Kumba Mela nell’India sacra

Lungo le rive del Gange fino alle pendici dell’Himalaya. Nelle città sacre durante il Kumba Mela, il pellegrinaggio indù.

Sono cresciuto sentendo parlare dell’India. Mio nonno materno aveva lavorato per l’agenzia della dogana indiana e mia madre aveva frequentato la scuola a Mussoourie, ai piedi dell’Himalaya.

Ricordo valigie in soffitta piene di vestiti piegati con cura, guanti bianchi e lettere dalla Gran Bretagna. Ogni tanto mia madre, tornata in Inghilterra, mentre lavorava a maglia si bloccava di colpo. In quei momenti, dal suo sguardo capivo che con la mente era in India , e che in quel suo viaggio immaginario portava anche me.

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Kumbha Mela, photo from web

Ho sempre desiderato visitare l’India, per capire da dove deriva il suo fascino. E così sono finito nel letto di un fiume in secca alla periferia di Allahabad. Facevo parte dei venti milioni di persone arrivate fin qui per bagnarsi nelle acque del Gange, il fiume sacro, in occasione del Kumba Mela degli indù, il più grande raduno di esseri umani nella più vasta area da campeggio della terra.

Ho proseguito il mio viaggio in macchina risalendo il fiume verso l’Himalaya finché non abbiamo incontrato la neve. Ho vissuto con un gruppo di sadhu, dei santoni erranti, e ho visto il paese che loro vedono ogni giorno. Un’India molto diversa da quelle isole di sviluppo economico che ci vengono presentate come “la nuova India“.

Kumba Mela, photo from web

La maggior parte dei sadhu vive in solitudine, nelle caverne di montagna o in ripari di fortuna sotto gli alberi sacri ai margini dei villaggi. E il Kumba Mela è una delle poche occasioni che hanno per stare assieme. Sono rimasto ad Allahabad per cinque giorni ed è stato come vivere mangiare e dormire dentro uno stadio stracolmo. L’area da campeggio si era trasformata in una metropoli, con grandi viali e stradine secondarie fatte di tende e tappeti. Si vedevano bambini vestiti da dèi ed elefanti colorati con il gesso. I sadhu indossavano una veste arancione vivo oppure sono coperti solo da un sottile strato di cenere. Fanno eccezione i menestrelli itineranti: un piccolo gruppo di sadhu evirati che indossano abiti femminili e si spostano da tenda a tenda, danzando malissimo e cantando anche peggio.

Sadhu has held his arm in the air for many years. Photo from web

Altri sadhu praticano le cosiddette austerità, attività che spesso includono l’automortificazione. Un uomo di mezza età ha tenuto il braccio sollevato sopra la testa per quattordici anni, un altro non si è seduto per sei: dormiva in piedi appoggiato a un cuscino appeso al soffitto.

Ho dormito in uno degli ashram (eremi dove anticamente vivevano i saggi indù) presenti al Kumba Mela, ognuno guidato da un guru. Sono stato adottato da un guru di nome Jagdish, che finché sono rimasto lì mi ha trattato come un figlio. Passava le sue giornate seduto nella posizione del loto su una piccola piattaforma sopra a un fuoco sacro. Non ho mai visto il mio nuovo padre senza un sorriso sul volto.

Il Kumba Mela è un vero assalto ai sensi: non ho chiuso occhio per tre notti. Dopo cinque giorni ero pronto a rimettermi in strada. Il piano era di muoversi verso nord per raggiungere l’Himalaya. Un viaggio di tre o quattro giorni che, durante gli spostamenti in auto, avevo intenzione di passare dormendo.

I fantasmi del colonialismo

Nelle prime dodici ore di viaggio abbiamo toccato gli ottanta all’ora solo una volta, e mi è bastata. Sulle strade indiane ogni sorpasso è deciso in base alla sterzata dell’ultimo istante fatta dal conducente che ha più paura di morire. E lo stesso vale per i dubbi su chi ha la precedenza. Viaggiavo con un giovane sadhu chiamato Vasistha, e ogni volta che evitavamo il disastro per qualche millimetro, mi guardava con gli occhi spalancati e diceva: “Moriremo tutti molto presto, credo“, per poi scoppiare a ridere a crepapelle. All’inizio pensavo che fosse solo spavalderia, ma poi ho capito che era qualcosa di molto serio. Era indifferente alla possibilità della nostra morte.

Kumbha Mela, photo from web

Fortunatamente, sulle strade più importanti capitava spesso d’incontrare un camion in panne che involontariamente rallenta il traffico. Nove volte su dieci è colpa del retrotreno che cede per il sovraccarico. In India ogni cosa è sovraccarica: gli autobus sono pieni di gente, così come le braccia degli indiani sono pieni di braccialetti, l’aria delle pianure di polvere e il tè, servito sul ciglio della strada, di zucchero. Anche lo zucchero arriva al ciglio dal strada: da miglia e miglia di campi di canna da zucchero in frammentati da raffinerie esalanti fumi dolciastri. Sono tutte imprese a conduzione familiare, mandate avanti dai nonni, bambini scalzi e animali da tiro dall’aria annoiata, tutti impiegati a tirar fuori quei dolci cristalli d gambi, ciminiere e fuliggine.

Kumbha Mela, photo from web

Non riuscivo a capire se l’India stesse precipitando o al contrario crescendo. Le città delle pianure sono brutte e sporche, ma gli abitanti sono belli. A volte si incontra un paese che non c’è più. I fantasmi dell’India coloniale sono ovunque; nelle stazioni ferroviarie e nel suono delle campane delle chiese. Ma i fantasmi si dissolvono una volta giunti a Haridwar, la porta dell’Himalaya. Qui il Gange si divide in sette canali di colore azzurro opaco, punteggiati dal bianco delle oche e dalle vesti arancioni dei sadhu che meditano sulle rive rocciose. La città è piena di ashram: è qui che gli anziani sadhu passano gli ultimi anni di vita. Quando arriva il loro momento vengono sepolti a gambe incrociate, come stessero ancora meditando. Potendo scegliere, preferisco gli ashram agli alberghi. Da un ashram si ha una prospettiva molto più vasta dell’India, e spesso più bella. Ma la qualità dell’esperienza dipende molto dal guru locale, che può avere un atteggiamento verso la vita e il mondo molto diverso da quello del guru dell’ashram vicino.

Il guru dell’ashram dove mi sono fermato ci ha accolti al cancello con un sorriso. Il piccolo gruppo di edifici era al centro di una serie di giardini fioriti che portavano alle rive sei sette fiumi azzurri. Ci sono rimasto tre giorni e non ricordo, da quando sono nato, di essere mai stato trattato con tanta dolcezza. Si parla molto della “nuova India” e “dell’India emergente“, un altro modo per indicare l’arrivo di grattacieli scintillanti e di grandi catene alberghiere occidentali. Tra poco l’India sarà un luogo come tanti altri nel mondo. Ma il progresso dell’umanità si deve proprio misurare in centri commerciali?

Ad Haridwar, lungo le rive del Gange, stanno nascendo nuove costruzioni. Sono ashram con camere indipendenti e attrezzature mediche: luoghi dove trovare la pace dello spirito e del corpo. Eppure cominciavo a sentirmi un po’ stanco. L’India mette alla prova i tuoi bisogni: il bisogno di dormire, di comodità, di carne. Per completare il mio viaggio mi hanno vestito di arancione e spedito in una grotta ai piedi dell’Himalaya per qualche notte. Un classico esempio della tradizione sadhu. Un novizio può stare anche dieci anni al servizio del maestro, finché un bel giorno il maestro gli dirà: “Credo sia tempo che ti metta in cammino“. Allora il giovane sadhu andrà per le strade, in una foresta o in una grotta. Non si può dire che le colline ai piedi dell’Himalaya siano belle, però sono enormi. Più che altro sono grandi. Sembrano incompiute e hanno un colore marrone, perché sono arse e implorano acqua. Un paesaggio spettacolare, eppure non ho sentito il suo richiamo.

Ballare intorno al fuoco

Solo dopo essermi sistemato nella grotta di Vasistha, appena fuori il villaggio di Thadoga, ho messo davvero a fuoco le montagne. La zona pullula di animali che cercano di stare lontani dalle strade: buceri, piccole civette, farfalle. Temo però di aver ucciso lo scorpione che mi è spuntato accanto in piena notte.

La sera gli uomini del villaggio mi portano da mangiare e facevano le ore piccole fumando hashish intorno al fuoco davanti alla grotta. Vasistha si è messo a ballare e a saltare sopra le fiamme. “Vieni a ballare, è una bella notte” mi ha detto con uno sguardo spiritato. Mi sono trascinato un paio di volte intorno al fuoco. “Guardati, stai diventano vecchio“, mi ha detto. Ero d’accodo con lui. “Il corpo invecchia, amico mio, non l’uomo“.

Kumbha Mela, photo from web

Una lezione importante. Ne ho imparato almeno altre tre nel mio pellegrinaggio in India. La prima è che la comodità è uno stato mentale, non fisico. La seconda è che gli occidentali si sono dimenticati come si sorride. La terza, che ci vuole più coraggio a non uccidere uno scorpione che a ucciderlo.

Da Internazionale, n. 735, 14 marzo 2008 
di Peter Owen Jones, The Times, Gran Bretagna

Il raduno indù del Kumba Mela o Kumbha Mela significa “Festa della brocca“. Secondo il mito, dal frullamento dell’oceano di latte che vide collaborare dei e demoni sorse Dhanvantari, il medico divino, reggendo una brocca che conteneva l’ambrosia (amrita), il nettare dell’immortalità. Dei e demoni cominciarono a combattere per appropriarsene e nella mischia quattro gocce caddero in diversi punti dell’India Allahabad, Haridwar, Ujjain e Nashik.
Ogni tre anni il Kumba Mela si svolge in una di queste località. Ogni ciclo di dodici anni si conclude con un Maha Kumba Mela (un raduno più vasto) a cui partecipano milioni di persone che si tiene ad Allahabad anche detta Prayagluogo del sacrificio” è il nome indù del luogo di confluenza fra il Gange, la Yamuna e la favolosa fiumana Sarasvati, che si ritiene giunga qui attraverso un percorso sotterraneo.

Il prossimo Kumba Mela si terrà nel 2010 tra marzo ed aprile ad Haridwar. Il rituale più importante è il bagno nei fiumi che toccano le varie città.

2 Commenti a “Kumba Mela nell’India sacra”

  1. stefania Scrive:

    Affascinante e sconvolgente soprattutto perchè partirò presto per il kumba mela il prossimo marzo. E’ stato molto utile leggerlo, grazie Peter, che il tuo e il nostro viaggio possa continuare su questa onda, sapendo cogliere le cose fondamentali della vita, ciao Stefania.

  2. micaela Scrive:

    ho letto con emozione l’esperienza di Peter. sono in una fase di cambiamento della mia vita e da incallita materialista mi sto nutrendo sempre piu dello spiritualismo indiano. ora vorrei fare un viaggio in india per vedere, respirare e vivere l’india. volevo chiedere informazioni relativamente agli ashram che danno la possibilità di fare un periodo di esperienza di questo genere. volevo anche chiedere a stefania come si è organizzata per il kumba mela, piacerebbe molto anche a me…
    grazie
    micaela

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