“Water” un film di Deepa Metha
Nell’antica tradizione indiana, donne giovani spesso bambine venivano promesse o fatte sposare con uomini adulti, la giovane sposa rimaneva nella casa materna fino al raggiungimento dell’età adulta e poi a seguito della precedente promessa di matrimonio si trasferiva a casa del marito e ne diventava la sposa a tutti gli effetti.
Una donna rimasta vedova aveva tre possibilità: ardere col cadavere del marito (le vedove suicide che si immolano nella pira funebre del marito sono chiamate sati), sposare il fratello minore del defunto o smettere di vivere diventando una sorta di “intoccabile”, rinchiudendosi in un’ashram (convento o monastero di clausura) dove conducevano una vita semplice e da cui si usciva solo per elemosinare. Secondo gli antichi testi sanscriti la vedova doveva avere la testa rasata, non indossare alcun ornamento, non poteva masticare betel e mettersi fiori, profumi ornamenti e vestiti colorati e doveva rimanere in lutto perpetuo indossando solo vestiti bianchi. Doveva rispettare i digiuni ed evitare i cibi piccanti, mangiare in recipienti di bronzo in modo da raffreddare la sua energia sessuale, doveva rimanere casta devota e fedele alla memoria del marito. Se la donna si risposava condannava all’inferno l’anima del defunto marito e della famiglia di lui.
La tradizione del suicidio delle vedove è stata abolita nel 1956 con il Widow Remarriage Act, comunque questa legislazione non ha rimosso tutte le costrizioni delle vedove e anche negli anni più recenti sono stati documentati episodi di vedove che si sono immolate nelle pire del defunto marito, episodi avvenuti soprattutto in zone remote dell’India del nord dove questa tradizione è più radicata.
Questa breve introduzione serve a presentare Water, la storia di Chuya una vedova-bambina prematuramente strappata dai suoi giocattoli e dagli innocenti giochi con gli amici e inspiegabilmente per la piccola Chuya rinchiusa all’interno di un ashram che ospite altre vedove.
L’arrivo della bambina-vedova provoca trambusto e un allegro e vivace disordine all’interno del monastero retto dalla vedova Manorama tanto grassa quanto cattiva, avida e corrotta. Malgrado il film tratti tematiche molto importanti il film è scorrevole e piacevole, con bellissimi colori una meravigliosa fotografia, e una piacevole quanto invitante colonna sonora (di Mychael Danna) che accompagnano la piccola Chuya in scorribande dentro e fuori l’asharm. Accanto alla giovane Chuya appaiono Kalyani una bellissima vedova-prostituta che si innamora del laureato in legge Narayan, la saggia Sadananda, e sullo sfondo appare la figura di Gandhi che rappresenta la speranza di liberare le vedove e che considera gli “intoccabili” figli di Dio.
Se il tema delle vedove bambine è il motivo narrante della storia è tutta la questione della donna indiana che viene trattata, poiché la regista Deepa Metha – una donna indiana – affronta altri temi legati al mondo femminile indiano come la prostituzione e i matrimoni combinati.
Il titolo del film è un omaggio all’elemento dell’acqua nelle sue forme: l’acqua del fiume, l’acqua della pioggia, l’acqua per bere, l’acqua per lavarsi. L’acqua ha una pluralità di significati nella simbologia indiana: come simbolo di purificazione che lava via e purifica, come luogo da cui nasce la vita che trasporta aria ed energia vitale, ma è anche dove alla fine riposano le ceneri del defunto nel ciclo di vita e rinascita. In india più di altri paesi è evidente il forte legame che c’è tra uomo e acqua e ogni comunità indiana ha la sua “vasca sacra”, un luogo di preghiera e silenzio dove si ritrovano per pregare, per discutere, per celebrare riti religiosi e l’esempio più evidente sono i numerosi ghats lunghe scalinate che scendono verso questi bacini dove si svolge gran parte della vita quotidiana degli indiani.
La regista Deepa Metha non è nuova a trattare temi così impegnativi e anche con la precedente pellicola “Fire” (storia di lesbismo) aveva incontrato dei problemi. Le riprese del film Water sono state più volte sospese e sono stati necessari quattro anni per riprendere a girare, il set è stato distrutto più volte e successivamente spostato dall’India in Sri Lanka segretamente ed infine quando poi la pellicola è uscita nei cinema in India migliaia di indiani sono scesi in piazza a manifestare, molti cinema sono stati dati alle fiamme ed il film è stato ritirato dalle sale dal governo, anche se adesso si trova facilmente nelle videoteche e nelle bancarelle che vendono dvd pirata.
In coincidenza con la prima del film negli Stati Uniti è uscito il libro “Acqua” di Bapsi Sidhwa edito Neri Pozza, un raro caso di riscrittura dal film. Su invito dell’editore, la scrittrice ha letto la sceneggiatura, ha visionato una prima versione del film e ha quindi scritto di getto questo romanzo.









15 gennaio 2009 alle 00:41
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16 dicembre 2009 alle 18:58
è un film meraviglioso che denuncia uno degli aspetti più terribili della condizione femminile in India. Il film è ricco di contenuti ed è un piccolo grande gioiello. Il ricordo di quelle immagini è ancora vivo nonostante il tempo trascorso. Spero di vedere altri film di questa donna straordinaria e coraggiosa e di andare in India, non appena sarò emotivamente pronta