I maharaja di oggi, imprenditori e filantropi con il lusso nel Dna

Come i “gran re” del Rajasthan hanno reinventato la loro vita senza rinunciare ai vezzi della nobiltà

Quando si dice che la nobiltà è una virtù che aiuta a far buon viso a cattivo gioco. Una virtù che può donare perfino la capacità, non priva di lungimiranza, di trasformare queShriji Arvind Singh Mewar, maharaja di Udaipurllo che prima era il proprio palazzo, ricco di animali rari e domestici silenziosi e fedeli, in un hotel di lusso aperto a clienti danarosi ma non necessariamente raffinati come gli antichi proprietari. In questo senso di nobiltà ha fatto largo sfoggio Shriji Arvind Singh Mewar, 76esimo maharaja di Udaipur, discendente di una delle famiglie più antiche e nobili del Rajasthan: prevedendo che un giorno i privilegi di un tempo, resi già esigui dalla trasformazione dell’India in repubblica nel 1947, sarebbero decaduti del tutto, negli anni cinquanta andò a studiare hotel management negli Stati Uniti e lavorò per un periodo in un albergo di Chicago.
Nel 1963, poi, trasformò il palazzo che dal 1746 apparteneva alla sua famiglia – una delle più belle residenze del Rajasthan, un palazzo così bianco, leggiadro ed elegante che sembra fatto all’uncinetto – in un hotel di superlusso -il Taj Lake Palace- che pochi anni dopo ospitò anche James Bond-Sean Connery per le riprese di “Operazione Piovra”. E pensare che suo nonno, quando il piccolo Shrij aveva appena sette anni, gli aveva detto: «Te lo regalo, è per te e per tua moglie».

Oggi Singh Mewar ha 65 anni ed è a capo di una holding di alberghi, la Lake Shore Palace Hotel Ltd., che raccoglie le antiche residenze dei suoi avi convertite in strutture per l’ospitalità di lusso. La decisione del governo socialista di Sonia Gandhi di abolire del tutto i loro privilegi, nel 1971, ha costretto i maharaja a inventare nuovi modi per vivere e mantenere vive le tradizioni secolari della propria famiglia. In India i maharaja vivono come i nobili decaduti di ogni altra parte del mondo: mantengono il titolo, ma molti lavorano, e la maggior parte lo fa occupandosi della nuova destinazione d’uso dei loro antichi splendori.
Ma maharaja significa prima di tutto “gran re“, e ogni gran re che si rispetti deve continuare a prendersi cura del suo popolo, come faceva quando il suo titolo aveva ancora un significato politico e sociale definito dalla storia. Per questo oggi molti maharaja sono a capo di fondazioni umanitarie e si occupano persino di sostenibilità ambientale, come lo stesso Singh Mewar, che sta portando avanti il progetto “City within a city” a Udaipur, un complesso di strutture sportive, scuole, centri finanziari a impatto zero. Mentre si vanta di essere anche il primo maharaja in India a possedere un iPhone.

Certo, un nobile di antico lignaggio come lui non può passare tutto il suo tempo dietro una scrivania come un qualsiasi impiegato rampante di New Delhi. Per questo cura personalmente la collezione di auto vintage nel suo palazzo affacciato sul lago di Udaipur dove è rimasto a vivere – in un’ala, beninteso – e per i suoi compleanni organizza feste che possono durare giorni. Il gusto per le glorie della mondanità, insomma, non è stato intaccato.

Gaj Singh, Maharaja di JodhpurNe è prova anche Gaj Singh, maharaja di Jodhpur, la città blu dei brahmini. Anch’egli vive ancora in un’ala – enorme – dell’Umaid Bhawan Palace, un altro vecchio palazzo trasformato in hotel cinque stelle, ma adora viaggiare e lo si può incontrare nei party di beneficenza in lussuosi alberghi occidentali, come al The Pierre di New York dove è stato per patrocinare una cena per la Indian Head Injury Foundation. Ma fra un cocktail e un canapè rivolge probabilmente il pensiero al suo popolo, del quale si prende cura con la sua Jal Bhagirathi Foundation, che educa gli abitanti dei villaggi nel deserto rajastano a un corretto uso dell’acqua.

Ma c’è qualcuno che in mondanità e vezzi li supera entrambe, pur essendo un austero e ormai 78enne ex generale dell’esercito indiano: è Bhawani SingBhawani Singh, Maharaja di Jaipurh, maharaja di Jaipur soprannominato “bubble” dai suoi familiari perché quando nacque suo nonno, felicissimo per il primo erede maschio nato dopo secoli di femmine, fece sgorgare champagne dalle fontane del palazzo reale. E quando a sua volta nel 2002 ha adottato il suo nipotino come erede, nello stesso palazzo ha organizzato festeggiamenti per giorni e giorni, aperti ai cittadini, con tanto di recita di antichi inni vedici e di spettacolari fuochi d’artificio. A dimostrazione che per far sparire un privilegio basta una legge, ma per spegnere desideri reali non bastano secoli.

di Chiara Beghelli
da Luxury24 una rubrica del Il Sole 24 ore 

Articoli correlati:
In Rajasthan tè nero, pavoni e filosofia negli hotel-palazzi

Lascia un Commento