Parte in India il progetto “Chinatown”
E la delocalizzazione cinese continua
Pur continuando a crescere da oltre un decennio del 32% l’anno, il commercio bilaterale tra Cina e India è fortemente sbilanciato. In alcuni settori le capacità industriali della seconda sono talmente scarse da costringerla ad importare dalla Repubblica popolare beni secondari ricavati dalla lavorazione di materie prime da lei stessa precedentemente esportate in Cina.
Da anni Pechino sostiene che per risolvere questo squilibrio Nuova Delhi dovrebbe permetterle di delocalizzare i propri stabilimenti industriali nel Subcontinente.
Consapevoli di quanto è già successo nel Sud-est asiatico, in Africa e in America Latina, dove i cinesi hanno spostato assieme alle industrie decine di migliaia di connazionali allo scopo di ricreare, all’estero, delle chinatown in cui gli operai espatriati d’oriente potessero sentirsi a casa, gli indiani si sono sempre mostrati restii ad accogliere investimenti industriali cinesi. La paura di Nuova Delhi è quella di vedere un paese come l’India, dove la forza lavoro è particolarmente abbondante, invaso da “orde di immigrati cinesi presuntuosi e classisti”.
Oggi, complice la crisi economica internazionale cui si accompagna la necessità di approfondire la cooperazione economica bilaterale, l’India ha deciso di chiudere un occhio alle richieste di imprenditori cinesi intenzionati a trasferire oltre confine “un numero di operai e dirigenti sufficiente per garantire la riuscita dei loro investimenti”, accorgendosi solo in un secondo momento di avere così legittimato quel processo di “infiltrazione capillare” cui fino ad oggi aveva cercato di sottrarsi.
Da quando i cinesi hanno ottenuto il via libera per costruire, in India, centrali elettriche e impianti per la lavorazione dell’acciaio, hanno cominciato a fiorire anche una serie di piccole chinatown pensate appunto per alloggiare i lavoratori espatriati. Un architetto indiano coinvolto nel “progetto chinatown“, pur essendosi rifiutato di rivelare i nomi delle compagnie cinesi con cui lavora, ha raccontato di aver appena finito di costruire, nella regione orientale di Jharkhand, al confine con il Bengala occidentale, una cittadina che potrà ospitare circa duemila persone nei pressi del lotto di terreno in cui verranno prossimamente realizzati una centrale elettrica e un’acciaieria. Le abitazioni sono molto grandi e spartane, tutte suddivise in tre zone: una per i dormitori, una per le docce comuni e i servizi, e una con delle stanze più piccole in cui trascorrere il tempo libero. Il tutto per soddisfare le richieste dei committenti cinesi, interessati a fare in modo che la stessa struttura possa essere utilizzata contemporaneamente dal numero più elevato possibile di persone.
Un alto dirigente del gruppo che presto iniziarà ad operare nel Jharkhand ha invece spiegato che il modello chinatown è stato una scelta obbligata per tutti i cinesi interessati a investire nel Subcontinente. “Anche se in maniera non ufficiale, il Partito ci ha fatto sapere che non saremmo stati aiutati a raccogliere i capitali necessari per l’investimento se non ci fossimo impegnati ad assumere solo manodopera cinese nelle filiali indiane. Dal punto di vista del nostro governo, impiegando operai locali avremmo sostenuto la crescita dell’India, ma il nostro obiettivo è favorire quella della Cina”.
Il numero dei cinesi attualmente residenti in India è difficile da varificare. A Calcutta, nel Bengala occidentale, in quella che fino a poche settimane fa era l’unica chinatown indiana, se ne contano ufficialmente 2.000, ma fonti cinesi parlano di almeno 5.500 nuovi trasferimenti nella zona.
di Claudia Astarita
da Panorama, 6 Gennaio 2010







