Quando arrivano le cavallette

di Arundhati Roy, Guanda 2009

India lacerata tra capitalismo e tradizione
La scrittrice Arundhati Roy in una raccolta di saggi dal forte impegno politico

E’ un paese oppresso dal fondamentalismo, corrotto, spinto verso una modernizzazione troppo accelerata l’India che la scrittrice Arundhati Roy analizza in Quando arrivano le cavallette (Guanda, 177 pagine, 13 euro), una raccolta di saggi segnati da un forte impegno politico."Quando arrivano le cavallette" di Arundhati Roy

Ormai da un decennio la giovane intellettuale nata nel Kerala, che esordì nel 1997 con Il dio delle piccole cose, ha messo da parte la narrativa e ha scelto di impegnarsi in prima persona nella lotta contro l’establishment governativo, che accusa di “difendere una visione predatoria della democrazia per far spazio alle forme più rapaci del capitalismo”.

Secondo Roy, in nome di un’idea ipocrita e sbagliata del “progresso”, l’India ha dovuto subire le conseguenze di una profonda mutazione antropologica e sociale. Il risultato è la nascita di una classe medio-alta numericamente esigua che dispone di enormi ricchezze e di una underclass più estesa e disperata rispetto al passato recente, composta in particolare dalle decine di milioni di persone che sono state private della propria terra e obbligate a trasferirsi nelle periferie delle megalopoli a causa dei grandi progetti infrastrutturali ideati per modernizzare il subcontinente.

Commenta in proposito: “E’ come se una società vetusta, che marciva sotto il peso del feudalesimo e del sistema delle caste, fosse stata messa dentro un’enorme centrifuga per la panna. Il macchinario ha strappato la rete delle vecchie disuguaglianze, risistemandone alcune, ma per la maggior parte finendo per rafforzarle. Ora la società è stata scremata: è rimasto un sottile strato di panna densa e un mucchio d’acqua. La panna è quel mercato indiano di milioni di consumatori (di auto, cellulari, computer) che fa invidia agli uomini d’affari di tutto il mondo, mentre l’acqua (ovvero tutto il resto della popolazione) conta sempre meno”.

All’origine di questa disparità ci sono, a giudizio della scrittrice, precise responsabilità di natura politica attribuite da Roy al Partito del Congresso e ai suoi leader, che hanno in più di una circostanza fatto leva sull’orgoglio (e sul fondamentalismo) indù ai danni della minoranza musulmana per mantenere il consenso e, addirittura, per accrescerlo. Si tratta di un disegno, accusa, sostenuto e finanziato dalle multinazionali che fanno ottimi affari in India e dispongono di un enorme serbatoio di manodopera a basso costo alla quale si rivolgono per lavori che in occidente peserebbero in misura maggiore sui loro bilanci.

L’ingiustizia, ricorda Roy, genera spesso violenza. L’establishment, aggiunge, lo sa bene e ha scelto di indicare alla popolazione un nemico interno (i musulmani) per far sfogare la rabbia di milioni di indù. Una strategia che è all’origine dei massacri che si verificano in maniera periodica e mietono vittime nella minoranza religiosa, alimentando poi quel silenzioso conflitto tra India e Pakistan, avviatosi nel 1947 subito dopo l’indipendenza, che costituisce una minaccia costante per la stabilità dell’intera Asia, sfociato due volte in guerra aperta per il possesso della regione del Kashmir, la terra di confine che, a giudizio di molti analisti politici indipendenti, potrebbe dare il via a un conflitto nucleare in tempi brevi in assenza di un accordo.

Il dramma, secondo la scrittrice, è che l’India e il Pakistan non desiderano raggiungere alcun accordo, nonostante si dicano favorevoli alla trattativa. Perché la tensione nell’area rafforza i rispettivi governi (la presenza di un nemico è utile per spegnere l’inquietudine sul fronte interno) e costituisce un elemento di un gioco di più vasta portata. “Non c’è dubbio – spiega Roy – che la questione kashmira sia ai primi posti, insieme a quella della Palestina, tra le dispute più antiche e complesse del mondo. Ciò non significa che non la si possa risolvere. Ma il problema sta nel fatto che il Kashmir è sul crinale di una regione zeppa d’armi, che sta scivolando nel caos ed è presa in un vortice di ideologie pericolose e in contrasto tra loro: il nazionalismo indiano e pakistano, l’imperialismo americano, la resistenza islamica e ‘medievale’ dei talebani in Afghanistan”. Roy è pessimista sul futuro dell’India.

Pur non dichiarandosi contraria alla modernità di matrice occidentale, sostiene che nel suo paese la democraziaè soltanto una finzione” e che il problema maggiore è la totale assenza di libertà., cui si somma l’immenso potere di cui godono gruppi industriali in stretto contatto con le classi dirigenti politiche. Il quadro che dipinge in questi saggi è dunque dominato da colori cupi. Lei, comunque, continua a battersi in favore di un cambiamento vero, pur consapevole che non si verificherà entro pochi anni, paladina di un impegno civile per il quale ha sacrificato la narrativa, certa che “quando avviene nella realtà che mi circonda è troppo importante per darmi il tempo di scrivere romanzi”.

da Il Messaggero
di Roberto Bertinetti

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