In Rajasthan tè nero, pavoni e filosofia negli hotel-palazzi
A Jaipur, Udaipur e Jodhpur gli storici Taj Hotels sono perfetti per un soggiorno da reali
Un cocktail con un tocco di angostura e pepe rosa appena schiacciato, sorseggiato nel grande patio affacciato sul tramonto sui tetti blu della città di Jodhpur. Una nuotata lenta sotto i rami di un mango secolare, fra il luccichio degli intarsi d’argento sul muro bianco che si confondono con i riflessi del vicino lago Pichola. Oppure un tè nero in compagnia di un libro, sotto un ombrellone bianco e rosso in un grande giardino che nel 1850 era una riserva di caccia della favorita del maharaja della città. E come un maharaja ci si sente, negli hotel storici che fanno parte della catena Taj in Rajasthan, la “terra dei re” dell’India.

Non si tratta di una metafora, ma della realtà, dal momento che in alcuni, come l’Umaid Bhawan Palace di Jodhpur e il Rambagh Palace di Jaipur, i maharaja e i loro familiari vivono ancora oggi.
Palazzi che fanno parte della storia della regione più grande del paese, tanto che un vero viaggio in questa terra contrastata per colori e paesaggi, dove il deserto è interrotto dalle montagne e le montagne da foreste e laghi, non può essere definito tale se non si passa almeno una notte o un pomeriggio in una delle antiche residenze reali.
Il gruppo Taj, stella del multiforme universo del gruppo Tata, ha preso in gestione questi antichi palazzi e li ha fatti naturalmente evolvere in strutture talmente splendide che il soggiorno in esse non sarà solo perfetto – dall’accoglienza con tanto di corona di garofani arancioni ai bigliettini con aforismi sul sonno trovati sul letto prima di coricarsi – ma anche indimenticabile.
Capita, ad esempio, che al Rambagh Palace di Jaipur si faccia colazione – rigorosamante à la carte – in compagnia del ritratto della maharani Gayatri Devi, la sposa del maharaja, vissuta nel palazzo fino alla sua morte, nel luglio scorso. Nel 1940 Vogue l’aveva definita “la donna più bella del mondo” e pubblicava i reportage dei suoi party a Rambagh con aristocratici, politici e celebrità di tutto il mondo. Rambagh è disseminato dei suoi splendidi ritratti, e quello che nacque nel 1835 come rifugio fuori città per Kesar Badman, la favorita del re, sembra oggi un monumento alla bellezza malinconica della sua ultima padrona. La suite Suryawanshi, una delle più belle dell’hotel, ha ancora gli arredi che lei amava, il letto a baldacchino dalle tende con turchesi incastonati e riproduzioni di pavoni, l’uccello sacro del Rajasthan, che troverete in ogni residenza reale.
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Pavoni vivi si trovano invece nei grandi prati di Baradari, nell’Umaid di Jodhpur. Timidamente vi si faranno vicini mentre passeggiate fra i vialetti di bouganville o durante il vostro bagno nella piscina all’aperto dell’hotel. Presenze discrete che a tratti stridono con l’imponenza del palazzo, costruito per il maharaja Umaid Singh fra il 1928 e il 1942 dall’architetto britannico Henry Lancaster, che mescolò l’Art Decò europea e la locale arte rajiput per creare una sorta di Empire State Building indiano, con tanto di teste d’aquila a sormontare spiazzanti incastri geometrici. Se non fosse tutto di pietra, vi sentireste a Manhattan. Per non parlare dell’atrio, una sorta di planetarium di marmo dove perdersi a guardare l’alta cupola come fosse una sfera celeste, uno dei simboli della città, e delle grandi scale che portano ai piani superiori, da dove alcuni leopardi sembrano scattare (per fortuna nell’immobilità dell’imbalsamazione).
Uscendo dagli hotel di Jodhpur e di Jaipur avrete la sensazione di lasciare la quiete tipica dei monumenti per rituffarvi fra le vie intricate e follemente brulicanti dei bazar. Ma è Udaipur, nel sud del Rajasthan, il luogo dove si entra davvero in contatto con il flusso dell’anima indiana. La chiamano “la Venezia d’oriente“, con la sua dimensione da tranquilla cittadina di provincia (ma ha “appena” 300mila abitanti) e con i suoi palazzi affacciati sulle acque placide del lago Pichola nella cornice dei monti Aravalli, questa Udaipur che sfoggia il culmine della sua bellezza proprio al centro del suo lago: è il Taj Lake Palace, palazzo di marmo bianco costruito nel 1746 da Jagat Singh II, 62esimo erede della dinastia di Mewar, che si dice discendente del Sole, e dal 1963 uno degli hotel più belli e sognati del mondo, come testimonia la sua lunga lista di premi.
Dal momento in cui sarete accolti nella banchina per attendere la barca che vi porterà all’hotel, vi conquisteranno i suoi riflessi sul lago, indolenti, esaltati dalla sera. Una volta nell’hotel vi incanterà il giardino che circonda lo zenana, spazio un tempo riservato alle donne della casa, con giochi di turchese, argento, verde e fucsia. Non pensateci due volte e concedetevi una cena a lume di candela sulla Mewar Terrace, dove i butler, discendenti delle servitù del maharaja che lì abitava, si prenderanno impeccabilmente cura di voi mentre il canto del muezzin arriva dai minareti della città. «Non aspettarti ninfee in ogni stagno», recita un proverbio indiano. Ma in una serata come quella sul lago Pichola possono sbocciare fiori di ogni genere.
di Chiara Beghelli
da Luxury24 una rubrica del Il Sole 24 ore



























