Subodh Gupta, il Warhol dell’India
da Corriere della Sera, 26 maggio 2009
Utensili da cucina per raccontare fame e consumismo del suo Paese Salman Rushdie L’ India fasulla degli elefanti e delle danzatrici è oggi messa a tacere da una generazione che racconta qualcosa che si potrebbe chiamare verità
Subodh Gupta è uno dei nomi più noti dell’ arte contemporanea; è stato invitato alle Biennali di Venezia, Mosca, Avana e Gwangju, ma l’ opera che l’ ha
reso popolare in tutto il mondo, quella più fotografata, è il grande teschio «Very hungry God», installato nel 2006 sul Canal Grande, a Venezia, davanti a Palazzo Grassi dove il miliardario François Pinault (lo stesso che fra pochi giorni inaugurerà una seconda sede alla Punta della Dogana), aveva scelto di insediarsi con la sua strepitosa collezione.
Da grande tempista per gli affari, Pinault aveva fiutato il vento che spirava già forte verso il subcontinente indiano tanto è vero che, solo un anno dopo, nel 2007, a un’ asta londinese di Sotheby’ s, un’opera di Raqib Shaw fu battuta per cinque milioni e mezzo di dollari, record d’ asta per un artista indiano, proprio mentre nella stessa sessione una Jackie di Andy Warhol realizzò «neanche» tre milioni e mezzo di dollari.
Si dirà che quello del teschio, frequentato fin dal Seicento come «memento mori», è un vecchio tema, eppure mai come in questo inizio di millennio, segnato dall’ 11 settembre, è tornato di gran moda e mentre Damien Hirst ne aveva appena dato la sua versione da jet set, «For the love of God», tempestata di diamanti veri, Subodh Gupta metteva davanti a Palazzo Grassi un teschio altrettanto luccicante, ma assemblato con pentole, piatti, taniche del latte, ovvero l’ essenziale armamentario d’ acciaio che costituisce il corredo da cucina dell’ India rurale, qualcosa che ha a che fare con la fame e il cibo. Gli utensili da cucina sono il tema preferito di Gupta (anche in versione dipinta su tela) assieme alle cialde di sterco di vacca utilizzate nelle campagne come combustibile, alle biciclette e agli scooter carichi di taniche per il latte, di cui uno è proprio in mostra alla Triennale.
Dal suo villaggio di Khagaul, nel Bihar, dove è nato nel 1964, Gupta ha portato con sé a New Delhi, dove ora vive, la memoria di questi oggetti e li utilizza per ricreare il conflitto fra tradizione e modernità, fra radici rurali e tecnologie cittadine, rivivendo così attraverso il suo viaggio migratorio la contraddizione fra il passato coloniale dell’ India e il suo oggi di tigre dell’ economia mondiale. Tutto, però, senza alcuna nostalgia né sentimentalismo.
Piuttosto, Gupta trasforma gli oggetti in icone di un contraddittorio presente: un po’ come Warhol aveva fatto con il barattolo della Campbell’ s Soup o con la scatola del detersivo Brillo, così anche pentole, piatti, bollitori o motociclette d’ acciaio rappresentano le icone del passaggio al consumo di massa e del sogno della nuova classe media. Se l’ opera «The way home», con decine di ciotole sparse per terra accanto a fiori di loto e pistole allude ai pasti frugali consumati dai poveri in un’ India conquistata con la violenza, «Curry», installazione con sei dispense colme di scintillanti utensili da cucina d’ acciaio, perfettamente ordinati ed esibiti come gioielli, rappresenta l’ aspirazione della borghesia istruita a possedere in modo compulsivo grandi quantità di quegli stessi beni di cui prima bastava un solo esemplare. Soprattutto nei grandi accumuli di utensili da cucina che brillano c’ è sempre una punta di amara ironia: a Londra, per la Triennale alla Tate Britain che si è da poco conclusa, ne ha realizzato una versione a forma di enorme fungo, alto fino al soffitto, l’opera più impressionante fra quelle esposte nella mostra dedicata all’ Altramodernità, ovvero a quel nuovo territorio transculturale che, secondo il curatore Nicolas Bourriaud, superato ormai il postmodernismo, caratterizza vita e arte di oggi, nate già ibride e meticcie non foss’ altro per opera del web.
Insomma Gupta incarna bene la nuova generazione di artisti che non ha più nulla a che fare con l’ esotizzazione edulcorata dell’ India, come ha detto Salman Rushdie nel 2002 a Yale: «Adesso questa fasulla fascinazione è giunta al termine e l’India degli elefanti, delle tigri, dei pavoni, degli smeraldi e delle danzatrici è messa a tacere. Una generazione di bravissimi scrittori indiani che scrivono in inglese sta portando nella lingua inglese le diverse versioni della realtà indiana e queste, insieme, stanno diventando qualcosa che si potrebbe chiamare verità». Il made in India che parla al mondo.
di Bonazzoli Francesca







