Delhi mette al bando i mendicanti

Operazione pulizia per i Giochi del Commonwealth del 2010 «Corti mobili» Le «corti mobili» potranno condannare all’ istante chi chiede l’ elemosina «Sacri» «Per gli induisti il mendicante è sacro perché ti permette di lavare i tuoi peccati»

Dopo le mucche, i mendicanti. Niente più questuanti nelle strade, ha ordinato il governo di Delhi. La città degli accattoni, di chi vive, lavora e dorme sui marciapiedi, deve dileguarsi. È l’ ultima delle misure imposte alla città in vista dei Giochi del Commonwealth dell’ anno prossimo.

Photo by Prashant Panjar

Dopo la pattuglia di cowboys urbani sguinzagliati per ripulire la città dalle mucche, la prima settimana di agosto arriveranno le «corti mobili» che, a bordo di furgoncini scortati da agenti della polizia, potranno condannare all’ istante chi chiede l’ elemosina. Un’ impresa non facile: si tratta di far «sparire» dalla strada 60 mila persone. Sacri come le mucche nella tradizione indù, da tempo i mendicanti fanno quasi parte del paesaggio, come il vento sudato e appiccicaticcio della città.
Oggi però raramente «lavorano in proprio»: sono per lo più arruolati in gang malavitose che li sfruttano. Come Jemal, il piccolo protagonista di «Millionaire» di Danny Boyle che, rimasto senza madre, uccisa negli scontri tra musulmani e indù, finisce a mendicare per strada per conto di una banda di sfruttatori che non esita ad accecare i piccoli questuanti per aumentare i profitti. Da un’ indagine della facoltà di Sociologia dell’ Università di Delhi è emerso che un terzo dei mendicanti ha meno di 18 anni e che un terzo è disabile. Un quarto di loro ha intrapreso la «professione» per seguire le orme dei familiari. Molti sono emigrati in città dalle regioni più povere in cerca di lavoro: non avendolo trovato, sono finiti in strada. Altri, soprattutto donne e bambini, sono stati prelevati a forza dai loro villaggi. Ci sono anche mendicanti ricchi, quelli che arrivano a guadagnare fino a 500 rupie al giorno, più di uno stipendio di molti operai. I «padroni» spesso gestiscono corsi serali per insegnare a chiedere l’ elemosina in più lingue (tra cui il francese e lo spagnolo), a riconoscere le valute, a fare un minimo di conversazione per impietosire con frasi del tipo «sono un orfano», «non mangio da giorni» gli stranieri.

Photo by Samuele Fracasso«Ne arriveranno oltre 100 mila in città con i Giochi» gongola con l’ Hindustan Times Viajay Babli, leader di oltre 12 mila famiglie di mendicanti che aspettano come una manna dal cielo questo grande evento sportivo. Ma le autorità vogliono render loro la vita difficile: l’ idea è quella di schedarli per identificare i trasgressori recidivi così che possano essere espulsi fuori Delhi o rinchiusi. La legge locale permette di inviare i mendicanti in case speciali per un anno e di imprigionare i recidivi per 10. Ma non è semplice. Ci sono problemi pratici: carenza di forze in campo («10 agenti per affrontare 60 mila mendicanti» titola eloquentemente il Times of India) e di strutture adeguate per accoglierli. Ci sono poi ostacoli culturali.

«Per gli induisti il mendicante è sacro perché ti permette di lavare i tuoi peccati – spiega da Delhi al Corriere Rini Khanna, 43 anni, per venti anchorwoman di punta di Doordarshan, la principale tv indiana -. Si va al tempio apposta per donargli cibo, coperte e soldi. In realtà è un atto egoistico. Il giorno di massima donazione è sabato quando ci si protegge dal cattivo influsso di Saturno».
Per questo in India è facile fare soldi chiedendo l’ elemosina. Per questo forse non basteranno i Giochi per cancellare il lato buio di Delhi

Lo scrittore Dominique Lapierre
«Sono d’ accordo la mafia li sfrutta»

«Rimuovendo i mendicanti non si sradica la causa della povertà ma almeno si cerca di contrastare la mafia che sfrutta questa povertà per fare profitto». Plaude all’ iniziativa del governo di Nuova Delhi Dominique Lapierre. Parla da Parigi, ma telefonate ed email lo sollecitano continuamente a occuparsi della «sua» India, quella dei diseredati conosciuta nel 1981 quando andò a vivere in una bidonville di Calcutta per curare i lebbrosi.
Un viaggio nella sofferenza raccontato nel bestseller La città della gioia (oltre otto milioni di copie), poi trasposto sul grande schermo. Un viaggio mai finito: oggi a quasi 78 anni (li compie il 31 luglio) continua a sostenere i diseredati indiani attraverso l’ omonima associazione, fondata con la moglie Dominique (anche i proventi della vendita del suo ultimo libro, Un arcobaleno nella notte, vanno a Calcutta).

Photo by Giordana Astegno

Quella delle autorità indiane non rischia di essere più un’ operazione di facciata vista l’ esiguità delle forze messe in campo?
«Resta comunque un segnale. Fa male vedere davanti agli alberghi e ai semafori di Nuova Delhi donne con bambini in braccio che chiedono l’ elemosina gestite da gang malavitose. Oggi i mendicanti sono “fabbricati”. Dietro di loro c’ è un abominevole commercio di uomini, donne e bambini, spesso prelevati dai villaggi delle campagne, mutilati e buttati sulle strade delle città con l’ obbligo di arricchire i padroni. Lo sfruttamento della povertà è un fatto criminale che le istituzioni devono combattere, quindi ben venga un’ iniziativa di questo tipo, anche se ha dei limiti».

Non teme che l’ operazione faccia vittime tra i più vulnerabili senza arrivare a colpire i boss?
«Il contraccolpo credo lo sentiranno anche loro. In India ci sono bambini che vengono dati in affitto per chiedere l’ elemosina. Magari, per esempio, questo business non sarà più così redditizio. Certo sarà importante non riservare lo stesso trattamento ai professionisti dell’ elemosina e ai poveri cristi. Pensi che nella bidonville di Calcutta “la città della gioia” mai nessun mendicante mi ha mai chiesto soldi. La gente è poverissima ma si aiuta reciprocamente per sopravvivere: nessuno li sfrutta. A me hanno sempre dato tanto e mai chiesto nulla. E quando me ne sono andato, avevo 50 chili di bagaglio in più per tutti i doni che gli abitanti della bidonville mi hanno fatto giorno per giorno per vivere».

Ma a lei è mai capitato di fare l’ elemosina per strada?
«Ai mendicanti ho sempre dato cibo, assicurandomi anche che lo consumassero sotto i miei occhi. Soldi, mai. Dopo la “pulizia”, la grande sfida per istituzioni e società civile è riuscire a convincere questa gente che l’ accattonaggio non è l’ unica possibilità per sopravvivere. Ma costruire alternative è molto difficile».

L’ autore Dominique Lapierre, 77 anni, destina parte del ricavato dei suoi libri ai poveri di Calcutta

entrambi gli articoli sono di Muglia Alessandra
dal Corriere della Sera, 21 luglio 2009

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