India, rivoluzione all’altare

da la Repubblica, 25 maggio 2009

Prima si chiamava Chanchili ed era una giovane hindu in una terra da sempre a maggioranza musulmana, il martoriato Kashmir. Poi Chanchili per amore di Fiaz, un giovane insegnante, si era convertita all’ Islam, aveva cambiato il nome in Mehvesh Anjum e dato alla luce una femminuccia.
La sua storia è ora su tutta la stampa indiana, perché Mehvesh è stata riportata a casa con la forza dai genitori e dai fratelli e costretta a sposare contro la sua volontà un uomo più grande, di religione hindu. Ora però, nell’ India del secolarista Partito del Congresso, appena rafforzato al potere, la Corte Suprema ha dovuto emettere una sentenza per difendere il diritto delle donne maggiorenni, come Mehvesh, a scegliere anche contro la volontà dei genitori l’ uomo e la religione che più le aggrada.
«Se I genitori – recita il testo della sentenza – non approvano un matrimonio intercomunitario o intercasta, il massimo che possono fare è interrompere le relazioni sociali con la ragazza. Ma essi (la famiglia) non possono bastonarla, praticare violenza né opprimerla».
Il riferimento alle bastonature non è casuale: i giudici supremi dopo aver messo il verdetto hanno dovuto spedire la polizia dello Stato a proteggere la ragazza e Fiaz dall’ira dei parenti, dei locali dirigenti del partito fondamentalista hindu Shiv Sena, e perfino dai tentativi degli agenti locali di prelevarla con la forza per dar corso alla denuncia del preteso secondo sposo. Il tutto, nonostante una vecchia legge coloniale del 1875 (non a caso citata nella sentenza dei giudici supremi) vietasse formalmente da quasi un secolo e mezzo i matrimoni forzati. Così, il giovane insegnante musulmano si è dovuto rivolgere alla Corte Suprema, sostenuto dalla combattiva consorte decisa a far valere i suoi diritti e a risparmiare allo stesso tempo il carcere al suo uomo.

I giudici Markandeya Katju e Deepak Verma, già alla ribalta per altre sentenze “secolariste” contro le tradizioni più arcaiche del continente, gli hanno dato pienamente ragione, con una sentenza che è già diventata un precedente storico per le decine e decine di migliaia di casi di matrimoni “combinati” contro la volontà delle spose che avvengono in tutto il Continente. In generale si tratta di una tradizione accettata con il consenso di tutti, e la maggioranza dei giovani indiani lascia decidere alla propria famiglia il partner giusto, spesso dopo estenuanti trattative sull’ entità del dowry, la dote dovuta dalla famiglia della sposa a quella del maschio. Ma negli anni sono sempre di più le coppie che si innamorano e si sposano mandando a monte le trame dei familiari. La decisione di ieri potrà ora difenderli meglio. 

di Raimondo Bultrini

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