Amore a Venezia morte a Varanasi

di Geoff Dyer, Einaudi 2009

Era lì che Shiva aveva deciso di vivere. Era lì che il mondo era cominciato. I crocevia  – tirthas- erano sacri, alcuni particolarmente ricchi di buono auspici, ma tutta Varanasi era un crocevia, tra questo mondo e l’altro. Di fondo, non esisteva  luogo sulla faccia della terra più degno di essere visitato anche se, in un certo senso, non apparteneva a questo mondo. 
[ ...] Varanasi rendeva insensato andare ovunque. Tutto il tempo era lì, e forse anche tutto lo spazio. La città era un mandala, un cosmogramma. Conteneva tutti i cosmi.”

AMORE A VENEZIA MORTE A VARANASI, di Geoff DyerCome mio solito ero in libreria a ritirare dei libri che avevo ordinato e nell’attesa sbirciavo i nuovi arrivi quando il mio sguardo cade sul libro di Geoff Dyer. La copertina: siamo sul Gange, riconosco la spiaggia sabbiosa e deserta sul lato orientale del fiume dove la morte vive, fatico a capire se siamo all’alba o al tramonto ma poco importa, si vedono sullo sfondo alcune imbarcazioni con dei fedeli e in primo piano un gruppo di fiammelle nei tipici lumini offerti al Gange a mo di puja. Ma a catturarmi ancora di più è il titolo: Amore a Venezia Morte a Varanasi, un titolo originale e intrigante.
Conosco e amo Venezia, e allo stesso modo sono affascinato dal mistero di Varanasi. Apro il libro lo sfoglio leggo la presentazione, i giudizi di alcune voci autorevoli e trovo il titolo originale Jeff in Venice, Death in Varanasi. Capita spesso che nella traduzione il titolo venga stravolto, ma forse stavolta la scelta è andata verso un titolo più invitante, anche se a lettura completa del libro confermo più azzeccato quello originale dell’autore.

Dopo questa premessa andiamo ai contenuti. Il romanzo si divide in due parti: nella prima parte il protagonista Jeff (forse alter ego di Geoff)  giornalista free-lance critico d’arte viene spedito da una rivista inglese a Venezia per seguire la Biennale di arte. Nel suo breve soggiorno si muove tra i padiglioni della mostra, feste, vernissage, musei, passeggiando tra le calli e i campi veneziani (per chi fosse poco pratico calle e campi sono le vie e le piazze di Venezia, ci sono solo due piazze: la famosa Piazza San Marco e Piazzale Roma dove si arriva in auto o in autobus tutto il resto sono campi, calle e rii) sorseggiando birra e Bellini, incontrando e intrattenendo simpatiche e ironiche conversazioni con persone dello stesso ambiente. Ma il suo soggiorno è movimentato da un incontro con Laura una gallerista americana con cui intrattiene una relazione breve ma intensa e passionale, travolgente e spinta condita con sesso, droghe, alcool e altri eccessi.

Ogni giorno, da centinaia d’anni, Venezia si svegliava fingendo di essere una città vera anche se lo sapevano tutti che esisteva solo per i turisti. La differenza, la novità di Venezia era che anche gondolieri, fruttivendoli e panettieri erano turisti che si gustavano una pausa cittadina protratta all’infinito. I gondolieri si gustavano lo spettacolo dei fruttivendoli, i fruttivendoli quello dei gondolieri e panettieri, e tutti insieme si gustavano quello dei veri residenti: le orde di giapponesi con macchine fotografiche a tracolla, gli americani in luna di miele, i turisti che viaggiavano con lo zaino in spalla e non tiravano fuori nemmeno un euro, e i biennalisti affetti dai postumi sbronze.”

Nella seconda parte Jeff viene spedito a Varanasi dove inizia un altro viaggio. Un semplice soggiorno diventa l’occasione per Jeff per un viaggio più profondo, per una trasformazione interna o per una maggiore conoscenza di se stesso. In questa parte del libro esce un meraviglioso e realistico ritratto di Varanasi che chiunque ci è stato e a solo trascorso qualche giorno non tarderà ad apprezzare. È un ritratto cinico a tratti spietato, sono descritti con dettaglio le cremazioni, la vita nei ghat, la sporcizia, le malattie, il relazionarsi con le persone del posto, le contraddizioni che nota in questa assurda quotidianità. Ma, il filo conduttore delle due storie è il contrasto dei due mondi, tanto lontani e differenti tra loro ma entrambi coinvolgenti e complementari. Se a volte si cogliono in Jeff critiche e parole di disgusto nei confronti di ciò che vede e incontra a Varanasi, ciò che più emerge è la sua capacità di osservazione e di calarsi nella situazione locale. Se a Venezia Jeff era affascinato dall’amore, dall’eros e dal desiderio di sesso, a Varanasi il tema è la morte e la vita in un crescendo di sensazioni e di intensità.

Pareti e finestre dei palazzi sul lungofiume incombevano e sfavillavano antiche alla luce orizzontale. Il fatto che la luce sia orizzontale non significa che gli edifici siano antichi. La luce è orizzontale, ma gli edifici non sono antichi. La luce è antica, gli edifici no. Nessuno risale a prima del Settecento. La storia di Varanasi è la storia di un continuo radere al suolo e ricostruire, radere al suolo e ricostruire. Non appena ricostruita sembra già sul punto di crollare. Ogni atomo di aria è saturo di storia che non è nemmeno storia, mito, perciò un tempio costruito oggi , da un giorno all’altro sembra essere lì dall’alba dei tempi. Ogni mattina è l’alba dei tempi, scrisse sul taccuino. Ogni giorno è la totalità del tempo.”

Geoff Dyer, Cheltenham, 1958. Eccentrico autore del celebre Natura morta con custodia di sax, ritratto dei grandi della musica jazz, vive a Londra. Oltre al saggio sulla fotografia L’infinito istante (Einaudi, 2007) Dyer è anche autore di vari volumi di critica letteraria (saggi su John Berger e D. H. Lawrence), libri di viaggi (Yoga per gente che proprio non ne vuole sapere, Mondadori), e varie opere di narrativa (In cerca, Brixton Pop, Paris Trance, Instar).
Amore a Venezia Morte a Varanasi (Einaudi Stile libero, 2009), dopo undici anni, è il suo ritorno al romanzo.

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