci sono Kajol, Steffany Huckaby, Christopher B. Duncan, Douglas Tait, Jimmy Shergill e Big Spence.

Il mio nome è Khan e non sono un terrorista“. È la frase che il protagonista di My name is Khan ripete come un mantra mentre attraversa l’America seguendo il presidente, è a lui che deve dirlo, perché Khan è un indiano musulmano, ma è una brava persona, non è giusto che gli americani dopo l’11 settembre trattino con odio quelli della sua religione. Ispirato alla sua realtà di attore indiano, arrestato all’ aeroporto di Newark, accolto con grande favore a Berlino, My name is Khan è un film insolito girato in gran parte in America, che tocca un tema caldo, la guerra tra hindu e musulmani con un messaggio di pacificazione.

Protagonista il del film è Karan Khan, indiano musulmano trapiantato negli Stati Uniti affetto da sindrome di Ansperger,una forma di autismo alla Forrest Gump, per lui gli uomini sono buoni o cattivi, ma tutti uguali.
All’inizio del film lo vediamo alle prese con la ricerca del presidente degli Stati Uniti. All’aeroporto viene arrestato e perquisito dalla polizia che lo crede un terrorista. Accertata la sua innocenza e finalmente rilasciato, Khan svela il motivo per cui vuole incontrare il presidente ; vuole semplicemente dirgli: My name is Kahn and I’m not a terrorist.

Ecco allora che parte un lunghissimo flashback che andrà a ripercorrere tutta la vita del personaggio dall’infanzia in India fino a questo momento. Un’infanzia segnata dalla malattia mentale, dalle prese in giro dei compagni di classe, dalle lezioni del suo maestro, dal rapporto difficile col fratello minore e dagli insegnamenti della madre. In età adulta il trasferimento a San Francisco, dove trova successo il fratello, e la cotta presa per la dolce ed affascinante parrucchiera Mandira, indiana di religione Hindu con figlio a carico. 
Se fino ad adesso la descrizione della realtà indiana, del suo povero e difficile paesaggio umano, dei suoi scontri culturali, della gioia dei bambini aveva una notevole forza visiva, dopo l’incontro con Mandira il film si fa più banale, sia da un punto di vista narrativo che stilistico. In questa parte del film prevale la volontà di produrre una pellicola adatta al pubblico indiano, un pubblico sognatore che ha continuamente bisogno di messaggi positivi di speranza ed amore.

Verso la parte finale della pellicola, i grandi eventi della storia recente – l’11 settembre e la guerra in Iraq- riportano il film sul genere drammatico, andando a trattare altre tematiche quali razzismo, interculturalità, integralismo. Insomma, tutti i grandi temi del presente, tutte quelle dinamiche sociali diventate protagoniste dal 2001 a oggi.

E’ un film che potrebbe piacere anche al pubblico occidentale, i limiti sono sempre i soliti: la narrazione dei fatti un po’ troppo esasperata, in alcuni momenti un po’ troppo favola, la lunghezza della pellicola – 2 ore e quaranta – con tanto di canzoni e neanche un bacio secondo le più classiche regole di Bollywood, infine il classico finale grandioso. Ma comunque non è un film banale ma è importante per l’India e per il mondo che la osserva dal di fuori, perchè manifesta la volontà di aprire gli occhi e di fare ragionare le persone su temi e dinamiche reali che toccano da vicino la realtà quotidiana, un messaggio di pace e di un mondo diverso.

E come è stato accolto in India? Purtroppo non tutti in India la pensano come lui e il film uscito alcuni giorni fa in patria, è stato preceduto da violente polemiche. La speranza del regista Karan Johar è che ad acquietare gli animi sia la fama dell’interprete, Shah Rukh Khan star e modello per milioni di indiani in patria e all’estero.

2 Commenti a “My name is Khan”

  1. consuelo Scrive:

    Ho visto il film e l ho trovato veramente bello. Sono una ragazza italiana che adora i film Hindi. Spero veramente che un giorno i film bollywood diventino commerciali come i film americani. è un peccato che l Italia ignori quanto stupendi questi film possano essere, c’è veramente tanto da imparare, no come tanti film americani dove l unica cosa da vedere sono tette e culi…
    Vorrei trovare i film indiani in dvd e al cinema, credo che l Italia farebbe molti soldi traducendo questi film! Su internet ci sono molti forum dove si parla di questo, quindi sicuramente farebbero molto successo!

  2. Smerola Scrive:

    Un vero esempio di determinazione, umanità e di un amore vero, profondo che non ha bisogno di troppi baci o abbracci ma sa colpirti il cuore con una disarmante e a volte ingenua semplicità. Un film contro ogni tipo di discriminazione, che non cerca di mascherare neanche i più scomodi fatti dolorosi della vita provocati dall’ignoranza e dalla chiusura che vergognosamente ancora ci attanagliano nel 20° secolo. Da vedere!

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