Bhopal, venticinque anni dopo giustizia non è ancora fatta
Alcune centinaia di persone hanno manifestato oggi a Bhopal chiedendo giustizia per le vittime dell’incidente avvenuto venticinque anni fa allo stabilimento chimico della Union Carbide.
Il 3 dicembre 1984, nonostante l’allarme già lanciato da alcuni abitanti della zona, dallo stabilimento fuoriuscirono 42 di tonnellate di isocianato di metile che uccise migliaia di abitanti delle baraccopoli vicina.
Sul numero delle vittime, però, non c’è certezza. Il governo ha fissato la cifra ufficiale a tremila, ma secondo alcune organizzazioni umanitarie potrebbero essere anche ventimila. Altre 570mila persone hanno sofferto danni gravi e irreparabili per la salute.
L’inchiesta iniziale ha evidenziato delle carenze nelle misure di sicurezza, ma la Union Carbide ha messo rapidamente tutto a tacere pagando al governo indiano un risarcimento di 470 milioni di dollari che dovevano essere versati alle vittime e alle loro famiglie. Il risarcimento era pensato basandosi sulle tremila vittime ufficiali e in dollari, con un cambio dollaro-rupia fissato al valore del 1989. L’ultimo assegno, però, è stato staccato nel 2004, quando il cambio era ben diverso.
E gli abitanti di Bhopal? Lo stato ha costruito sei ospedali “dedicati” che visitano tra le quattromila e le seimila persone al giono, due milioni all’anno. La terapia è rimasta quella stabilita subito dopo l’emergenza: antibiotici, steroidi e farmaci psicotropi. E le acque della zona continuano a essere inquinate di mercurio, piombo, clorobenzene e altri veleni chimici. Come scrive Seketu Mehta, “una nuvola è ancora sospesa su Bhopal“.
A livello giudiziario, una volta versata la somma, nessuno ha pagato. L’ex amministratore delegato dell’industria, Warren Anderson, è stato chiamato in giudizio (l’ultima volta, di nuovo, nel luglio di quest’anno), ma gli Stati Uniti ne hanno negato l’estradizione e ora è un benestante pensionato, latitante tra Manhattan e la Florida.
da Internazionale, 3 dicembre 2009
Il premie Singh: «L’enormità di quella tragedia pesa sulla nostra coscienza collettiva»
Bhopal, indiani in piazza 25 anni dopo
Nel 1984 la catastrofe chimica con migliaia di morti. I manifestanti: «Impianto ancora contaminato»
Il 3 dicembre del 1984, una nube altamente tossica fuoriuscì dalla fabbrica della Union Carbide India Limited (UCIL) di Bhopal, filiale indiana di uno dei giganti americani della chimica: i morti furono migliaia, tra 8.000 e 10.000 secondo il Centro di ricerca medica indiana, oltre 25.000 secondo Amnesty International. Ancora oggi, almeno centomila persone soffrono di malattie croniche, come conseguenza della contaminazione della falda freatica. A un quarto di secolo di distanza, l’impianto giace abbandonato e dietro i suoi pesanti portoni d’acciaio c’è quello che gli ambientalisti definiscono «un disastro nel disastro», un luogo ormai altamente inquinato che, secondo nuovi studi, sta lentamente avvelenando l’acqua potabile per migliaia di indiani. Per questo migliaia di persone, sopravvissuti e attivisti, hanno marciato per le strade di Bhopal, scandendo slogan contro il governo e la Union Carbide ed esigendo risarcimenti per la popolazione e un intervento più incisivo per decontaminare la zona.
Mercoledì il premier indiano Manmohan Singh, nel ricordare l’incidente, ha dichiarato: «L’enormità di quella tragedia dovuta alla negligenza pesa ancora sulla nostra coscienza collettiva». Dalla fabbrica fuoriuscirono 40 tonnellate di isocianato di metile, un prodotto utilizzato per fabbricare pesticidi, altamente tossico e irritante, che può causare edema polmonari o polmoniti, enfisemi ed emorragie. L’impianto teatro dell’incidente è ora abbandonato, il governo del Madhya Pradesh lo ha riacquistato nel 1998, ma secondo gli ambientalisti tutta la zona è ancora contaminata. Nessuno è mai stato processato per l’incidente di Bhopal, ma la Union Carbide ha versato 470 milioni di dollari di risarcimento al governo indiano. Alcuni inviati della britannica Bbc hanno preso un campione di acqua da una fontana a nord dell’impianto e lo hanno analizzato in Gran Bretagna: in esso è stato ritrovato un quantitativo mille volte superiore a quello raccomandato dall’Oms di tetracloruro di carbonio, una sostanza inquinante con effetti cancerogeni e dannosi per il fegato.
da Il Corriere della Sera, 3 dicembre 2009









