Arundhati Roy, travolta dalle piccole cose
da La Stampa, 31 marzo 2009
Il successo del romanzo? Un peso da cui liberarmi” Una confessione a dieci anni dalla vittoria del Booker
Shoma Chaudhury
Sono passati dieci anni da quando Il Dio delle piccole cose (Gost), pubblicato nel ‘97, vinse il Premio Booker – il più importante per gli scrittori in lingua inglese del Commonwealth – e un cannone sparò Arundhati Roy in uno spazio stellare che ha pochi eguali nel mondo della letteratura. Seduta nella luce del tramonto sul magnifico tetto-terrazzo della sua casa
di New Delhi, la scrittrice ripercorre quel viaggio, con i suoi momenti di esaltazione e le sue ambiguità.
Signora Roy, che cosa le ha fatto il Booker?
«È difficile dirlo perché quel premio si fonde con molto altro. Consegnato il manoscritto del Gost, tutto è partito a razzo – e il Booker è stato solo una parte, anche se, in un certo senso, ha ufficializzato il tutto. È stato contemporaneamente una liberazione e un peso. Ora non ci penso quasi più».
Ma è stato il premio ad aprirle le porte del mondo e a crearle nuove piattaforme, no?
«Io non so quanto sia stato il Booker e quanto il libro. Nella mia mente sono due entità separate. Per me è incredibile che, dopo dieci anni di un viaggio politico intensissimo, i miei istinti politici siano ancora gli stessi espressi in Gost. E questo perché il libro fa presa da solo. Il Booker è un premio anglocentrico, significa qualcosa solo in quella parte di mondo che parla inglese, mentre Gost è stato tradotto in quaranta lingue. L’India è diventata una cultura molto orientata al successo, assetata di premi, tutti sognano di vincerne uno, ma è un’ambizione piccolo borghese. Io mi sento un po’ umiliata a discutere di un premio più che del mio libro».
Effettivamente il vero tappeto volante è stato il libro. In che modo ha risposto la gente?
«In modo fantastico. Esattamente il contrario di quanto succede con le armi nucleari. Il tappeto ha volato su tantissime culture. In Estonia il mio traduttore mi ha detto: “Sai che questa è stata anche la mia infanzia?”. Nelle case editrici americane c’era sempre qualche donna molto cool che mi diceva: “Tutte abbiamo avuto una zia come Baby Kocham”. Molti mi hanno raccontato di aver letto al loro matrimonio brani del libro. Ancora oggi ricevo lettere toccanti. Dalla Croazia uno mi ha scritto: “I miei capelli erano diventati bianchi per l’orrore, ma leggere il suo libro mi ha aiutato a sopravvivere alla guerra”. A volte, più che Gost, colpiscono i miei scritti politici. Mi capita di incontrare persone che mi raccontano le cose più intime della loro vita, mettendomi in imbarazzo perché non le conosco. Questo è un effetto della scrittura. La gente pensa di conoscerti. E’ diverso dall’essere una star; è molto, molto profondo. E’ meraviglioso. Non riguarda me, ma lo scrivere, le idee, le storie. È così intima l’argilla con cui lavora uno scrittore…».
E produce milioni di rapporti?
«Sì, e finora questo mi ha riempito di gioia perché io sono cresciuta in un villaggio come quello del libro e il fatto che questa storia abbia risonanza universale significa moltissimo per me. C’è chi vibra per la parte politica, chi per il mondo dei bambini, chi per la storia nel suo insieme. Tutto questo a me fa un grande piacere. Ma, come ho sempre detto, avrei voluto essere pagata in cibo perché quello che ha complicato la mia vita è stato il successo commerciale del libro».
Però l’ha anche resa libera, no?
«Certo, se posso scrivere e pensare come scrivo e penso, ed essere una “repubblica mobile”, è anche perché non devo più guadagnarmi la vita. Ma con la libertà occorre stare molto attenti perché non tutti ce l’hanno. È un aspetto molto delicato, ti può rendere arrogante o stupido o sconnesso dal resto del mondo. Se però guardi le cose in modo politico, corri meno rischi. Io ritengo molto importante che Gost sia uscito nel 1997, perché nel ’98 ci sono stati i test nucleari indiani e così l’intera mia traiettoria è coincisa con qualcosa di oscuro iniziato proprio qui. Queste due cose avvenute insieme mi hanno messo su una rotta che non controllavo del tutto, provo ancora sentimenti ambigui su ciò che ho fatto».
C’è stato un momento di questo volo meraviglioso in cui ha perso l’orientamento o si è ritirata?
«Per molti aspetti sono stata fortunata. Non ero più una ragazzina, ero già passata attraverso molte vicende, non arrossivo agli applausi. Ero già scettica e imbarazzata e ambigua. Non sono mai uscita di rotta, ma qualche volta vorrei essermi goduta tutto in modo più rilassato. Non ho mai avuto davvero l’opportunità di non dire le cose politiche che ho detto, perché ci sono stati quei test nucleari. E, come ho già ripetuto un milione di volte, non dire qualcosa è un atto politico esattamente come dire qualcosa. Ma nel momento in cui lo dici, entri in un altro universo, sei in un vortice. Mi ricordo che una notte ho sognato una mano che mi tirava fuori dall’acqua e mi diceva: “Puoi avere tutto quello che vuoi, che cosa vuoi?” e io rispondevo: “Voglio solo andar via, non voglio essere questo”. Perché hai paura di tutto ciò che si muove intorno a te. Di tutto. Di ogni relazione intima. Ma poiché quelle relazioni sono nate nell’arte, nella politica, si tratta di persone sagge. Tutti nella mia vita dovevano affrontare questo vortice, non solo io. E ci sono riuscita. Tutti i miei vecchi amici sono ancora miei amici. Sono stata sparata dal cannone ma sono atterrata proprio qua. Non è che volessi andare a vivere a Los Angeles. Allo stesso tempo si è formato un intero nuovo universo di amici e di rapporti profondi. Questo ha richiesto molto equilibrio».
Dunque, c’è quest’altra interessante combinazione tra essere uno scrittore e … Ma che cosa fa uno scrittore?
«Uno scrittore leviga il suo linguaggio, lo rende chiaro e privato e individuale quanto più gli è possibile. Poi ti guardi intorno e parli di ciò che succede a milioni di persone e sei in mezzo a quella folla e dici cose che milioni di persone dicono, il che non è affatto personale. Come tieni insieme le due cose? Sono domande fondamentali. Questa è la ragione per cui molti scrittori hanno paura dell’impegno politico. Lo considerano un rischio, ed effettivamente è un rischio eppure io preferisco correrlo che ignorarlo, anche se qualche volta è davvero una lotta».
Che cosa la trattiene in India? La gente o il fatto di essere una “repubblica mobile”?
«Da molti punti di vista io sono probabilmente anti-nazionalista. Però per me è inconcepibile non essere qui, perché qui c’è tutto ciò che amo. Non c’entrano le bandiere o la costituzione o cose del genere. Quando torno dall’estero e nella sala arrivi sento la voce della Zee tv e vedo il soffitto scrostato mi sento felice. È la qualità della luce, sono le cose lacere, l’ambiente, il cibo, il colore, tutto. E mi chiedo: dove potrei essere se non qui? Non è che uno può andarsi a cercare una nuova vita al supermercato».
Copyright Tehelka Magazine Delhi
Il best seller
Il best seller Il Dio delle piccole cose, pubblicato nel ’97, è ambientato in India, alla fine degli Anni Sessanta. Racconta attraverso gli occhi di due bambini, Estha e Rahel, una grande e impossibile storia d’amore tra la madre, divorziata da un alto funzionario violento e alcolizzato, e un “paria”. Una storia che entra in conflitto con le convenzioni e mostra un Paese dilaniato fra tradizione e modernità, dove esistono ancora gli intoccabili e leggi non scritte continuano a governare la vita di una donna; ci fa entrare in un mondo fatto di piccoli eventi, di cose ordinarie che sembrano di nessuna importanza, ma che sono cariche di un significato più profondo e in cui sembra rispecchiarsi una verità universale.








