Quando le baraccopoli possono cambiare il mondo
Chi avrebbe mai pensato a una baraccopoli come a un laboratorio di creatività e un concentrato di potenzialità umane? Stewart Brand l’ha fatto.
Il noto esperto di computer e new media, inventore, designer e scrittore, da sempre è il pionere di un ambientalismo rivoluzionario che non ha paura dell’ingegneria genetica, del nucleare, dell’urbanizzazione. In linea con la sua visione spregiudicata del progresso, Brand, in un’intervista rilasciata a Wired, supera il binomio baraccopoli-disperazione e guarda in modo propositivo e incoraggiante le malconce periferie di Mumbai, Nairobi o Rio de Janeiro.

“I bassifondi delle metropoli del sud del mondo nascondono la chiave per risolvere la povertà. La spinta a sollevarsi dalla miseria, infatti, spinge gli abitanti delle baraccopoli a essere creativi e fare le cose con grande inventiva, rendendoli capaci di collaborare tra loro molto più dei comuni abitanti delle città”, dichiara Brand.
Per lui, la gente che si riversa dalle campagne nelle periferie urbane, contribuisce a limitare alcune pratiche devastanti per l’ambiente come l’agricoltura di sussistenza. Nelle baraccopoli queste persone non guadagnano niente, ma alla fine riescono a fare il salto e inserirsi nel sistema dell’economia formale.
Brand ricorda anche che le donne rivestono un ruolo importante nell’organizzazione sociale delle bidonville. Sono madri di tanti bambini, dirigono l’andamento della comunità e spesso sono le destinatarie dei finanziamenti del microcredito.
“Bisogna capovolgere la prospettiva del problema e smetterla di considerare le baraccopoli il dramma della civiltà mondiale”, continua il coraggioso ambientalista. “Non si possono negare i disagi e la sofferenza all’interno di queste aree, ma pensare di demolirle sarebbe un errore. Bisogna invece scommettere sulle persone e considerarle le pionere del cambiamento. Di sicuro, dare loro elettricità, acqua potabile, assistenza sanitaria e maggiore sicurezza sarebbe il primo passo per fare la differenza”.
da Internazionale, 24 settembre 2009







